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giovedì 18 giugno 2026

Patrizia Cavalli, la poesia del Novecento e qualche ricordo

Oggi ripensavo a Patrizia Cavalli e alla mia "tesina" triennale. 

E nulla, mi è venuta voglia di condividerne qualche pezzettino in questo spazio ormai desolato (e non perché abbia smesso di essere in crisi!).

Di seguito qualche frammento del terzo capitolo, il paragrafo dedicato all'analisi di una delle liriche di Le mie poesie non cambieranno il mondo e le conclusioni.


La raccolta di esordio di Patrizia Cavalli vede la luce anche grazie al sostegno di Elsa Morante, alla quale è dedicata. Si compone di cinquantaquattro poesie, la prima delle quali – programmatica –  dà il titolo all’opera.

Qualcuno mi ha detto/ che certo le mie poesie/ non cambieranno il mondo./ Io rispondo che certo sì/ le mie poesie/ non cambieranno il mondo.

...

"Quante tentazioni attraverso

nel percorso tra la camera

e la cucina, tra la cucina

e il cesso. Una macchia

sul muro, un pezzo di carta

caduto in terra, un bicchiere d’acqua,

un guardar dalla finestra,

ciao alla vicina,

una carezza alla gattina.

Così dimentico sempre

l’idea principale, mi perdo

per strada, mi scompongo

giorno per giorno ed è vano

tentare qualsiasi ritorno."

La lirica si compone di un’unica strofa di quattordici versi di lunghezza variabile, con una predilezione per il novenario.

Anche qui la poetessa utilizza un lessico tratto dalla vita quotidiana, con un uso massiccio di parole appartenenti al campo semantico della casa: camera, cucina, muro, bicchiere, finestra, vicina, gattina etc. Si trova addirittura la parola cesso, che abbassa decisamente il registro linguistico e che probabilmente l’autrice preferisce rispetto a bagno per ragioni foniche; cesso, infatti, è in un rapporto di assonanza con la parola finale del primo verso, attraverso.

È singolare come a queste parole fortemente concrete se ne alternino altre decisamente astratte, ma trattate parimenti come concrete, a partire dalle tentazioni del primo verso, che l’autrice attraversa come se fossero parte della casa. Anche il guardar dalla finestra del settimo verso è concretizzato, come sottolinea la presenza dell’articolo.

Nelle poesie di Cavalli vi è un continuo scambio tra cielo e terra, tra mondo delle idee e realtà tangibile.

Tra l’ottavo e il nono verso si trova una perfetta rima baciata vicina/gattina, mentre tra il dodicesimo e il quattordicesimo è possibile riscontrare l’assonanza tra scompongo e ritorno.

Neanche in questa lirica mancano le ripetizioni sia di suoni sia di intere parole. Si noti la ripetizione del suono t già al primo verso, del suono c (occlusiva velare sorda) tra secondo e terzo verso, ma anche il riproporsi della parola cucina al terzo e della parola giorno al tredicesimo.

Qui, come altrove, le iterazioni contribuiscono a fornire un ritmo ben preciso alla lirica, rallentano il verso, stimolano la riflessione. L’uso di parole comuni ripetute è un invito a soffermarsi sulla parola stessa e, in secondo luogo, sul concetto a essa collegato.

Molte delle poesie di Cavalli pongono l’accento su una realtà prosaica di memoria crepuscolare; lo scenario prediletto di queste liriche è la casa, la strada, la città, luoghi ordinari dove si consuma la vita, luoghi che inducono alla perdita dell’idea principale e incollano poeta e lettore all’hic et nunc.

Da notare, infine, una presenza ricorrente nelle poesie di Cavalli, quella del gatto, animale associato, tra le altre cose, alla pigrizia e alla vita casalinga.

...

Lessico piano, quotidiano non equivale a lessico casuale, non scelto: questa è una delle lezioni più importanti della poesia del Novecento, come dimostrano chiaramente le liriche di Patrizia Cavalli analizzate in questo lavoro.

