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domenica 30 maggio 2021

Polvere nella polvere, briciole tra le briciole


Ci hanno trasmesso l'idea che un addio sia qualcosa che si consuma in un attimo, che sia istantaneo come una frattura netta. Nessuno ci dice mai che un addio ha tante tappe dolorose, che si consuma, invece, molto lentamente, che può durare anni. 
Un addio, a volte, è la lenta agonia di un'immagine che ci portiamo dentro, che si dibatte per continuare a sopravvivere a nostre spese. 
Un addio è un rito estenuante e non codificato, in cui dobbiamo inventare volta per volta i simboli della rottura, fino a spezzarci anche noi, tanto da renderci irriconoscibili insieme a quello che intendiamo lasciarci alle spalle. Polvere nella polvere, briciole tra le briciole.
Un addio è la tacita erosione della roccia sulla quale avevamo adagiato, al sicuro, quello che abbiamo amato. Quando finalmente ciò che pensavamo inscalfibile si sbriciola, è il peso stesso che abbiamo attribuito all'idolo a condannarlo e a restituirci la libertà.

venerdì 4 ottobre 2019

Ci sono cose che non si possono dire

Ci sono cose che non si possono dire.
Ci sono cose che non si possono dire perché le emozioni sono bombe e tu sei in un campo minato.
Ci sono cose che non si possono dire perché la verità a ogni costo è un valore assoluto solo nella tua stupida testa corrosa dalla filosofia.
Ci sono cose che non si possono dire perché non si presenterà mai l’occasione propizia per non fare del male a nessuno.
Ci sono cose che non si possono dire perché i segreti hanno sempre troppi protagonisti.
Ci sono cose che non si possono dire perché se dicessi semplicemente “me ne frego” non saresti tu.
Ci sono cose che non si possono dire perché l’amore è una strada dritta e soleggiata solo nei film.
Ci sono cose che non si possono dire perché altrimenti, poi, dovresti dire anche altre cose, e altre cose, e altre cose, per far tornare i conti.
Ci sono cose che non si possono dire perché hanno diritto a esistere solamente nei sogni.
Ci sono cose che non si possono dire perché le vite degli altri devono continuare ad andare così.
Ci sono cose che non si possono dire perché senti di non avere il diritto di turbare un’anima che ha già sofferto.
Ci sono cose che non si possono dire perché è meglio che esploda un cuore soltanto e gli altri continuino a battere.



lunedì 20 maggio 2019

Memento

Ci sono momenti in cui senti di aver dato troppo, ti guardi indietro e vedi pezzi di te regalati con imperdonabile disinteresse. Ti vedi in briciole negli altri e non sai esattamente come raccoglierti e tornare di nuovo una, perché per avere la forza di continuare la tua vita devi essere ben compatta. 
Inizi così a chinarti per prendere tutti quei brandelli, a volte ti tocca strapparli con la forza a chi cerca di tenerseli stretti... allora ti affidi alla rabbia.
C'è chi ha camminato al tuo fianco senza neanche rendersi conto del magma che si agitava sotto la sottile crosta della tua serenità. Cecità? Noncuranza? Paura di sapere? A un certo punto non ti importa più...
C'è chi, poi, brandendo una spada fatta di pensieri, ha infranto quello strato di superficie, puntando al centro di te. Raggiunto il cuore, però, quella spada ha continuato a usarla per devastare ogni cosa, così che alla fine sembrava che uno sciame di fameliche cavallette avesse divorato ogni tua singola sicurezza, ogni idea sulla quale avevi eretto la tua esistenza. Sei fuggita per anni, fino a quanto quella lama non l'hai impugnata tu, per recidere la testa del simulacro.
E ancora, c'è chi ha avuto tra le mani le chiavi di tutte le tue porte, ma le ha gettate via come avrebbe fatto con un ferro vecchio. "Non vali la pena": il messaggio sotteso a quel gesto. Quel mantra ti è risuonato dentro fino a piegarti, ma poi hai capito che, come un qualunque marinaio di Ulisse, dovevi tapparti le orecchie per non gettarti tra le braccia delle sirene.
Infine c'è chi ti ha invasa, perché non conosceva altro modo per entrare in contatto con te; ha cercato di forzare ogni porta, ma, una volta dentro, non ha avuto occhi per vedere né orecchie per ascoltare.
Mi dico, dunque, mentre mi rimetto insieme: calmati, siediti, aspetta. Aspetta chi sa vedere e ascoltare, chi vuole vedere e ascoltare, chi sa cosa farsene delle chiavi che ha in mano e, una volta dentro, non dà alle fiamme le tue stanze. Aspetta chi ha il passo leggero e non usa armi per infrangere le superfici, chi sa orientarsi nei tuoi sinuosi corridoi per arrivare a godersi i panorami dalle finestre. Sii spazio aperto solo in quel caso. 
Potresti aspettare invano, ma almeno sarai tutta intera. 

