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mercoledì 2 settembre 2020

Metamorfosi

Quando la giovane donna si trovò di fronte all'ultimo tratto di strada, si fermò un istante prima di proseguire. L’ingresso della caverna aveva un aspetto tutt'altro che rassicurante. I suoi passi successivi avrebbero calpestato un terreno arido e duro, dove nessun tipo di erba avrebbe mai osato crescere.
Si fece coraggio e percorse velocemente quel sentiero, iniziando a sentire nell'aria il nauseante odore dello zolfo.
Entrò senza dare ascolto alla paura, con la consapevolezza che, per trovare le tre vecchie, avrebbe dovuto calpestare il freddo terreno dell’Ade. Le avrebbe sentite cantare a un certo punto e il canto l’avrebbe guidata fino a loro.
Una volta dentro si rese conto con stupore che una pallida luce lunare rendeva visibile il percorso. Che la luna lì dentro non sarebbe mai potuta entrare era un problema che in quel momento non la riguardava.
Camminò, si perse più volte, anche se, a voler essere precisi, non può perdersi chi non sa dove andare. Solo dopo aver vagato per ore le giunse finalmente all'orecchio un canto, interrotto, di tanto in tanto, da uno scambio concitato di battute.
La giovane donna capì di essere vicina alle Moire e prese a seguirne le voci.
Alla fine di una stretta galleria si apriva un ampio antro, nel quale lavoravano con solerzia tre vecchie donne. Erano l’unica cosa che si muovesse lì dentro, tutto il resto sembrava congelato, fermo come l’eternità.
Quando le vecchie videro la giovane donna alzarono lo sguardo senza smettere di lavorare. Sul volto di tutte e tre si dipinse l’indignazione. La più vecchia poi, quella con le forbici in mano, guardò il suo strumento e disse con astio: «Non ho deciso io che tu fossi qui in questo momento, umana.»
Aggiunse la sorella, quella che girava il fuso: «Neanche io ho stabilito questa tua discesa né ricordo di aver intrecciato il tuo destino. Chi sei o chi ti manda?»
La giovane non rispose subito, prima guardò la terza sorella, Cloto, poi parlò indicandola.
«Quando lei mi ha dato la vita, credo abbia evitato per qualche ragione di consegnare a voi quel filo. Per una volta Cloto ha disobbedito e io sono nata da quella disobbedienza. Non chiedetemi come abbia potuto farlo, ma l’ha fatto e adesso sono qui.»
Colta in fallo, la più giovane delle tre Moire abbassò il capo e si giustificò con le sorelle: «Non ho disobbedito, al contrario! È stata Ananke a ordinarmi di farlo e sapete quanto me che alla Necessità non è possibile opporsi.»
A quel punto lo sguardo delle vecchie si puntò interrogativo sulla donna, discesa nell'Ade per metterle di fronte a qualcosa di incomprensibile.
«Se non ho intrecciato io i fili della tua vita, che cosa sei destinata a fare?» domandò Lachesi.
«E che cosa dovrò recidere io quando sarà l’ora, per te, di scendere definitivamente nell'Ade?» chiese Atropo.
La giovane le guardò e rispose: «Avrei voluto farvi le stesse domande, ma visto che ne sapete meno di me, vi dirò che cosa è stata la mia vita fino a questo momento.»
Le Moire si fecero attente, loro, antiche come il mondo, stavano per apprendere una lezione da una giovane venuta dal mondo dei mortali.
«Ho filato io stessa la mia esistenza fino a oggi e talvolta Ananke ha imposto anche a me qualcosa. Mi ha messo in mano delle forbici come le tue, Atropo,» disse rivolta alla più anziana «e ho dovuto tagliare il filo. Ma una volta reciso, al contrario di quanto avviene quando sei tu a tagliare, mi è stata data anche la possibilità di continuare a filare e a intrecciare. Non ho fatto altro che annodare il filo nuovo al vecchio non immaginate neanche quante volte!»
Le tre Moire erano perplesse. Quello che la giovane donna stava dicendo andava contro ogni legge umana e divina, eppure non potevano che crederci, sapevano che stava dicendo il vero. Ottenuta la vita da Cloto, aveva fatto quello che in genere facevano Lachesi e Atropo. Moriva eppure continuava a vivere, legando la nuova vita alla vecchia, ricominciando il lavoro ogni volta, ma saldamente legata al filo reciso.
Le tre vecchie erano senza parole, come la giovane che, discesa nel regno dei morti per comprendere se stessa, non era riuscita a ottenere risposte neppure dalle figlie di Ananke, la Necessità. Forse solo la grande madre in persona, che aveva ordinato a Cloto di non passare il filo nelle mani delle sorelle, avrebbe potuto fare chiarezza.
All'improvviso le Moire ripresero a cantare e cantando invocarono proprio la madre, che comparve agli occhi delle quattro donne in tutta la sua imponenza.
L’aria immobile dell’antro riprese vita quando la divinità iniziò a parlare, dopo aver lanciato un’occhiata compiaciuta alla giovane donna.
«So bene perché sei qui, cerchi risposte al tuo essere al mondo. Ti darò quello che cerchi. Quel tuo restare in vita dopo ogni morte è ciò che fa di te quello che sei. Il tuo nome, figlia, è Metamorfosi e il tuo destino è quello di non averne uno, di dissolvere la forma perché non ristagni e diventi ogni volta qualcosa di nuovo, andando oltre se stessa. Per fare ciò avevi bisogno delle caratteristiche delle più terribili tra le tue sorelle: la libertà di Lachesi nel filare e il rigore di Atropo nel recidere. Sei la più bella e la più spietata tra le mie figlie, perché non ti fermi davanti a nulla. Sei legge per i mortali, temuta e amata a seconda di quanto ti abbiano compresa. In quanto figlia mia, sei inesorabile. In quanto figlia del Tempo, puoi essere lenta o veloce, ma nessuno potrà mai evitarti.»
La giovane donna restò in silenzio, come le sue sorelle maggiori, poi domandò: «Dovrò restare anch'io nell'Ade?»
La madre fece un cenno di diniego: «Dovrai andare per il mondo, come hai sempre fatto.»
Subito dopo Ananke sparì e l’atmosfera dell’antro tornò quella di prima. Le Moire ripresero il proprio lavoro. Quello che aveva detto la Necessità, in fondo, potevano solo accettarlo; c’era poco da fare, tanto valeva riprendere la propria funzione.
Metamorfosi riuscì a scorgere, in quell'aria tornata fredda, una minuscola farfalla. Le sembrò incredibile quel suo battito d’ali nel regno dei morti. Le si fece sempre più vicina, fino a posarsi sulla sua spalla sinistra. La giovane chiuse allora gli occhi per un istante, un solo istante, e quando li riaprì era fuori, nel punto esatto in cui aveva esitato prima di entrare.
Guardò un’ultima volta l’entrata dell’Ade, poi riprese il suo cammino tra i mortali. Sulla sua spalla un piccolo bruco; l’indomani sarebbe stato un duro bozzolo, poi di nuovo farfalla.





