giovedì 10 aprile 2014

Piccola apologia delle discipline umanistiche


Bazzicando in rete, quando non si ha qualcosa di preciso da fare, ci si può imbattere in discorsi e battibecchi quanto meno irritanti, soprattutto quando tirano in ballo quello a cui stai praticamente dedicando la tua vita.              
E dunque, la questione è la seguente: l’imbecille di turno (mi si conceda di chiamarlo tale perché di altro non si tratta!), che è solo il rappresentante ideale di tanti suoi simili, deride/disprezza chi decide di intraprendere un percorso di studi umanistici (nel caso particolare si trattava proprio della mia filosofia) perché non dà lavoro subito, ma, soprattutto, non darà mai soldi a palate! Dopo tutto si sa, continuava il grande uomo di mondo nel suo pseudo-ragionamento, se un percorso di studi non porta a riempirsi le tasche è inutile, non ha alcuna ragion d’essere e coloro che lo scelgono sono un branco di cretini, futuri pezzenti, da commiserare nella migliore delle ipotesi!      
Qualcuno ha messo un po’ in moto il cervello ed ha osato rispondere a cotanta saggezza che, dopo tutto, dei soldi ce ne facciamo ben poco se poi siamo costretti a fare per tutta la vita un lavoro che non ci piace e, aggiungo io, se siamo costretti a passare svariati anni sui libri di una disciplina della quale non abbiamo nessuna considerazione se non in relazione ai soldi che ci potrebbe far guadagnare in futuro.        La risposta, ovviamente, è stato un ritornare sui soldi ignorando l’argomento lavoro…                 
Ora mi chiedo, sinceramente, se una persona con un briciolo di cervello possa davvero pensare di svolgere una professione badando solo all'aspetto economico, come se in fondo si potessero ignorare tutte le ore che uno trascorre a lavorare e pensare solo al momento in cui ci ritroviamo il compenso tra le mani. Il lavoro che si sceglie di fare, che si voglia o no, ci caratterizza e a lungo andare diventa parte della nostra identità.            
Questo non è certo un modo per dire che il denaro non serva a nulla, di quello c’è sempre bisogno, ma, mi si scusi la banalità, è possibile davvero vivere in funzione del denaro, scegliere un lavoro solo in base al denaro, scegliere chi essere esclusivamente in base al denaro?          
Il lavoro è un mezzo di sopravvivenza che è, allo stesso tempo, fine dell’esistenza di un essere umano; il denaro è un mezzo e basta e, dopo decenni e decenni di teorizzazione in proposito, non posso fare a meno di constatare che un po’ di filosofia a certa gente servirebbe con estrema urgenza, perché possa capire quanto meno su che strada sta muovendo i propri passi. 
Passiamo al punto dolente, il fatto che parlo anche per esperienza personale: laurea in filosofia e niente lavoro.           
“Lo vedi!” mi direbbe compiaciuto (e di fatto lo dice) qualcuno dei “saggi signori” nominati all'inizio.     
Ma la mia risposta, e spero quella di molti nelle mie stesse condizioni, non può che essere questa: nessuno di quelli che intraprendono un percorso di studi umanistici è tanto ingenuo da credere di trovare un lavoro il giorno dopo la laurea o di far soldi a palate una volta trovata un’occupazione; ma qualcuno dei grandi praticoni che si aggirano nel mondo, virtuale e (purtroppo) non, ha forse mai pensato che, probabilmente, non era quello, i soldi a palate, il fine di chi ha fatto una scelta del genere?       
Forse faremo la fame, forse lavoreremo solo dopo i 40 anni, ma quanto meno eviteremo la frustrazione perenne derivante dal non essere nel posto in cui volevamo essere e, a confronto di questa, la frustrazione del non trovare lavoro sembrerebbe quasi cosa da poco.         
Grandi ingegni pratici, interrogatevi! Sempre che non abbiate paura di mischiarvi con i filosofi...

sabato 5 aprile 2014

Intervista post Time Warp


Dopo la già annunciata pubblicazione della raccolta di racconti Time Warp, è giunta persino l'ora dell'intervista! Non ci credevo neppure io ma la prova la si trova esattamente qui.
Tra le altre cose, rispondere ad un paio di domande, mi ha aiutata a ripensare a quello che avevo scritto a distanza di tempo, la qual cosa non guasta mai.

giovedì 27 marzo 2014

Si presenti prego!