giovedì 2 maggio 2019

Insignificanti pensieri sull'Amore


L’amore è un gioco a due, in cui si fa la cosa più seria che possa esistere: costruire un mondo e mantenerlo in vita. Sei Atlante, ma condividi il peso di quella gigantesca creatura; se uno dovesse cedere, il mondo travolgerebbe l’altro. 
Non ci si improvvisa titani solitari nell'amore, Demiurghi bisogna esserlo in coppia.

L’amore è un bambino terribilmente serio che, giocando, costruisce la realtà. Perché sia se stesso, l’amore deve necessariamente generare, ma non figli, come qualcuno potrebbe banalmente pensare, deve dare la vita a una dimensione nuova.
Prima di qualsiasi altra cosa, gli amanti devono edificare la loro dimora mentale, il loro regno di pensieri, ai quali accedere mediante un linguaggio segreto fatto di simboli, allusioni, sfumature impercettibili per il resto dell’umanità.




sabato 6 aprile 2019

Robert Musil, l’amore e il caso

Pubblicata nel 1911, la novella Il compimento dell’amore di Robert Musil, all’epoca già autore de I turbamenti del giovane Törless, ebbe scarso successo, non da ultimo per la complessità che, dietro un tema apparentemente semplice, celava fondamentali problemi filosofici 

C’è un testo di Robert Musil che, per la sua brevità, sembrerebbe non poter essere scaturito dalla stessa penna che ha prodotto L’uomo senza qualità; tuttavia, non appena si dà inizio alla lettura, ci si rende conto che l’inconfondibile marchio di fabbrica è inequivocabilmente presente anche in questo scritto.   
Il compimento dell’amore, recita il titolo, ma della banalità di taluni racconti d’amore questa novella ha ben poco, per non dire nulla; il legame che intercorre tra la protagonista, Claudine, e l’uomo amato, sembrerebbe quasi una maschera che consente, però, di intravedere questioni di più ampia portata.     
L’occasione di un viaggio, il temporaneo distacco dal compagno di vita danno modo a Claudine di percepire tutta l’accidentalità della sua condizione di compagna di quell’uomo soltanto: è la casualità che nessuno vorrebbe mai ammettere, quella della scelta dell’amore.       
Proprio questa ferma percezione del caso dietro ogni apparente necessità si fa strada sempre più viva nello scritto di Musil, supportata dall’evocazione di un passato personale della protagonista radicalmente differente rispetto al presente. L’instabilità, l’assenza di scelte esclusive caratterizzava la vita precedente, la stabilità del legame sembrerebbe la prerogativa del presente.          
Ma a restituire il presente all’instabilità giunge la prospettiva del tradimento, non necessario, né supportato da un sentimento forte: è il fascino della possibilità che seduce la protagonista, la possibilità di essere altro se non addirittura nulla di determinato. Ogni presa di posizione, ogni imposizione della volontà che si orienta in una direzione piuttosto che in un’altra appare quanto mai evanescente e priva di ragione.
Ciò che descrive Musil va ben al di là del semplice mettere in dubbio la scelta di un compagno di vita, lo scrittore è infatti capace di far sì che ci si apra davanti l’abisso dell’incoerenza della personalità e della vita di ogni individuo; “si incide una linea, una linea qualsiasi semplicemente continua, per aggrapparsi a se stessi in mezzo all’esistenza delle cose che da essa si erge muta; questa è la nostra vita; qualcosa come quando si parla senza interruzione e si finge con noi stessi che ogni parola sia legata alla precedente e richieda la successiva, perché si teme di barcollare in qualche inimmaginabile modo e di essere dissolti dalla quiete nel momento del silenzio lacerante; ma è solo paura, solo debolezza dovuta alla casualità di tutte le nostre azioni che si spalanca tremenda”.       
Ciò che si rivela, non senza tormento, alla protagonista del breve scritto di Musil, così come si rivelava anche al giovane Törless, è l’impossibilità dell’uomo tutto d’un pezzo: tracciare quella linea retta dall’inizio alla fine della vita è rassicurante quanto ingannevole e, a guardarla da vicino, questa linea si sfibra, mostra insospettabili lacerazioni e tentativi di ricucitura più o meno riusciti.  
Alla fine il tradimento si compie ed è il trionfo della casualità, un puro gioco con la possibilità; e all’uomo che le chiede se per lui provi amore, Claudine risponde: “No, amo il fatto di essere con lei, il fatto, il puro caso che io sia con lei”.           
Paradossalmente per Musil il compimento dell’amore si concretizza con l’infedeltà, “quel poter esistere come per tutti e tuttavia solo per uno”.     