Abbassamento verso il prosastico e apertura ai linguaggi specialistici vuol dire poter attingere a una vasta gamma di scelte, ma anche avere una maggiore responsabilità nella decisione.

Dopo la crisi del linguaggio poetico tradizionale, chiunque si sia detto poeta è stato chiamato a costruire un linguaggio nuovo, a formarsi un vocabolario partendo non più dalla sola tradizione poetica, ma dall’intero campo della lingua (in atto e in potenza). La consapevolezza di questa impresa di costruzione e la sua riuscita, se non uno strumento di misura preciso, rappresentano quanto meno un’utile bussola per orientarsi nel mondo della poesia contemporanea.

Cavalli è riuscita in questa opera di formazione lessicale. In maniera sempre più consapevole ha selezionato le sue parole, quelle che potessero dire la contraddizione del suo mondo, fatto di corpo e idee, di terra e cielo.

Nel dare parole al proprio mondo, tuttavia, Cavalli dà voce a un tempo, a un’umanità e l’io singolare proprio mio diventa tuo, suo, nostro.

Solo alla poesia e alla vera arte in generale riesce questa singolare operazione: scavare a fondo nella singolarità, dare parola a quel fondo, per poi scoprire che, nella sfericità del mondo, il fondo non è altro che un nucleo comune.

 

giovedì 25 aprile 2019

Paul Celan, il poeta che diede voce ad Auschwitz


Il poeta ebreo Paul Celan visse direttamente il dramma del genocidio e trascorse il resto della vita, fino ai limiti della follia, a mettere in versi l’indicibile

Nel 1949 uno dei maggiori filosofi del ‘900, Theodor W. Adorno, rese pubblica per la prima volta una tesi che sarebbe passata alla storia, quella secondo la quale non ci può essere poesia dopo Auschwitz. Quali parole, infatti, utilizzare per descrivere l’orrore? L’Olocausto mise il mondo di fronte all’impotenza e all’irrimediabile insufficienza del dire.      
Il poeta Paul Celan, originario di Czernowitz e, come Adorno, ebreo, invece, del dar voce a chi voce non aveva più fece un imperativo per tutta la durata della sua vita. Il confronto con la “sentenza” adorniana fu inevitabile, tuttavia la constatazione di ordine teorico dalla quale Celan partì diede basi solide ad ogni suo singolo verso.       
Cantare l’indicibile richiedeva strumenti poetici nuovi, adeguati all’argomento, e questi nuovi mezzi Paul Celan li cercò e li trovò in un generale sovvertimento della concezione tradizionale del linguaggio: non si poteva parlare di Auschwitz fintanto che si fosse tentato di farlo con il linguaggio adoperato fin a quel momento. Il tedesco, la lingua adoperata dal poeta, la lingua del “nemico”, doveva essere totalmente sovvertita per poter risultare più efficace di quel silenzio che costituiva l’unica alternativa ad essa     
E così nelle opere di Celan sparì prima di tutto la distinzione tra significante e significato: la parola nelle sue liriche non è un segno per qualcosa che sta al di là di essa, propriamente la parola celaniana non dice, è.
La poesia è un luogo reale e comporla non vuol dire riprodurre una realtà, essa è creazione nel senso più radicale del termine, è produzione e non riproduzione di qualcosa di già esistente.
Il critico di origine ungherese Peter Szondi, amico del poeta, così si esprimeva in relazione a Stretto, una delle sue liriche più famose: “il testo stesso rifiuta di porsi al servizio della realtà, di continuare a giocare il ruolo che gli si assegna a partire da Aristotele. La poesia cessa di essere mimesis, rappresentazione: diventa realtà. Realtà poetica, beninteso, testo che non segue più una realtà, ma si progetta esso stesso, si costituisce in realtà”.          
E in linea con ciò, dunque, la landa della quale parla Celan all’inizio della stessa poesia è il testo stesso che smette di rappresentare per offrire al lettore una realtà mai vista precedentemente, sconosciuta perché mai stata prima.       
La tragedia dell’Olocausto non poteva avere voce, Celan provò a donargliene una, provò a trovare le parole per tutti coloro che non avevano avuto modo e tempo di averne; con quelle stesse parole, poi, creò una realtà inedita, perché, stando a quanto detto dello stesso Celan, “la realtà non è, la realtà va cercata e conquistata”. La poesia celaniana è il luogo in cui  accade l’indicibile.     