Sapete quando una, che si è laureata in Filosofia da sei mesi e da altrettanto tempo cerca e non trova lavoro, si incazza seriamente? Quando prova ad avanzare la propria candidatura per un lavoro che non le compete neppure lontanamente, nella fattispecie quello di stramaledetta portalettere presso le Poste Italiane, e le chiedono la LETTERA DI PRESENTAZIONE! 
Dunque ditemi, quali grandiose doti dovrei mai dichiarare di possedere per essere assunta? Quali doti, se uno dei tizi che portava la posta dalle mie parti, qualche anno fa, la buttava nei canali di scolo perché evidentemente era troppa fatica per lui portarla a destinazione? Quello ne avrà avute di doti, chissà che lettera di presentazione! Rabbia a parte, la questione è la seguente: a che pro una selettività che sembra essere solo di facciata? Perché, se di facciata non fosse, il nostro Paese verserebbe in ben altre acque a questo punto, non ci vuole l’oracolo di Delfi per capirlo!  
Credo seriamente che in tempi come questi l’essere snob (choosy avrebbe detto qualcuno che stava ai piani alti qualche tempo fa) sia quasi un imperativo morale. Solo così, forse, le cose potrebbero iniziare a tornare al proprio posto.

sabato 22 marzo 2014

Quando ti innamori dell'ennesimo film d'animazione: Frozen

Quanto più vado avanti con gli anni, tanto più mi convinco del fatto che i cartoni animati, certi cartoni animati, non siano solo roba da bambini. Con Persepolis era ben chiaro e sfiderei chiunque a sostenere il contrario, qualche dubbio in più, che proverò ad eliminare, qualcuno lo potrebbe avanzare riguardo al film d’animazione del quale sto per parlare e cioè Frozen. Il regno di ghiaccio. Pensavo di mettere in stand-by il cervello per quell'oretta e mezza del film, ma questo sarebbe potuto accadere se non avessi badato ai “sottintesi”; sono del parere che ogni film sottintenda un modo di idee, a seconda di quello che sembra dare per scontato. Non è un caso che il cinema sia stato considerato un potente mezzo di propaganda dalle peggiori dittature del secolo scorso: fai apparire come normale, come ovvia, una cosa e la gente penserà davvero che lo sia!   
Vediamo, dunque, cosa dà per scontato questo film d’animazione dagli scenari stupendi (sono attratta dai paesaggi freddi, c’è poco da fare!).
Ci sono due principesse, due sorelle estremamente diverse, la prima della quali, Elsa, è gravata dal peso di un potere straordinario e pericoloso allo stesso tempo. Il primo dato interessante è proprio il non dare un’interpretazione netta, positiva o negativa, del potere della principessa: il potere di Elsa di congelare qualsiasi cosa tocchi è la possibilità di scelta, è il bene e il male a seconda di come lo si usi. Solo una cosa può inibire questa possibilità: la paura di coglierla.      
Secondo dato: riconoscere il potere di chi ci sta intorno di far apparire un dono come una maledizione e viceversa. Nulla in sé è un dono o una maledizione in realtà, ma se non si sta in guardia di fronte alle opinioni, anche delle persone più care, la più grande possibilità può diventare un peso opprimente. Chi siamo e cosa possiamo fare di quello che siamo lo dobbiamo decidere solo guardando per bene dentro noi stessi e non intorno a noi.          
Terzo punto, quello che fa capire che ormai (ed era pure ora!) la visione dei ruoli sociali sta iniziando a cambiare: se si dà un occhiata ai personaggi si troverà una principessa, un’altra principessa, un principe opportunista, un commerciante di ghiaccio generoso, una renna e un pupazzo di neve. Secondo la tradizione delle fiabe ad ogni principessa spetterebbe un aitante sposo che la salvi... Secondo la tradizione appunto! Qui, invece, la protagonista, Elsa, non solo resta felicemente nubile alla fine del film, ma, come profetizzato dai troll, si rivela anche essere colei che, con “un atto di vero amore”, riesce a salvare la vita della sorella Anna.        
Una principessa che ne salva un’altra era merce rara da trovare nella nostra cultura!  
Credo sia ormai superfluo dare esplicitamente la mia approvazione a questo film, ma aggiungerei ancora che a suo favore giocano anche le colonne sonore: non a caso, proprio ascoltandone una, mi sono incuriosita e ho deciso di guardarlo.