(Precedentemente pubblicato su https://www.zerottonove.it/)           

domenica 29 novembre 2015

Amori kafkiani

Ho sempre avuto una forte attrazione per i diari e le lettere di grandi scrittori e artisti e, negli ultimi tempi, mi sono ritrovata a leggere le Lettere a Milena di Kafka prima e le Lettere a Theo di Van Gogh dopo (che tra una cosa e l’altra non riesco ancora a terminare). Dal momento che, come giustamente pensava qualche saggio greco, non si può dare un giudizio di qualcosa che non sia terminato, mi soffermo sulle lettere di Kafka. Confesso che ho deciso di leggerle perché mi sono innamorata prima di tutto di una singola frase: “E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.  A qualcuno suonerà familiare per quel “che tu sia per me il coltello” di David Grossman, ma chi conosce un po’ Kafka saprà che la raccolta di epistole va ben oltre questa singola frase, che costituisce un po’ un’esca dal significato oscuro per chi non ha gli occhi adatti per osservare tutto l’insondabile buio di questo autore.
Partiamo dai fatti che costituiscono il presupposto di quest’opera. Milena Jesenskà era una giornalista e traduttrice, sposata ma a quanto pare non propriamente felice, Franz Kafka un uomo che aveva già un paio di relazioni fallite alle spalle e una cautela folle nell'accostarsi agli esseri umani. Una virgola spostata da Milena in una frase sembra determinare una lunga catena di reazioni in Franz, basta un giorno senza lettere per far presagire una catastrofe e l’uso di una parola piuttosto che un'altra fa la differenza tra una notte insonne e una accettabile.            
Attraverso ogni singola lettera chi legge riesce a fare un passo nella mente del grande scrittore e ad assaporare l’amaro gusto delle sue angosce; perché è qualcosa di quasi visibile quel fumo scuro che si addensa intorno al petto dell’autore e non lo abbandona mai, quel male che lo corrode e che sembra concretizzarsi davvero con la malattia polmonare che lo porterà alla morte. Quella di Kafka sembra paura di vivere, o meglio Kafka sa che non gli è possibile gestire la vita nei suoi aspetti più banali come fanno tutti perché il minimo dettaglio finisce per sopraffarlo. Non sembra esserci una netta distinzione tra l’ordinario e lo straordinario nella vita di questo che a molti doveva apparire come un personaggio ben strano, forse alla stessa Milena, con la differenza che lei non si lascia spaventare, non scappa, ma scava, “fruga” come dice lo stesso Franz (o Frank come lo chiamava lei), esattamente come un oggetto affilato che penetri dentro la carne per saggiarne la consistenza. Ma l’incanto dell’avvicinamento e della compenetrazione non può che durare poco e non soltanto per la condizione di donna sposata di Milena. Kafka si definisce una “bestia silvestre”, un animale selvatico insomma
che, per un attimo, ha avuto l’illusione di poter vivere come uomo, instaurando una relazione a dispetto della propria natura. Lo stop alla profonda corrispondenza, imposto dallo stesso Kafka, è l’epilogo annunciato di una relazione perita per la troppa intensità. E si resta inevitabilmente con un malinconico pugno di domande dopo l’ultima lettera, domande alle quali, probabilmente, neppure i diretti interessati saprebbero dare una risposta.