giovedì 27 novembre 2014

Breve dialogo tra l’Umano e il Tempo

UMANO: Perché stai lì a guardarmi? Non ti hanno mai detto che il tuo sguardo è insostenibile?
TEMPO: Ciò che per te è insostenibile non è il mio sguardo ma il tuo posato su di me. Non ti hanno mai detto che pochi sopravvivono all'incrocio dei propri occhi con i miei?
U: Da dove vieni?
T: Hai posto male la domanda. Io non vengo da nessuna parte, sono sempre dove sei tu.
U: Com'è possibile? Io ti vedo ora, ti vedo spesso, ma non posso dire di vederti sempre.
T: Questo cosa vuol dire secondo te?
U: Non lo so, dimmelo tu.
T: Quand'è che non mi vedi?
U: Quando faccio altro. Dove ti nascondi in quei momenti?
T: Io non mi nascondo mai.
U: Eppure non ti vedo.
T: Fai un grande sforzo per vedermi e non te ne accorgi. La tua condizione naturale è ben altra.
U: Cioè quale?
T: Essere me. Quando non mi vedi io sono te.

venerdì 23 maggio 2014

Sette minuti


Come il racconto precedente anche questo, ancora più breve, è stato precedentemente pubblicato su Fingerbooks (qui). Si intitola "Sette minuti" ma si legge in meno...


Sette minuti
Non aveva il coraggio di morire ma tanto meno quello di vivere; si ritrovava così, ormai da diversi mesi, sospeso nel bel mezzo del vuoto esistenziale, senza che di quello strano tunnel si vedesse la fine. Ma la cosa più singolare era un’altra: non era stato un errore a condurlo lì, non c’era stata deviazione che giustificasse quell'impasse. Quella che sembrava la più giusta delle vie l’aveva condotto lì, la via giusta, per lui, si era rivelata un vicolo cieco.                  
Dopo aver girato a vuoto per un paio d’ore, rientrò a casa. Gli sarebbe piaciuto trovare il silenzio aprendo la porta ma sapeva benissimo che così non poteva essere, c’era il chiasso di due fratelli ad attenderlo, c’erano le discussioni dei genitori, c’era l’onnipresente televisione. Certi giorni gli sembrava di affogare nel rumore della sua casa, un rumore che in qualche modo gli ricordava una vita dalla quale era escluso, un’operatività che a lui era preclusa. Quello che vive si fa sentire, almeno così gli avevano detto. Che doveva pensare di se stesso che attraversava la vita in silenzio?   
Entrò in casa come un gatto per poi raggiungere la sua camera: tre quarti della sua vita ormai si svolgevano tra quelle quattro mura, per lo più nella semioscurità. Quando si chiuse la porta alle spalle, senza che una sola domanda gli fosse stata rivolta, ancor meglio, senza che nessuno si fosse minimamente accorto del suo rientro, tirò un sospiro di sollievo.      
Passati un paio di minuti, lentamente si tolse la giacca, poi le scarpe, infine si sbottonò la camicia; sperava quasi di allentare in quel modo il nodo che gli stringeva lo stomaco ma non funzionò affatto.      
Alla fine aprì la finestra e l’aria fredda della serata di fine inverno gli ferì il viso e il petto. Nel giro di pochi secondi fu sul davanzale, in piedi, a guardar giù: abitava al settimo piano.       
Ventisei erano i suoi anni, venti gli anni trascorsi nel complesso tra i banchi, centodieci e lode il voto con cui aveva concluso la sua carriera universitaria, zero le ore di lavoro regolarmente retribuite, sette i minuti trascorsi da quando era salito sul davanzale della sua finestra.     
Con fare incerto si girò e saltò di nuovo dentro: non aveva il coraggio di vivere, o forse sarebbe stato più corretto dire che un qualcuno non meglio definito non gliene dava la possibilità, ma non aveva neppure la forza di morire.

domenica 18 maggio 2014

Come da programma

Il breve racconto che segue è stato già pubblicato su Fingerbooks (qui), ma lo ripropongo anche in questa sede.

Come da programma


Ai tempi del liceo tra i ragazzi della mia età circolava una leggenda metropolitana, tramandata di generazione in generazione, una leggenda che, superata la maggiore età, quasi tutti dimenticavano, lasciando i più giovani a lambiccarcisi il cervello quando non avevano nulla di meglio da fare.  
Forse per la pessima abitudine di riflettere troppo, forse per qualche elemento rimasto incastrato da qualche parte nelle profondità del mio inconscio, a vent'anni suonati quella leggenda ancora non usciva dalla mia testa. Parlava di una principessa addormentata quella storia, ma non di una di quelle che si trovano nelle favole, che aspettano il bacio del principe per risvegliarsi; se la leggenda fosse stata vera chiunque si sarebbe guardato bene dal destare la bella fanciulla dal suo sonno, perché la principessa sognava e la città in cui vivevamo e noi tutti eravamo il suo sogno. Questi i punti certi, seguivano poi una miriade di varianti relative ai dettagli: chi era la principessa, di cosa era principessa, perché dormiva e perché doveva sognare proprio la nostra realtà? Una delle versioni più affidabili che circolavano in rete rispondeva in maniera a dir poco inquietante a quelle domande: la principessa altri non era che una giovane dalle straordinarie capacità, che aveva trascorso la sua giovinezza chiusa in un laboratorio alla ricerca dell’innovazione tecnica del secolo, quella che le consentisse di sconfiggere la morte. La principessa della tecnica, non trovavo nome migliore per definirla, era rimasta però vittima di uno dei sui stessi esperimenti, aveva provato su se stessa una strana macchina che, cercando di perpetuare la vita, simulava la morte; la sua coscienza era precipitata quindi in un luogo tale solo in apparenza, perché in fin dei conti quella macchina l’aveva relegata a vivere all'interno della propria coscienza, congelando il resto delle sue funzioni vitali.                
Per me quella leggenda era una sorta di richiamo, senza che capissi esattamente il perché di tanto in tanto ci ripensavo ed ogni volta mi restava la netta sensazione di aver qualcosa da fare ma di aver dimenticato cosa.              
Una sera, tornando a casa dal lavoro, ci ripensavo ormai da una decina di minuti, quando un grosso gatto sporco, sebbene il marciapiede fosse quasi totalmente sgombro, mi sfrecciò tra le gambe interrompendo il corso dei miei pensieri; il sole stava tramontando e riuscii a vedere appena che la grossa bestia, dopo essersi infilata nel vicolo cieco alla mia destra, scomparve dietro al muro che le sbarrava la strada. Lo aveva magicamente attraversato! Mi sfregai gli occhi con le mani chiuse a pugno e mi decisi, dopo non pochi ripensamenti, ad avvicinarmi per esaminare il fenomeno da vicino ed eventualmente accertarmi di aver preso una svista: nessuna svista, quando allungai la mano verso il muro, mi resi conto che non c’era effettivamente nessun muro. In quel preciso istante mi tornò quella sensazione che conoscevo ormai bene: avevo qualcosa da fare e, per la prima volta, ero dove dovevo essere per farlo. Attraversai il muro con tutto il corpo e quando fui dall'altra parte mi trovai di fronte uno spazio ampio e vuoto, ma non ero più all'aperto: sembrava un parcheggio sotterraneo quel luogo, illuminato solo da qualche luce al neon qua e là. Pensai che, se quelle luci non ci fossero state, il posto sarebbe apparso più rassicurante. Mi mossi, attratto da una luce più intensa in fondo a quell'enorme spazio, ma a metà strada mi paralizzai: come delle luci di segnalazione dei faretti appesi al soffitto indicavano il corpo di una ragazza riversa sul pavimento di cemento. Accorsi in suo soccorso, vincendo il terrore. Mi chinai su di lei e non sembrava ferita, semplicemente dava l’impressione di essere addormentata. Le poggiai un orecchio sul petto per ascoltare se il cuore stesse ancora battendo; non feci in tempo a carpire il primo battito che sentii una mano posarsi delicatamente tra i miei capelli e costringermi a restare in quella posizione per qualche secondo.
«Come da programma sei qui» disse la ragazza.              
Era sveglia e probabilmente ero stato io a sottrarla al suo sonno.           
Mi alzai di scatto e lei iniziò a riaprire gli occhi lentamente e ad alzarsi: era bellissima e il suo corpo iniziò ad emanare luce man mano che sembrava riprendere i sensi. Lo spazio lì intorno prese a tremare ma lei non fece una piega.    
«Chi sei?» domandai spaventato.          
«Chi sono io lo sai bene, quello che non sai è chi sei tu» rispose sorridendo.    
«E chi sono io allora?»  
«Sei l’elemento del mio sogno, programmato, sin dall'inizio, col fine di interrompere il mio esperimento».
Quando me lo disse fu come se lo avessi sempre saputo; la guardai inebetito, poi guardai lo spazio intorno a me che si stava letteralmente sgretolando. Restò alla fine solo un cerchio di suolo intorno a me e a lei ma anche quello si restrinse gradualmente, fino ad arrivare al mio corpo che, senza alcun dolore, si sgretolò come il resto. Rimase solo la principessa alla fine, sospesa in quel vuoto, ma vi restò solo per cinque secondi, poi si risvegliò completamente. Alla fine di tutto lei restò lì, da tutt'altra parte avrebbe detto qualcuno, completamente nuda e con tanti fasci di fili elettrici intorno alla testa a farle da corona. Una voce non umana, proveniente dall'unità centrale della macchina che le faceva quasi da involucro, decretò: «Esperimento concluso!».