(Precedentemente pubblicato in https://www.zerottonove.it/)    

giovedì 25 febbraio 2016

Spettri

Ho bruciato lettere d'amore,
altre le ho ingoiate ed eran vetro,
cocci azzurro ghiaccio e grigio tetro,
ruvidi rudi prodotti del mio umore.

Ho ridotto in pezzi e fatto scomparire 
cadaveri di sensi e sentimenti,
quei corpi di reato non redenti
votati al peccato e nati per perire.

Adesso li ho davanti ad uno ad uno,
chiedono riscatto e son spettrali,
tremuli fantasmi sì reali
da farmi il cuore terra di nessuno.

Angela  Nese

giovedì 6 agosto 2015

L'Idea dell'Amore

Che poesia diventi
l’ossessione senza nome,
che si sciolga in versi
e non desti più dolore.

Posso dirlo Amore
questo demone vorace?
Posso forse ripudiarlo
questo mostro senza pace?

E se fosse mera fiamma
andrebbe incontro alla sua fine,
ma l’incendio che divampa
non si spegne con le rime.

Se lo inchiodo alle parole
mi dà un’ora di respiro,
ma quel vuoto, quel silenzio
in un attimo è delirio.

La violenza di chimera,
l’indicibile rumore
fan brandelli della mente,
fanno scempio in ogni dove,

nel mio corpo ormai avvezzo
alle assenze del suo io
quando i morsi del demonio
non si fermano al desio.

Quando attacca rinnovato
col vigore di una belva
accende i dubbi, fa razzia
come ombra in una selva,

come ombra senza forma
la cui origine si perde
nei concetti senza norma
nelle immagini dilette.

Senza carne e senza ossa
non di meno può ferire,
l’animale che ho allevato
può celarsi, mai sparire.

A. N.



venerdì 18 ottobre 2013

Hesse: una poesia


LAMENTO

Non ci è concesso d'essere. Sol fiume
siamo ed in ogni forma c'inseriamo,
per entro la caverna, il duomo, il lume,
la notte, e sempre all'essere aspiriamo.
Per l'uomo, benché assuma una sua forma,
patria e felicità sono cose vane,
sempre è in cammino ed ospite di norma,
sede non ha, per lui non cresce pane.

Non sa qual sorte Dio gli abbia provviso,
sente che come argilla lo sballotta,
duttile e muta, senza pianto e riso,
che viene, sì, impastata, ma mai cotta.

Oh tramutarsi in pietra un dì! Durare!
Di questo abbiamo eterna nostalgia.
Ma un brivido rimane e diventare
non può quiete sulla nostra via.

(HERMANN HESSE)


Il giuoco delle perle di vetro, con questo libro sono tornata ad Hermann Hesse per l'ennesima volta. Terminato il romanzo vero e proprio mi sono trovata di fronte ad una serie di poesie e, quella sopra riportata, è la prima.
Che le traduzioni siano dei tradimenti è cosa ormai nota, tuttavia, per dei versi come questi, mi accontenterei anche dell'italiano, che non credo tradisca del tutto il senso, essendo questa una poesia dal contenuto spiccatamente filosofico. 
Così riassumerei il contenuto: si tratta del semplice lamento di tutto ciò che diviene e potrà sempre soltanto aspirare ad essere; uno dei problemi più vecchi del mondo, espresso nei modi più disparati ma mai esaurito.