giovedì 6 agosto 2015

L'Idea dell'Amore

Che poesia diventi
l’ossessione senza nome,
che si sciolga in versi
e non desti più dolore.

Posso dirlo Amore
questo demone vorace?
Posso forse ripudiarlo
questo mostro senza pace?

E se fosse mera fiamma
andrebbe incontro alla sua fine,
ma l’incendio che divampa
non si spegne con le rime.

Se lo inchiodo alle parole
mi dà un’ora di respiro,
ma quel vuoto, quel silenzio
in un attimo è delirio.

La violenza di chimera,
l’indicibile rumore
fan brandelli della mente,
fanno scempio in ogni dove,

nel mio corpo ormai avvezzo
alle assenze del suo io
quando i morsi del demonio
non si fermano al desio.

Quando attacca rinnovato
col vigore di una belva
accende i dubbi, fa razzia
come ombra in una selva,

come ombra senza forma
la cui origine si perde
nei concetti senza norma
nelle immagini dilette.

Senza carne e senza ossa
non di meno può ferire,
l’animale che ho allevato
può celarsi, mai sparire.

A. N.



venerdì 10 gennaio 2014

Guardando Amour

Oggi ero partita con l'intenzione di guardare un film che non mi facesse pensare troppo ma ho finito con lo scegliere Amour di Michael Haneke.
Siamo abituati ad aspettarci giovani ed aitanti protagonisti da un titolo nel quale figuri la parola "amore" e, trovarsi di fronte una coppia di anziani coniugi, fa già presagire una trama fuori dal comune ed un bel po' di domande.

Amore, vecchiaia e malattia sono concetti non facilmente trattabili insieme e ho l'impressione che questo film mirasse, invece, proprio a questo. Ci sono declinazioni dell'amore che nessuno vorrebbe vedere, a cui nessuno vorrebbe pensare, ma che sono ben più comuni delle grandi passioni ostentate di solito nei film. Che sentimento sarà mai questo strano fenomeno diluito nella quotidianità di decine di anni? Una sorta di mostruosità fatta di noia e sopportazione? Di ben altro sembra parlare questo film da premio Oscar: è la tenacia che, a discapito dell'epilogo, regna sovrana in questa storia.
Confesso che guardare quelle scene che sottolineavano con una straordinaria lentezza le difficoltà dei protagonisti mi ha messo non poca ansia e mi ha portata alla formulazione di diversi interrogativi che credo mi tormenteranno per un po'.
Che poi, alla fin fine, l'unica eroina risolutrice sulla scena sia la morte, questa era cosa purtroppo prevedibile. 


domenica 2 giugno 2013

Rientrare nella propria pelle

...e nulla pensavo a quanto difficile fosse alle volte seguire la propria natura, a quanto coraggio occorresse per essere come siamo e vogliamo e non come gli altri ritengono giusto che dobbiamo essere, a quanta onestà ci volesse per dire a se stessi "fermati qua e torna indietro, hai sbagliato strada!", a quanto tempo si possa sprecare per seguire una via indicata da altri, per aderire ad un modello al quale mai ci si potrà adeguare...
Il sollievo che si prova a rientrare nella propria pelle non si può spiegare, è come lasciarsi liberi di procedere verso il proprio luogo naturale, come seguendo il "pondus" del proprio essere...