sabato 5 aprile 2014

Intervista post Time Warp


Dopo la già annunciata pubblicazione della raccolta di racconti Time Warp, è giunta persino l'ora dell'intervista! Non ci credevo neppure io ma la prova la si trova esattamente qui.
Tra le altre cose, rispondere ad un paio di domande, mi ha aiutata a ripensare a quello che avevo scritto a distanza di tempo, la qual cosa non guasta mai.

giovedì 20 marzo 2014

Time Warp. Storie ai confini del tempo e ritorno


Come ho sempre sostenuto, per chi studia o ha studiato Filosofia, quella del tempo è una delle grandi ossessioni: come si controlla, se si può controllare ma soprattutto cos'è?
Secondo Kant si tratta di una delle condizioni di possibilità, insieme allo spazio, della conoscenza sensibile, ma, speculazioni a parte, di tanto in tanto anche i filosofi danno di matto e iniziano a giocare col concetto di tempo... 
Tra questi strani animali da biblioteca ci sono anche io e, a quanto pare, il mio gioco a qualcuno è anche piaciuto, visto che il raccontino che ne è risultato è stato pubblicato, insieme ad altri 11, in una raccolta dal titolo Time Warp. Storie ai confini del tempo e ritorno. 
In questo libricino dalla copertina intrigante (almeno così la vedo io) troverete ogni sorta di fantasia sul tempo applicata a delle storie di vita passata, presente e futura; la mia occupa la posizione numero sei per ordine di comparsa e si intitola (banalmente, lo so!) Il Tiranno. Non anticipo nulla del contenuto, anche perché non so esattamente se il contratto firmato me lo permetta, tuttavia posso assicurare che si tratta di uno scritto non troppo lungo e facile a leggersi.
I restanti racconti sono scritti bene e presentano spunti di riflessione interessanti riguardo al tema centrale, quindi direi che valga la pena di passarli in rassegna tutti: è incredibile quanto possa essere prolifica la mente umana quando pensa ma soprattutto quando si arrovella su certi argomenti! 
Nel caso avessi stimolato la curiosità di qualcuno, ecco dove è possibile trovare il libro: qui.

domenica 24 marzo 2013

Bugie senza colpa: settimo risveglio


E col settimo si può chiudere...

SETTIMO RISVEGLIO

Quando aprii gli occhi sul mondo, mi resi conto della stranezza del sogno nel quale ero stato immerso fino a quel momento, se di sogno si era trattato, visto che, fino ad allora, avevo preso per reale tutto quanto e forse, persino in quel frangente, stavo sognando di aver sognato.
C’erano tanti esseri che si affaccendavano sin dai primi istanti del loro risveglio nel mio sogno, mentre io… Cosa stavo facendo io?  Semplicemente mi svegliavo dalla realtà.
Già in piedi e non disteso, senza tutte quelle pratiche particolari che gli esseri del mio sogno avevano messo in scena dopo il risveglio, mi misi in cammino. Era quello il mondo reale, un deserto, nulla di più. C’ero solo io in quel deserto senza costruzioni, senza traccia alcuna di passaggio prima del mio.
Iniziavo a ricordare per quale motivo avessi cercato rifugio in quel sogno, dove tutto era in movimento, dove l’unico cedeva il posto al molteplice, alla varietà. Era volontario il mio sogno? Forse lo era…
Talmente era l’abitudine alla distinzione e all’artificio che quasi mi stupii nello scoprirmi senza uno straccio addosso e totalmente in bilico tra i due sessi. Era stato un gioco, tutto un grandioso gioco della mia mente la distinzione! Di me avevo fatto molti, da un unico sesso indistinto ne avevo ricavati due: era stata una strana esprerienza la scissione e, dopo tutto, avevo creato un gran caos e tanto smarrimento, perché tutte quelle proiezioni di me, in fondo, sapevano di essere uno e che altro era solo un modo diverso per dire io. Davvero una bella messa in scena!
Avanzavo in quello spazio vuoto che, mentre dormivo, avrei definito Nulla e cercai di calcolare per quanto tempo avessi dormito. Ma mi ingannavo ancora! Il tempo era un’altra delle mie invenzioni oniriche, un’altra arbitraria divisione di un’unità indistinta. Non potevo più pensare in termini di tempo; il battito delle mie ciglia era miliardi di anni e i miliardi di anni erano svaniti senza dolore, perché, fondamentalmente, neppure il dolore esiste dove c’è unità: se è la divisione a determinarlo, come può esistere laddove la divisione, in tutte le sue forme, è solo illusione?
Osservai il mio Nulla con amore: era esso la condizione grazie alla quale era stato possibile il mio sogno; eppure di quel Nulla eterno ne avevo avuto abbastanza e così la realtà aveva fatto irruzione nella mia mente. Ma che dico? Irruzione? A dire il vero c’era già da sempre e si era solo resa manifesta nel sogno, il mio sogno reale, con tutte le sue tragiche distinzioni, con la sua bellezza decomposta; è difficile mettere insieme i pezzi di una bellezza in frantumi e, solo in stato di veglia, potevo sapere cosa fosse la bellezza nella sua unità.
Procedevo nel deserto senza ostacoli, perché il Nulla non ha confini, ripensando agli affanni e alle gioie dei miei frammenti umani: era stato come guardarsi in uno specchio andato in pezzi e vedere un numero infinito di sfaccettature di sé. Quale modo migliore per vedersi, osservarsi, conoscersi? I sogni illuminano! Sembra tutto messo a caso e, invece, c’è un filo: io li avevo visti tutti i fili, perché li avevo creati.
Mi fermai in uno degli infiniti non-punti di quel non-spazio del quale ero parte. Ero al punto di partenza perché lo spazio nel Nulla non esiste e tutti i punti di partenza sono punti di arrivo. Non ci sono distanze da percorrere, tutti i punti sono uno solo. Quante distanze avevo escogitato per i miei frammenti umani! Le distanze sono separazioni e le separazioni sono illusioni oniriche.
Richiusi gli occhi e la realtà ricomparve: erano trascorsi tre minuti o tremila anni, per me non c’era differenza. Tutto era come lo avevo lasciato; i miei frammenti umani intenti a percorrere le loro distanze, ad impiegare il loro tempo, a soffrire per le loro differenze, per il loro non essere gli uni gli altri. Soffrono per un’illusione: loro sono i loro altri!
M’immersi nel sogno e ridiventai ciascuno di loro.