giovedì 20 marzo 2014

Time Warp. Storie ai confini del tempo e ritorno


Come ho sempre sostenuto, per chi studia o ha studiato Filosofia, quella del tempo è una delle grandi ossessioni: come si controlla, se si può controllare ma soprattutto cos'è?
Secondo Kant si tratta di una delle condizioni di possibilità, insieme allo spazio, della conoscenza sensibile, ma, speculazioni a parte, di tanto in tanto anche i filosofi danno di matto e iniziano a giocare col concetto di tempo... 
Tra questi strani animali da biblioteca ci sono anche io e, a quanto pare, il mio gioco a qualcuno è anche piaciuto, visto che il raccontino che ne è risultato è stato pubblicato, insieme ad altri 11, in una raccolta dal titolo Time Warp. Storie ai confini del tempo e ritorno
In questo libricino dalla copertina intrigante (almeno così la vedo io) troverete ogni sorta di fantasia sul tempo applicata a delle storie di vita passata, presente e futura; la mia occupa la posizione numero sei per ordine di comparsa e si intitola (banalmente, lo so!) Il Tiranno. Non anticipo nulla del contenuto, anche perché non so esattamente se il contratto firmato me lo permetta, tuttavia posso assicurare che si tratta di uno scritto non troppo lungo e facile a leggersi.
I restanti racconti sono scritti bene e presentano spunti di riflessione interessanti riguardo al tema centrale, quindi direi che valga la pena di passarli in rassegna tutti: è incredibile quanto possa essere prolifica la mente umana quando pensa ma soprattutto quando si arrovella su certi argomenti! 
Nel caso avessi stimolato la curiosità di qualcuno, ecco dove è possibile trovare il libro: qui.

giovedì 27 febbraio 2014

Tra i grandi assenti la realtà

Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c’è più altra realtà… E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà… passerà… [Luigi Pirandello – I vecchi e i giovani]. 


Nel capitolo finale de I vecchi e i giovani di Pirandello si può leggere il brano che ho appena riportato: un raggio di universalità nel bel mezzo della Storia. Perché è di un romanzo storico che stiamo parlando, un romanzo che è un colpo scagliato dritto in faccia all'unità d’Italia. Le idee erano buone certo, buoni anche gli intenti di quelli che l’unità l’hanno fatta… Ma cos'è rimasto, poi, degli ideali una trentina di anni dopo? Pirandello non esita a buttar giù, pezzo per pezzo, l’illusione ma la particolarità qui sta nel fatto che quest’illusione si presenta come la sola realtà.            
Il paragone potrebbe essere azzardato ma non può non tornarmi in mente qualche insegnamento del buon vecchio Nietzsche: in comune c’è un’assenza che fa scalpore, quella della “realtà”.       
E non può non suonare come un’esortazione alla vita, un modo tutto pirandelliano di dire sì alla vita, quell'”affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude”. Manca la realtà vera e con essa il senso ultimo delle cose, ma è proprio questo, paradossalmente, ad assicurare leggerezza all'esistenza. Senza più un senso prestabilito la vita ha la consistenza di un gioco.              
Lo stesso Nietzsche sosteneva nella sentenza 94 di Al di là del bene e del male: “Maturità dell’uomo: ciò significa aver ritrovato la serietà che si aveva da piccoli nel gioco”.     
La vita umana è tragedia o commedia? Non si può che restare indecisi di fronte a questa doppia prospettiva. 