"Amore meus, pondus meus" avrebbe detto Agostino...

mercoledì 24 aprile 2013

Un bacio vi seppellirà tutti

"Sorrideva, convinta di aver trionfato sulla mia pazienza: stavo finalmente per fare quello che sperava, inveire, affrontarla, schiaffeggiarla, avrebbe vissuto la sua ora di gloria, mi aspettava.
Presi il suo volto tra le mani e incollai le mie labbra alle sue. Misi a profitto le deficienze di Renaud, Alain, Marc, Pierre, Thierry, Didier, Miguel, ecc. per improvvisare, con scienza infusa e istantanea di quel linguaggio, quanto l'essere umano ha inventato di più assurdo, di più inutile, di più sconcertante e di più bello: un bacio cinematografico.
Non mi fu opposta resistenza. E' vero che beneficiai del più assoluto degli effetti-sorpresa: c'è un valore aggiunto all'inatteso. In quel braccio di ferro del bocca-a-bocca, la trattai con i guanti
Quando le ebbi esposto a lungo il mio modo di pensare, la respinsi e mi voltai verso l'anfiteatro sbigottito e ilare. Con un trionfo schiacciante, chiesi con voce sonora a quei degenerati in soprannumero:
- Altri candidati?
La mia gittata era immensa. Lanciatrice d'asta di alto livello, dovevo solo afferrare ottanta alabarde e trafiggerli tutti. Ma in una mansuetudine senza limiti, mi accontentai di squadrarli con tracotanza, di fulminare con un'occhiata qualche faccia non troppo spregevole e di abbandonare la sala, lasciando dietro di me una povera vittima distrutta che mordeva la polvere" [Amélie Nothomb - Antichrista]

Perché questo lungo passo di un libro sconosciuto ai più... Come prima cosa rispondo che mi piace la scena in sé, dal punto di vista puramente estetico: è come assistere, alla fine della lettura, all'incontro/scontro del bianco e del nero sul piano cromatico, senza che si fondano nel grigio (non a caso la protagonista del breve romanzo si chiama Blanche).
Come seconda cosa mi piace quello che la scena significa: a volte l'unico mezzo che si ha per debellare chi odia senza motivo è colpirlo con un gesto d'amore senza motivo. Christa e Blanche, stessa età, sedici anni, esseri diametralmente opposti; per tutto il romanzo la prima non fa altro che perseguitare la seconda, facendo leva sulle tipiche insicurezze adolescenziali, al culmine della crudeltà della prima la seconda non trova mezzo migliore, per metterla fuori gioco, di un "bacio cinematografico" di fronte ad un'ampia platea. 
Il gesto contro ogni logica funziona: della serie "un bacio vi seppellirà tutti"!