sabato 23 marzo 2013

Bugie senza colpa: sesto risveglio

SESTO RISVEGLIO

Il telefono suonò cinque, forse sei volte, prima che mi alzassi dal pavimento e andassi a rispondere.
La voce di mia madre m’investì determinando l’immediata reazione delle mie tempie doloranti.
- Tesoro, tutto bene? Perché non rispondevi?
Fissai per un istante il punto del pavimento dove ero stata distesa appena trenta secondi prima. E poi il caos, caos ovunque.
- Scusa mamma… è solo che… che ero molto stanca e ho dormito tanto… più del solito…
Mi massaggiai le tempie con le dita e sbadigliai.
- Oh lo sento cara! Hai fatto colazione?
- No mamma, te l’ho appena detto… dormivo e…
- E allora devi assolutamente correre a farla!
Dopo un sì che nascondeva appena la noia, ascoltai le svariate raccomandazioni che stonavano decisamente con la mia età, i suoi saluti prolungati e riagganciai.
Poggiai le spalle alla parete e mi lasciai scivolare fino a terra: sotto gli occhi la mia casa sottosopra!
Com'era possibile che fossi stata capace di combinare quel disastro? Eppure l’avevo fatto, ricordavo ogni singolo gesto dettato dalla rabbia, ogni oggetto infranto, ogni pulsazione del mio essere in preda allo slancio distruttivo. E alla fine cosa avevo fatto? Mi ero disposta al centro della mia opera, tutta dolorante, e mi ero addormentata.
C’erano fogli di libri e quaderni strappati sparsi ovunque, bicchieri, tazze e piatti sbriciolati, mobili danneggiati e, quelli che non erano danneggiati, non erano al loro posto, come le sedie che erano finite tutte a gambe all'aria.
Cosa diavolo mi era preso? Ero una creatrice non una distruttrice! Guardai le mie tele a terra, tutte distrutte, tagliate, sfondate.
Qual era il limite tra il creare e il distruggere? Spesso nella mia testa si confondevano e, per poter creare, avevo bisogno di radere al suolo tutto il mio mondo.
Ecco cos'era successo la sera prima, un sabato come tanti, a casa da sola come al solito. Avevo preso il pennello in mano e l’avevo fissato inebetita per un tempo indeterminato, proprio come ora contemplavo ciò che restava delle mie cose; subito dopo, invece di intingerlo nel colore, mi ero ritrovata a spezzarlo in due parti. Poi avevo sbattuto per terra la tela che si trovava sul cavalletto… E così via in una colata libera di rabbia emersa da chissà quali profondità, una rabbia primitiva, devastante, esaurita la quale, mi ero ritrovata al centro della spirale dei cocci della mia vita, senza più un briciolo di forza.
Accesi una sigaretta dopo aver ripescato il pacchetto da sotto un mucchio di vestiti, precedentemente lavati e stirati, eppure gettati a terra come un cumulo di stracci. Mi fecero pensare che non potevo permettermi di fare la stessa fine, perché non ci sarebbero state delle braccia caritatevoli a tirarmi su; non avrei avuto nessuno lì pronto a porre rimedio alle spiegazzature. No, proprio non potevo permettermelo!
Per l’ennesima volta prendevo la rincorsa, mi precipitavo a perdifiato e con gli occhi chiusi verso il baratro e, sull'orlo del precipizio, mi arrestavo. Avevo dato un’occhiata giù, come tante volte, per poi voltare le spalle e tornare indietro, fino al punto da dove avrei potuto prendere di nuovo la rincorsa.
Finii la sigaretta e mi tirai su. Raccolsi il posacenere, e dopo quello raccolsi i vestiti sparsi ovunque, poi rimisi al loro posto i libri e quei quaderni di appunti che si erano salvati. Pezzo dopo pezzo rimisi in ordine il mio appartamento devastato e riempii due sacchi della spazzatura di oggetti irrimediabilmente danneggiati.
Fuori aveva iniziato a piovere da un po’; guardai la strada sotto la mia finestra che, a una prima occhiata, mi era sembrata deserta. Ben presto, però, mi resi conto di due ragazzi che attraversavano tranquillamente, tenendosi sotto braccio. Due folli o due innamorati? Secondo alcuni la differenza era nulla. Pensai che io, folle per amore, non lo ero mai stata e, forse, mai avrei sperimentato un simile stato di grazia. Probabilmente non ero predisposta all'amore, perché l’amore è una forma di sovrabbondanza e, a me, mancava l’essenziale. Senza accorgermene avevo scarabocchiato dei cuoricini con le dita sui vetri appannati dall'umidità: cancellai tutto col palmo della mano ed andai a recuperare l’unica tela bianca che era rimasta intatta; la posizionai sul cavalletto e la osservai in piedi a braccia incrociate, in attesa che da quel bianco emergesse la figura che stavo cercando. Lo spazio prese forma: non una figura nello spazio ma dello spazio, che esigeva di venire alla luce. Lasciai che si cullasse ancora un po’ nella mia testa perché, intanto, mi era tornata in mente la voce di mia madre che m’intimava di andare a fare colazione.
Tirai fuori il latte dal frigo (che fortuna che non fosse finito ad imbiancare le pareti!) e con esso quanto di più dolce fosse rimasto in dispensa: volevo provare a creare artificialmente quella sovrabbondanza d’amore di sé che mi avrebbe permesso di amare anche gli altri. L’artificialità è decisamente sottovalutata, può rivelarsi una delle cose più piacevoli che esistano.
La colazione a base di zuccheri durò a lungo e, quando ebbi finito, notai che la pioggia cadeva ormai esausta e stava per cedere il passo ad un timido sole. Pensai che nel pomeriggio sarei potuta uscire, contrariamente ad ogni proposito di reclusione, tanto più che avevo bisogno di ricomprare il materiale che avevo fatto a pezzi.
Possibilità su possibilità mi si accumularono nella testa, come accadeva sempre dopo uno dei miei momenti distruttivi: era come svuotarsi, fare piazza pulita di tutto e lasciare, quindi, uno spazio vuoto che accogliesse tutte quelle possibilità.
Il vuoto, nella mia testa, era potenza pura e i miei atti distruttivi, che miravano a crearlo, non erano null'altro che una malcelata volontà di potenza.
Dipingevo spazi vuoti dopo essermi svuotata, dipingevo la possibilità e mai il mero residuo attuale di tale possibilità.
Messe da parte le considerazioni di ordine filosofico, mi sistemai per bene, indossai l’impermeabile ed uscii subito, chiudendomi la porta di casa dietro le spalle.