venerdì 21 febbraio 2014

C'è chi pensa che siano nate col velo in testa: due parole su Persepolis

Persepolis: questo l’ultimo film che ho guardato, un cartone animato lo definirebbe qualcuno molto banalmente. In realtà dietro alle forme quasi infantili, in gran parte in bianco e nero, ho avuto modo di notare un modo interessante di raccontare una storia che è diventata ormai uno sfondo muto delle nostre giornate. Ebbene in Persepolis questa storia, anzi questa Storia, torna a mostrarsi in tutta la sua vicinanza e pericolosità: la qualità interessante di questo film è proprio l’intelligenza con la quale il tema è avvicinato allo spettatore, il quale non è più portato a sentirlo come tanto lontano da sé.          
Alzi la mano chi, di fronte al bombardamento di notizie relative alle guerre e rivolte che devastano da decenni il Medio Oriente, l’Iran nel caso del film in questione, non ha tirato un sospiro di sollievo pensando “È lontana, qui non può accadere”. Oppure quante volte la lontananza ci fa pensare ad una situazione quotidiana totalmente diversa dalla nostra, come se quelle terre fossero davvero un altro mondo e solo in virtù di questa alterità la guerra vi abbia potuto trovare spazio. Insomma, per dirla diversamente, percepiamo la nostra quotidianità come imperturbabile.     
È stato strano ieri apprendere, attraverso un film d’animazione, come la Storia possa effettuare bizzarre inversioni di marcia, come quello che chiamiamo progresso possa bloccarsi a causa di eventi che fino al giorno prima si reputavano lontani e improbabili. Lì ti rendi conto che in fondo, il motivo per cui sono rese possibili le mostruosità della Storia, è più banale di quanto si pensi (Hannah Arendt docet!): forse è la troppa sicurezza, il cullarsi sul fatto che, dopo tutto, siamo intoccabili e certe catastrofi accadano sempre lontano da noi. La catastrofe inizia quando si decide di mettere il cervello in stand-by, attivando in qualche modo un pilota automatico che guidi al posto nostro, rassicurandoci in merito all'improbabilità di ogni pericolo.            
La dice lunga l’affermazione del padre della protagonista/autrice del film (e della graphic novel da cui è tratto), Marjane Satrapi, che sottolinea che, quando lui e la madre della ragazza avevano quindici anni, potevano camminare per strada tenendosi per mano, cosa in seguito vietata, insieme a tante altre, dai fondamentalisti islamici saliti al potere in Iran. Non ho potuto fare a meno di pensare che in genere si dice il contrario, o almeno si pensa che sia logico solo dire il contrario.                
E noi pensiamo ancora che le donne iraniane (e non solo quelle) siano nate col velo in testa?

lunedì 17 febbraio 2014

Piccola riflessione su La Grande Bellezza

Oltre un anno fa mi sono imbattuta in This must be the place di Paolo Sorrentino; dico “imbattuta” perché in fondo penso che si incontrino i film e i libri, così come si incontrerebbe una persona nella vita di tutti i giorni e, esattamente come nella vita di tutti i giorni, ci si trova di fronte a personaggi più o meno simpatici, più o meno interessanti, più o meno profondi.      
This must be the place è stato una conoscenza interessante e alla quale attribuirei un certo spessore, quindi, mossa da questa constatazione più che dal gran vociare degli ultimi tempi, ieri ho dedicato un po’ di spazio della mia giornata a La grande bellezza: a posteriori posso dire che avrebbe meritato anche molto più di “un po’ di spazio”.   
Senza soffermarmi troppo sulla trama che sarà ormai di dominio pubblico e che, di fatto, in film di questo tipo, nei quali l’azione è ridottissima, è pressoché irrilevante, arrivo direttamente al dunque, rispondendo alla semplice domanda: perché mi è piaciuto? La risposta: perché sbatte in faccia agli italiani e al mondo intero qualcosa che tutti vedono ma nessuno nota davvero.            
Sì, perché chi mai oserebbe rompere il tanto comodo sodalizio tra “cultura” e mondanità? Chi oserebbe mai dire che, dopo tutto, buona parte dei nostri adorati intellettuali, posti sul piedistallo da altrettanti promettenti intellettuali, passano le proprie giornate a discorrere del nulla? E badiamo bene a scrivere “nulla” con la n minuscola, perché se discutessero del “Nulla” già si dovrebbe attribuire loro una profondità che, invece, non hanno il tempo di sviluppare. Perché in fin dei conti, non ci permettiamo di dire che manchino le capacità a questa schiera di intellettuali che sembra crescere di giorno in giorno, quello che a loro manca è il tempo! Dove dovrebbero mai trovarlo il tempo di riflettere davvero se le loro giornate trascorrono sullo sfondo di un incessante quanto assordante chiacchiericcio?              
Bisogna avere il coraggio di dire una buona volta che la vita dell’intellettuale richiede una scelta radicale, quella della distanza dal mondo, della distanza dalla vita sociale sarebbe meglio dire, perché è bene guardare le cose da vicino per comprenderle, ma non al punto tale da esserne risucchiati: non occorre un distacco totale ma la giusta distanza che permette di riflettere. Ed è proprio la riflessione che ormai è divenuta merce rara, non si è più disposti a concedere a persone e cose il tempo di cui hanno bisogno per essere comprese. All’intellettuale da quattro soldi dovrebbe subentrare il riflessivo, perché la cultura nasce e si diffonde dove inizia a venir meno il vuoto parlare.               
Siamo caduti in basso perché non siamo più in grado, quasi nessuno è più in grado, di soppesare il valore umano di chi ci sta di fronte e, senza valore umano, difficilmente c’è valore intellettuale.
Rendiamo grazie a Sorrentino per aver puntato il microscopio su questa ferita ormai fin troppo infetta.             