venerdì 22 marzo 2013

Bugie senza colpa: quinto risveglio



QUINTO RISVEGLIO

Finii per svegliarmi al ritmo incalzante delle gocce d’acqua che tamburellavano sul tettuccio dell’auto: tanti piccoli tamburi tribali! E se fuori il rumore ricordava quello di una serie di bonghi regolarmente percossi, nella mia testa c’era un’intera orchestra scoordinata. Sentivo le tempie pulsarmi e l’alcool della sera prima mi aveva lasciato un pessimo sapore in bocca. Ero al posto di guida e mi piegai in avanti fino a toccare il volante con la testa.
Fu a quel punto che mi accorsi della tipa che dormiva scomposta sul sedile di fianco; la guardai bene: lunghi capelli di un castano chiarissimo, una bocca con labbra sottili dalla quale colava un rivolo di saliva, trucco devastato, vestiti stropicciati…
Chi cavolo era quella?!
Mi passai le mani tra i capelli che trovai completamente induriti dal gel della sera prima: avevo assolutamente bisogno di una doccia!
Dopo qualche minuto di riflessione mi decisi a svegliare la ragazza che ronfava della grossa sul sedile del passeggero ma, non appena la toccai, cacciò un urlo stridulo e fece un balzo tale che per poco non si schiantò con la testa contro il tettuccio dell’auto.
- Ehi! Stai tranquilla! – le urlai con le mani alzate, al fine di dimostrare tutte le mie buone intenzioni.
- Tu chi sei? – mi urlò per tutta risposta.
- Visto che questa è la mia auto questa domanda dovrei farla io a te, non credi?
Tacque.
- Che ci fai nella mia macchina? Non ti ho… incontrata ieri in quel locale, vero?
- Non mi sembra di averti visto lì – rispose lei, come a voler confermare che lì c’era stata anche lei in effetti.
- Ho capito. Quindi com’è andata?
- Beh, ti ho visto che dormivi in auto, l’auto era aperta e ho pensato che non avrei dato fastidio se mi fossi messa a dormire un po’ anch’io…
- Ah, ecco… - risposi con non poca perplessità; tuttavia avevo fretta di tornare a casa e rilassarmi, quindi misi a tacere i miei dubbi, presi per buone le sue risposte e le chiesi dove abitasse per accompagnarla a casa. Mi rispose indicando la palazzina di fronte al locale davanti al quale eravamo parcheggiati. La perplessità tornò di nuovo a bussare alle porte della mia testa.
- Vuoi che ti porti in braccio fino a casa allora? – le domandai ironicamente.
Ignoravo che, quando le giornate iniziano in maniera assurda, tutto sembra volto poi a confermare quell’assurdità: la ragazza fece cenno di sì con la testa.
Scoppiai a ridere, dopodiché scesi e andai ad aprirle lo sportello, stiracchiandomi sotto la pioggia battente mentre facevo il giro della macchina.
- Non credo che riuscirei a portarti in braccio fino a casa, sono fuori allenamento… Però posso portarti sotto braccio eh!
A quel punto si decise a prendere la mano che le stavo porgendo e scese; in piedi sembrava più piccola di quanto non fosse apparsa ad una prima occhiata in macchina.
Mi prese effettivamente sotto braccio e attraversammo la strada, incuranti della pioggia che continuava a cadere.
- Ieri sera ho abbandonato la mia migliore amica ad una festa per seguire un ragazzo nel locale qui di fronte – mi disse senza alcun preavviso e senza che io le avessi chiesto nulla.
La incitai a continuare.
- Ho provato a chiamarla ma non risponde al cellulare. Ora sono delusa perché il ragazzo mi ha piantata in asso a metà serata e mi sento in colpa perché non so che fine abbia fatto la mia amica.
Ho l’abitudine della sincerità: brutto vizio in certi contesti!
- Direi che ti sei comportata da schifo!
Corrugò la fronte e cambiò tono.
- Lo so! Non c’era bisogno che me lo dicessi anche tu!
- Non te la prendere, ti volevo mettere di fronte alla realtà. Ѐ probabile che la tua amica sia incazzata di brutto a quest’ora e che per questo non risponda al telefono.
- Ѐ probabile – rispose con un tono già mutato, mentre entravamo nella palazzina dove abitava, bagnati per tre quarti.
L’ascensore probabilmente era rotto, perché prese a salire lentamente le scale senza neppure guardarlo: scale anonime, contornate da pareti grigiastre, come si addice ad un luogo di transito che si rispetti, un luogo dove nessuno vorrebbe restare più a lungo dello stretto indispensabile.
Salivo, e intanto mi chiedevo come fosse potuto accadere che, appena sveglio, mi fossi lasciato coinvolgere in quella faccenda surreale. Salivamo, e sembravamo due anziani pieni di dolori, tanto che pensai che forse sarebbe stato più semplice se l’avessi portata a casa in braccio per davvero.
- A che piano abiti?
- Secondo.
Tirai un sospiro di sollievo: quelle scale sembravano allungarsi ad ogni passo e, se mi avesse detto di abitare al quarto o quinto piano, l’avrei mollata lì a continuare da sola quella solenne ascesa, per fuggire il più lontano possibile; ma, arrivati a metà percorso, si fermò.
- Meglio se ci salutiamo qui, tra poco dovrò vedermela con i miei genitori, che ti assicuro saranno molto più incazzati della mia amica!
- Come preferisci – le risposi, cercando di assumere un’espressione contrita, mentre dentro, in realtà, fui più che sollevato.
Lei riprese la salita, io aspettai qualche secondo e poi mi precipitai giù, saltando due gradini per volta.
Uscendo in strada, sotto una pioggia più leggera, pensai che non le avevo neppure chiesto come si chiamasse; subito dopo, come in un battibecco con me stesso, mi dissi che neppure mi interessava saperlo in fondo.
Nell’atteggiamento di quella ragazza avevo letto una vena di squilibrio che m’inquietava non poco: la cosa mi spaventava, tuttavia mi spavantava ancora di più il fatto che, quella stessa vena, avesse suscitato su due piedi la mia simpatia. Generalmente, quando fuggiamo, lo facciamo da qualcosa che abbiamo dentro, dal riflesso esterno di qualcosa che abbiamo dentro per la precisione.
Saltai in macchina e, prima di mettere in moto, lanciai un’occhiata al sedile vuoto. Per sicurezza guardai anche i sedili posteriori: ormai mi aspettavo qualsiasi cosa!
Di fronte al vuoto risi di me stesso e partii.

giovedì 21 marzo 2013

Bugie senza colpa: quarto risveglio


QUARTO RISVEGLIO

Mi sentii punzecchiata ripetutamente, prima ad un braccio, poi ad una guancia, sempre più forte.
- Cosa ci fai nella mia casetta?- sentenziò, a mo’ di rimprovero, la bambina china su di me non appena aprii gli occhi.
Ero raggomitolata a terra, tutta infreddolita e, il primo istinto, appena sveglia, fu quello di stringermi ancora di più su me stessa e proteggermi il volto con le braccia. Quando vidi che la bambina non accennava a smuoversi dalla sua posizione di giudice, con le braccia strette intorno alle ginocchia, in attesa della mia risposta, mi tirai su e mi misi seduta. Alzarmi in piedi non potevo perché la casetta era troppo bassa; era uno di quei giocattoli a misura di bambino, tutta in plastica e posizionata al centro del giardino.
La sera prima ero fuggita dal caos di una festa organizzata dalla sorella maggiore della bambina che adesso mi stava davanti, mi ero rifugiata in quella casetta e mi ci ero addormentata.
- Perché non mi rispondi?
- Perché mi sono appena svegliata…
Mi guardò con aria sospetta e non sembrava affatto soddisfatta della mia risposta.
- Stai tranquilla, me ne vado subito – aggiunsi per rispondere alla sua titubanza.
Raccolsi i miei occhiali da terra e afferrai la borsa che mi aveva fatto da cuscino; la bambina mi lasciò uscire gattonando dal suo territorio e fu in quel momento che mi resi conto che era già giorno. Imprecai contro me stessa ed iniziai a correre; la bambina prese subito ad inseguirmi gridando ed agitando il mio cellulare tra le mani: feci retromarcia, recuperai il telefonino e ripartii lasciando in una certa confusione la bimba.
Mentre correvo, cercai di ricostruire la giornata precedente.
Ero stata invitata a quella stupida festicciola a casa di una mia compagna di classe, festicciola alla quale non avevo la minima intenzione di partecipare; la mia migliore amica, però, aveva insistito affinché ci andassi, perché, senza di me, sarebbe saltata la possibilità di propinare una scusa credibile ai suoi e, con essa, l’occasione di vedere il ragazzo che le piaceva.
Com'era prevedibile, dopo mezz'ora, mi ero ritrovata da sola nel caos più totale, ad osservare il tutto dal mio angolino; dopo un’ora, neppure l’angolino mi era sembrato più tanto adatto al mio pessimo umore ed ero uscita in giardino, dove avevo notato la casetta di plastica. Da piccola avevo sempre desiderato un rifugio del genere, senza mai riuscire ad ottenerlo, quindi, senza pensarci due volte, mi ero avvicinata, chinata e, carponi, ero riuscita ad entrare dalla porta senza incastrarmi: era abbastanza spaziosa dentro ma non troppo alta, dunque mi ero rannicchiata e lì mi ero addormentata.
Che diavolo mi era saltato in mente? E perché la mia amica non era venuta a cercarmi? Non fosse stato per la bambina, chissà per quanto tempo ancora sarei rimasta a dormire lì dentro!
Non sarei mai arrivata a casa a piedi, quindi decisi, mentre notavo con preoccupazione le varie chiamate perse sul cellulare, di prendere l’autobus che sarebbe passato di lì a cinque minuti.
Corsi a perdifiato per raggiungere in tempo la fermata: difficilmente avrei sperimentato un risveglio altrettanto movimentato in futuro! Arrivai giusto in tempo, saltai su e rovistai nella borsa per cercare i soldi per il biglietto: ritenni quasi un miracolo il fatto di trovare al primo colpo le monete necessarie.
Sul pullman c’era solo una signora dall'aria annoiata che alzò lo sguardo quando passai vicino al suo posto. Dovevo avere un aspetto orribile, ero stanca e infreddolita e avrei dato di tutto pur di essere al caldo nel mio letto. Avrei dato ancora di più per non essere mai andata a quella stupida festa la sera prima; le odiavo le feste, non ero mai a mio agio nei luoghi affollati e rumorosi perché, dopo poco, m’intristivo e mi ritiravo nell'angolo meno in vista con la vana speranza di sparire nel nulla.
Ma la festa era acqua passata: il vero problema era che cosa avrei raccontato una volta a casa!
Pensavo proprio ad una scusa qualsiasi quando l’autobus si fermò per far salire un ragazzo minuto con una rosa stretta in una mano: la cosa era strana, ma pensai anche a quanto fosse bella quella scena di prima mattina. Avevo un’inspiegabile attrazione per gli avvenimenti inusuali: dormire nella casetta era stato un gesto sciocco, bizzarro ma, in fondo, bello nella sua stranezza.
Il ragazzo scese alla fermata prima della mia, proprio nei pressi dell’abitazione della più antipatica tra le mie compagne di classe e, se quella rosa era destinata a lei, pensai, era decisamente sprecata!
Scesi dopo dieci minuti e, nonostante la stanchezza, forse per ritardare il momento dell’impatto con la mia famiglia, non presi l’ascensore e risalii lentamente le scale, fino al terzo piano, dove abitavo.
Cercai di non far rumore entrando ma, la prima cosa che notai, appena dentro, fu lo sguardo infuocato di mia madre, seduta al tavolo della cucina, con un’enorme tazza di caffè tra le mani.
- Meno male che alla festa non ci volevi andare! – disse con tutto il sarcasmo di cui fu capace.
– Si può sapere dove hai dormito? Ammesso che tu abbia dormito! – aggiunse.
Decisi in quel momento, su due piedi, di essere sincera.
– Ho dormito - risposi abbassando gli occhi, consapevole del fatto che lei, invece, aveva passato la notte in bianco.
- E dove, di grazia?
- A casa della mia compagna… quella della festa… Mi sono addormentata nella casetta della sorellina, nel giardino…
La cosa doveva sembrare abbastanza assurda, talmente assurda che probabilmente mia madre mi credette subito. Scoppiò a ridere.
- Sarà anche vero- disse continuando a ridere – ma per la notte in bianco giuro che me la paghi!
Mi si avvicinò, mi tolse un filo d’erba dai capelli arruffati e, dopo averlo lasciato cadere, mi diede un buffetto sulla stessa guancia che la bambina mi aveva punzecchiato col dito facendomi svegliare.
- Sai che ti dico? Io me ne torno a letto! Ci penserò dopo ad una punizione esemplare per te, signorina! Sono sicura che a mente fresca mi verranno molte più idee…
La guardai andarsene in camera, ondeggiando nella sua vestaglia bianca. Quando chiuse la porta, in casa fu il silenzio più totale; mio padre e mio fratello con ogni probabilità dormivano ancora profondamente.
Mi tolsi le scarpe nere di tela e le portai in mano fino in camera per posarle a terra solo davanti a ciò che più avevo desiderato da quando avevo aperto gli occhi: il mio letto. Non persi tempo neppure per spogliarmi, m’infilai direttamente sotto le coperte, assumendo la stessa posizione che avevo assunto nella casetta durante la notte e così mi addormentai come un sasso. 