domenica 2 febbraio 2014

Tutto secondo natura


In genere non mi piacciono le teorie che tendono a presentare l'individuo come fondamentalmente incompleto, alla perenne ricerca della sua metà, mi piace pensare che l'altro sia sempre un di più al quale ci si rivolge non per bisogno ma per libera volontà, per scelta.

Non di meno trovo il brano che segue particolarmente bello e credo valga la pena di riportarlo. 
"Non per una scelta, che possa essere modificata, né per assecondare un capriccio, ma per corrispondere a una primaria e insopprimibile esigenza di completezza, per guarire  dalla malattia di essere soltanto un symbolon, per riconquistare quell'uno che eravamo – per questi inderogabili motivi, ciascuno di noi è sempre alla ricerca dell’altra mezza tessera che lo completa.          
Le inclinazioni sessuali sono perciò – tutte – conformi a natura, tutte conseguenti alla nostra condizione di un tempo, tutte dipendenti da quella originaria physis che nessuno di noi ha scelto, ma che è la matrice delle nostre propensioni attuali. L’imperativo che tutti ci accomuna è il ripristino di quell'intero che eravamo. La via da seguire, per realizzare questo scopo, è quella di ritrovare, sospinti dalla forza dell’amore, l’altra metà che combacia con la parte che ciascuno di noi è attualmente. Non dipende dalla nostra discrezionalità, né da un’ipotetica libera scelta, a quale sesso ci indirizziamo per riformare l’unità originaria. Il percorso è già segnato, ed è costituito dalla nostra “antica natura”, da ciò che eravamo, prima che sopravvenisse il “taglio”. Ogni comportamento sessuale – il maschio che cerca il maschio, la femmina che cerca la femmina, il maschio e la femmina che cercano l’altro sesso – è dunque pienamente naturale, perché sempre si tratta di far combaciare le due parti della tessera" [Umberto Curi - L'apparire del bello].

domenica 19 gennaio 2014

Io... e la periodica maledizione del non riuscire a dar forma...
Esiste qualcosa di più frustrante? Qualcosa che ti perseguita e un'apparenza sensibile che non riesci ad afferrare... 
Perché non mi è possibile inchiodarti al foglio?

venerdì 10 gennaio 2014

Guardando Amour

Oggi ero partita con l'intenzione di guardare un film che non mi facesse pensare troppo ma ho finito con lo scegliere Amour di Michael Haneke.
Siamo abituati ad aspettarci giovani ed aitanti protagonisti da un titolo nel quale figuri la parola "amore" e, trovarsi di fronte una coppia di anziani coniugi, fa già presagire una trama fuori dal comune ed un bel po' di domande.