mercoledì 20 marzo 2013

Bugie senza colpa: terzo risveglio


TERZO RISVEGLIO

Quando il trillo prolungato e lacerante della sveglia mi ferì le orecchie, allungai una mano sul comodino ma, ovviamente, non trovai nulla: la sera prima l’avevo preventivamente posizionata lontano dal letto al fine di costringermi ad alzarmi per poterla spegnere.
Le studiavo tutte per fregarmi da solo, perché il me stesso della mattina era un altro, un tizio inaffidabile che avrebbe fatto di tutto pur di non alzarsi dal letto, anche scaraventare la sveglia contro il muro, com'era già accaduto un paio di volte! Dovevo fregare me stesso ed alzarmi prima di iniziare a pensare troppo, prima che il mio cervello si fissasse sull'apparente assurdità della motivazione per la quale mi alzavo ogni mattina prima del dovuto, due ore prima della scuola, anche di domenica, anche con la pioggia o con la neve.
Saltai giù dal letto e corsi a spegnere la maledetta sveglia.
Uscendo dalla mia camera incrociai mio padre che si dirigeva, ancora mezzo addormentato, verso il bagno.
- Vorrei capire perché anche di domenica…- disse con aria di rassegnazione.
- Senso del dovere! – risposi, battendolo sul tempo e chiudendomi in bagno prima di lui.
Quando uscii, vidi dalla finestra le prime luci del giorno e la cosa mi diede coraggio: tornai saltellando in camera mia e mi vestii; guardai la rosa rossa nel vaso sulla scrivania per qualche secondo prima di prenderla delicatamente tra le mani e legarci, con un nastrino rosso anch’esso, il solito bigliettino sul quale scrissi il numero centoventitré. Questo significava una cosa ben precisa e cioè che quello era il centoventitreesimo giorno che mi alzavo alle sei di mattina per posare la stessa rosa (o almeno una sempre uguale) sulla finestra della stessa persona. E mi sentivo fortunato per il fatto che abitasse al piano terra e non mi fosse toccata in sorte anche la scalata!
Quando alzai lo sguardo, mi ritrovai ad osservare la mia immagine riflessa nel piccolo specchio appeso alla parete: avevo troppi brufoli sulla faccia, coperti appena da una peluria che non si decideva a diventare vera a propria barba, nonostante i miei diciotto anni. Mi sentivo troppo basso, troppo magro e sgraziato ed erano forse queste le ragioni per cui non avevo mai firmato i miei bigliettini sul davanzale. Se lei sapesse o no, lo ignoravo, fatto sta che, quando mi vedeva più tardi, a scuola, a stento mi salutava; ma io continuavo, mi ripetevo ogni mattina che l’amore non dipendeva dall'essere corrisposto o meno, l’amore era indipendente da queste cose, l’amore voleva solo amare, nient’altro… Questo mi ripetevo!
Uscii con la rosa tra le mani e in dieci minuti raggiunsi la fermata dell’autobus che passò quasi subito; com'era prevedibile a quell'ora, di domenica mattina, era quasi vuoto, fatta eccezione per una signora sulla cinquantina e una ragazza con gli occhiali che sembrava particolarmente assonnata.
Mi sedetti ai primi posti: sarei sceso di lì a un quarto d’ora e non ebbi il tempo di rilassarmi.
Scesi e mi incamminai sotto il cielo che, come mi accorsi solo allora, prometteva pioggia; la cosa non mi demoralizzò più di tanto e in pochi minuti arrivai a destinazione.
Già da lontano notai che c’era qualcosa di diverso, nel senso che sul davanzale, dove avrei dovuto mettere la solita rosa, c’era una busta gialla in bella vista.
Mi avvicinai, con le gambe che mi tremavano, e presi in mano la busta. Me la rigirai tra le dita, incurante del fatto che qualcuno potesse vedermi: in genere posavo la rosa e me la davo a gambe.
Aprii e tirai fuori il foglio ripiegato che c’era all'interno. Lessi: RISPARMIATI LE ROSE. NON MI INTERESSI!
Era scritto in stampatello maiuscolo con un pennarello nero ed occupava tutto il foglio.
Restai lì incredulo e rilessi più volte lo stesso messaggio chiaro e stringato.
- Vaffanculo! – pensai. Poi lo dissi anche ad alta voce, appallottolando rabbiosamente quel foglio insieme alla busta gialla. Buttai la palla di carta per terra e corsi via con la mia rosa ancora stretta nel pugno.
Centoventitré giorni! Centoventitré giorni della mia vita ad alzarmi alle sei per poi ricevere quella risposta! L’amore vuole solo amare e non ha la necessità di essere ricambiato, mi ripetei per la seconda volta quel giorno, e per la seconda volta dissi - Vaffanculo!
M’inoltrai tra le case del centro fino a raggiungere, senza nemmeno accorgermene, un parco con delle panchine, dove mi sedetti e trascorsi le ore successive. Sì, le ore, perché restai lì a pensare almeno tre ore, fino a quando non caddero le prime gocce di pioggia ed io mi decisi ad alzarmi, spezzando in due, nello stesso momento, la rosa che per tutto il tempo avevo tenuto tra le mani. La infilai nel primo cestino quando la pioggia già iniziava a battere più forte.
Uscii dal parco e mi ritrovai in pieno centro, tra la gente che scappava in cerca di un riparo o, in alternativa, apriva gli ombrelli; io appartenevo alla prima categoria, perché non avevo assolutamente pensato di portarmi dietro un ombrello.
Iniziai a correre senza sapere dove stessi andando esattamente e rallentai solamente di fronte ad una scena curiosa. C’era una ragazza, lì, in mezzo a tutta quella gente che correva, che sembrava godersi la pioggia senza troppi problemi: stava lì ferma con un libro in mano ed era già quasi tutta bagnata, come me d'altronde.
Per qualche assurdo motivo mi passò un pensiero per la mente: non avrei dovuto buttare la rosa! Se non l’avessi buttata, l’avrei potuta dare alla ragazza della pioggia, della quale, per un brevissimo istante, incrociai lo sguardo. Senza accorgermene mi ero addirittura fermato: due mondi immobili sotto una cascata d’acqua e tutta una serie di proiettili umani, sparati intorno a noi, che quella cascata d’acqua cercavano di evitarla ad ogni costo.
Sorrisi senza motivo per poi ridiventare anch'io uno di quei proiettili alla ricerca di un riparo; lo trovai, dopo un paio di minuti, sotto il terrazzino di una casa e restai lì fin quando la pioggia non divenne più sottile. A quel punto mi avviai alla fermata del pullman per tornarmene a casa mentre quella leggera pioggerella continuava ad entrarmi nelle ossa: mi stava raffreddando il cuore in qualche modo, lo sentivo e sentivo anche che, in quel momento, era come una benedizione.
Completamente fradicio salii sull'autobus e, arrivato a casa, mi spogliai e mi feci una doccia calda per scongelarmi i muscoli e il cervello; feci tutto con molta calma, nonostante fosse quasi ora di pranzo.
Una volta asciutto e vestito, invece di andare a tavola, me ne tornai in camera e mi misi a letto, perché avevo molte ore di sonno da recuperare, per non parlare delle ore di vita!

martedì 19 marzo 2013

Bugie senza colpa: secondo risveglio


SECONDO RISVEGLIO

Avete presente la sensazione che si ha quando si è fermamente convinti che tutto possa accadere? Si percepisce il mondo circostante come gravido di possibilità che stanno lì ad attendere solo noi; ci basta fare un passo ed esse sono là! 
Ebbene quella mattina, distesa supina nel mio letto tiepido, era quella la sensazione che provavo, così come l’avevo provata il giorno prima e il giorno prima ancora. Tuttavia mi bastò mettere i piedi fuori dal letto, fare quel passo decisivo verso la realtà, che tutto svanì, come prometteva quell'altra sensazione, quella latente, che anticipava già la delusione alla quale andavo incontro. Tutto, come sempre, avvenne nel giro di due secondi; solo la mia spiccata vista interiore mi permise di cogliere il passaggio da una sensazione all'altra e di chiedermi, come ogni mattina, come fosse possibile una cosa del genere.
Potrei descrivere la mia vita fino ad oggi in questi termini: una serie di tentativi di recuperare quella sensazione che il mattino m’invade il corpo e la mente, prima che la realtà faccia la sua violenta comparsa, tutti tentativi (è quasi superfluo dirlo!) rigorosamente falliti!
Alzandomi dal letto cercai di fare il meno rumore possibile per non svegliare mia sorella, che dormiva nel letto accanto al mio.
Mi ricordai che era domenica e mi ricordai anche quanto odiassi la domenica.
Durante la settimana l’università impegnava la maggior parte del mio tempo e quindi, teoricamente, il fine settimana avrebbe dovuto rendermi più allegra: nulla di più lontano dal vero, perché il fine settimana mi rendeva incredibilmente irritabile, per il semplice fatto che non sarei mai riuscita a fare in quei due giorni, tutto ciò che, per mancanza di tempo,  avevo rimandato durante la settimana.
Mi vestii velocemente, come se avessi avuto un impegno di lì a poco, ma, invece di uscire, ricoprii di libri il tavolo della cucina, divertendomi, poi, a costruire una piccola montagna mettendoli uno sull’altro: quello era il lavoro che mi aspettava per i prossimi esami. Avvertii un leggero senso di ansia e la piccola catasta di libri sembrò crescere sotto il mio naso. Per evitare che l’ansia crescesse aprii subito il libro più grosso, uno di quelli di storia, e misi da parte tutti gli altri.
Lessi pazientemente di battaglie ed alleanze, rivolte e repressioni per due ore circa, dopo di che mi bloccai e la mia mente prese a vagare da tutt’altra parte; quando succedeva, riprendere le redini della mia attenzione era praticamente impossibile. La mia mente era così: una bestia indisciplinata, incapace di prostrarsi troppo a lungo di fronte alla volontà. Sfogliai il libro per vedere quanto mancasse alla fine del capitolo e finii per chiuderlo e alzarmi dalla mia postazione di studio.
Lanciai un’occhiata fuori dalla finestra, mentre il resto della famiglia iniziava ad invadere il territorio che, fino a quel momento, era stato solo mio; le nuvole all’orizzonte non promettevano certo una giornata calda e assolata, ma avevo bisogno di uscire, fuggire più che altro, anche se non sapevo da cosa.
Prima di ripensarci, mi precipitai giù per le scale di casa con destinazione il centro della città. C’erano poche macchine in giro, gente a piedi, come me, ancora meno.
Con le mani affondate nelle tasche dei jeans, mi guardavo intorno e, a chi mi vedeva dall’esterno, dovevo dare tutta l’impressione di essere alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Dopo qualche minuto ebbi davvero quella sensazione, cioè di aspettare qualcuno, qualcosa o qualcuno che facesse succedere qualcosa… Insomma ero in attesa ed ero uscita di casa per andare incontro a quello che attendevo. Mi accorsi di essermi fermata troppo a lungo e che qualcuno iniziava a guardarmi incuriosito; ripresi quindi la mia marcia con gli occhi bassi e le mani strette a pugno nelle tasche. Accelerai come non avrei fatto neppure se avessi avuto un treno da prendere e, per poco, non investii un anziano signore con tanto di bastone: riuscii a deviare all’ultimo secondo senza che il vecchietto baffuto se ne accorgesse. Non sapevo proprio per quale motivo stessi lì a trottare, quindi decisi di crearmene uno al momento; entrai in una libreria (avevo lasciato i libri per tornare ai libri) e mi sembrò che la campanella della porta facesse troppo rumore.
Quando fui dentro, iniziai ad aggirarmi tra gli scaffali alla ricerca dei classici e, solo dopo qualche minuto, comparve da chissà dove un ragazzo con la barba; aveva un’aria avvilita o almeno così mi sembrò.
- Posso aiutarti?
Fui colta alla sprovvista, perché per qualche assurdo motivo non mi aspettavo che parlasse. Restai per qualche istante a bocca aperta e, probabilmente, dovetti sembrare un tipo alquanto originale, tanto che, dopo un po’, il ragazzo non riuscì a trattenere un leggero risolino. Mi accorsi che, in qualche modo, ero riuscita a fargli cambiare umore e ne fui lieta.
- Ti ringrazio ma non so ancora cosa sto cercando.
Rise ancora di più, senza rendersi conto della serietà della mia risposta. Per non deludere le sue aspettative gli sorrisi e tornai ad interessarmi ai libri che, probabilmente, lo stesso ragazzo aveva disposto ordinatamente, accostando quelli del medesimo autore.
- I classici sono da quella parte comunque – mi disse senza che io gli avessi chiesto nulla.
- Come fai ad essere sicuro che cerco la sezione classici?
- O cerchi i classici della letteratura o quelli della filosofia: la faccia non lascia dubbi!
Scoppiai a ridere e presi, senza pensarci troppo, un libro di Dostoevskij, uno di quelli non eccessivamente grossi. Lo posai sul bancone, dove il ragazzo mi ci infilò dentro un segnalibro, e pagai. Lui mi mise il libro in una bustina e, porgendomela, mi disse – Buona lettura e torna a trovarci!
Prendendo la busta dalle sue mani gliele sfiorai involontariamente e notai il contrasto tra il suo calore e la mia freddezza.
Uscii e mi avviai a casa più lentamente di quanto non me ne fossi allontanata: non avevo fretta di tornarci in effetti.
Strada facendo aprii il libro che avevo appena comprato e sfogliai le pagine, apprezzandone la consistenza. Mentre tornavo alla prima pagina, una goccia d’acqua cadde tra le parole e, subito dopo, ne cadde un’altra e poi un’altra ancora. Chiusi il libro e guardai il cielo; rapidamente il ritmo della pioggia aumentò, mi bagnò il volto, i capelli, i vestiti, m’inzuppò rapidamente, senza che io avessi la forza né la volontà di muovermi di lì.
Mi resi conto, d’un tratto, che non mi muovevo perché era proprio quello che avevo atteso, era quella pioggia ciò a cui ero andata incontro con tanta fretta. Fino a quel momento avevo atteso la pioggia.