Amore, vecchiaia e malattia sono concetti non facilmente trattabili insieme e ho l'impressione che questo film mirasse, invece, proprio a questo. Ci sono declinazioni dell'amore che nessuno vorrebbe vedere, a cui nessuno vorrebbe pensare, ma che sono ben più comuni delle grandi passioni ostentate di solito nei film. Che sentimento sarà mai questo strano fenomeno diluito nella quotidianità di decine di anni? Una sorta di mostruosità fatta di noia e sopportazione? Di ben altro sembra parlare questo film da premio Oscar: è la tenacia che, a discapito dell'epilogo, regna sovrana in questa storia.
Confesso che guardare quelle scene che sottolineavano con una straordinaria lentezza le difficoltà dei protagonisti mi ha messo non poca ansia e mi ha portata alla formulazione di diversi interrogativi che credo mi tormenteranno per un po'.
Che poi, alla fin fine, l'unica eroina risolutrice sulla scena sia la morte, questa era cosa purtroppo prevedibile. 


martedì 31 dicembre 2013

Auguri 2014

A chi ha buttato via pezzi di passato insieme al vecchio anno, perché è incredibile la quantità di oggetti inutili che si è capaci di accumulare dentro e fuori di sé.
Si rimanda in attesa dell'occasione da dare a quei pezzi di vita fino a quando non li si guarda ed essi si manifestano in tutta la loro confortante estraneità.


A chi, in questo 2013, non ha trovato le parole quando servivano e le ha incontrate soltanto vagando di notte nella propria mente, quando, totalmente fuori luogo, sono state capaci di far ingurgitare bocconi di pura impotenza.

A chi ha messo in discussione la propria strada ed è ritornato col pensiero a tutti i bivi della propria vita, rendendosi consapevole del fatto che, dopo tutto, bastava poco per non essere qui ora.

A chi si è sentito inerme e perduto mentre la propria vita fuggiva in ogni direzione e quasi non bastava il fiato per correre dietro a tutte quelle schegge dopo l'esplosione del proprio percorso.

A chi ha lottato per risalire alla luce, nonostante il fardello del proprio malinconico sé sulle spalle.

A chi, tanti giorni, non ha visto motivi per alzarsi la mattina ma lo ha fatto lo stesso.

A chi ha la forza di archiviare...

Auguro un buon 2014.


mercoledì 25 dicembre 2013

Natale 2013

Erano trascorsi mesi dall'ultima sensazione piacevole e banale che mi avesse colpito con forza: ho dovuto attendere il pomeriggio di Natale perché mi si ripresentasse qualcosa di potentemente liberatorio, come sanno essere solo le cose comuni quando ti colgono di sorpresa.
La spiaggia d’inverno è un deserto particolarmente adatto ad accogliere i melanconici; la sabbia è piaciuta al mio cane ed è piaciuta a me. La corsa mi è costata un mal di gola in via di peggioramento, tanta stanchezza e un alleggerimento dell’anima da mesi di ansie e paranoie.

venerdì 20 dicembre 2013

Linearità e frattura

La linearità dell'esistenza è una vecchia illusione; a guardar bene la vita di ciascuno è fatta di fratture. La linearità ci manca e la coerenza è diventata il vizio di chi la cerca. Quanto vali lo stabilisce quanto fai; "cosa?" e "come?" sono diventate domande fuori luogo. Il tempo che si dedica a qualcosa, o anche a qualcuno, è sempre troppo: è tempo sottratto alla quantità. Le nostre sono esistenze dilaniate, totalmente decentrate. Quel era il centro? Probabilmente l'essere unico che eravamo, l'in-dividuo che non siamo più. Ciascuno di noi è un essere multiplo e non perché raccolga in sé infinite possibilità di vita, quanto piuttosto per il fatto di averne attuato una buona parte, senza che la contraddittorietà costituisca un problema. 
Il frammento è, non a caso, la lettura che preferiamo, perché assomiglia al nostro tempo: risponde perfettamente alla disperata esigenza di riempire spazi angusti collocati tra un'attività e l'altra.

sabato 7 dicembre 2013

Correre sul posto

Periodicamente ritengo opportuno applicare il termometro all'anima per leggere, riflesso su una fittizia linea di mercurio, lo stato del mio umore.
Attualmente sono l'atleta che corre sul posto senza spostarsi di un centimetro, una bicicletta da corsa alla quale è momentaneamente saltata la catena e che, per quanto si pedali, resta immobile.
I miei obiettivi sono la linea dell'orizzonte, sempre di fronte a me, per quanti passi io muova, sempre alla stessa distanza.