mercoledì 20 marzo 2013

Bugie senza colpa: terzo risveglio


TERZO RISVEGLIO

Quando il trillo prolungato e lacerante della sveglia mi ferì le orecchie, allungai una mano sul comodino ma, ovviamente, non trovai nulla: la sera prima l’avevo preventivamente posizionata lontano dal letto al fine di costringermi ad alzarmi per poterla spegnere.
Le studiavo tutte per fregarmi da solo, perché il me stesso della mattina era un altro, un tizio inaffidabile che avrebbe fatto di tutto pur di non alzarsi dal letto, anche scaraventare la sveglia contro il muro, com'era già accaduto un paio di volte! Dovevo fregare me stesso ed alzarmi prima di iniziare a pensare troppo, prima che il mio cervello si fissasse sull'apparente assurdità della motivazione per la quale mi alzavo ogni mattina prima del dovuto, due ore prima della scuola, anche di domenica, anche con la pioggia o con la neve.
Saltai giù dal letto e corsi a spegnere la maledetta sveglia.
Uscendo dalla mia camera incrociai mio padre che si dirigeva, ancora mezzo addormentato, verso il bagno.
- Vorrei capire perché anche di domenica…- disse con aria di rassegnazione.
- Senso del dovere! – risposi, battendolo sul tempo e chiudendomi in bagno prima di lui.
Quando uscii, vidi dalla finestra le prime luci del giorno e la cosa mi diede coraggio: tornai saltellando in camera mia e mi vestii; guardai la rosa rossa nel vaso sulla scrivania per qualche secondo prima di prenderla delicatamente tra le mani e legarci, con un nastrino rosso anch’esso, il solito bigliettino sul quale scrissi il numero centoventitré. Questo significava una cosa ben precisa e cioè che quello era il centoventitreesimo giorno che mi alzavo alle sei di mattina per posare la stessa rosa (o almeno una sempre uguale) sulla finestra della stessa persona. E mi sentivo fortunato per il fatto che abitasse al piano terra e non mi fosse toccata in sorte anche la scalata!
Quando alzai lo sguardo, mi ritrovai ad osservare la mia immagine riflessa nel piccolo specchio appeso alla parete: avevo troppi brufoli sulla faccia, coperti appena da una peluria che non si decideva a diventare vera a propria barba, nonostante i miei diciotto anni. Mi sentivo troppo basso, troppo magro e sgraziato ed erano forse queste le ragioni per cui non avevo mai firmato i miei bigliettini sul davanzale. Se lei sapesse o no, lo ignoravo, fatto sta che, quando mi vedeva più tardi, a scuola, a stento mi salutava; ma io continuavo, mi ripetevo ogni mattina che l’amore non dipendeva dall'essere corrisposto o meno, l’amore era indipendente da queste cose, l’amore voleva solo amare, nient’altro… Questo mi ripetevo!
Uscii con la rosa tra le mani e in dieci minuti raggiunsi la fermata dell’autobus che passò quasi subito; com'era prevedibile a quell'ora, di domenica mattina, era quasi vuoto, fatta eccezione per una signora sulla cinquantina e una ragazza con gli occhiali che sembrava particolarmente assonnata.
Mi sedetti ai primi posti: sarei sceso di lì a un quarto d’ora e non ebbi il tempo di rilassarmi.
Scesi e mi incamminai sotto il cielo che, come mi accorsi solo allora, prometteva pioggia; la cosa non mi demoralizzò più di tanto e in pochi minuti arrivai a destinazione.
Già da lontano notai che c’era qualcosa di diverso, nel senso che sul davanzale, dove avrei dovuto mettere la solita rosa, c’era una busta gialla in bella vista.
Mi avvicinai, con le gambe che mi tremavano, e presi in mano la busta. Me la rigirai tra le dita, incurante del fatto che qualcuno potesse vedermi: in genere posavo la rosa e me la davo a gambe.
Aprii e tirai fuori il foglio ripiegato che c’era all'interno. Lessi: RISPARMIATI LE ROSE. NON MI INTERESSI!
Era scritto in stampatello maiuscolo con un pennarello nero ed occupava tutto il foglio.
Restai lì incredulo e rilessi più volte lo stesso messaggio chiaro e stringato.
- Vaffanculo! – pensai. Poi lo dissi anche ad alta voce, appallottolando rabbiosamente quel foglio insieme alla busta gialla. Buttai la palla di carta per terra e corsi via con la mia rosa ancora stretta nel pugno.
Centoventitré giorni! Centoventitré giorni della mia vita ad alzarmi alle sei per poi ricevere quella risposta! L’amore vuole solo amare e non ha la necessità di essere ricambiato, mi ripetei per la seconda volta quel giorno, e per la seconda volta dissi - Vaffanculo!
M’inoltrai tra le case del centro fino a raggiungere, senza nemmeno accorgermene, un parco con delle panchine, dove mi sedetti e trascorsi le ore successive. Sì, le ore, perché restai lì a pensare almeno tre ore, fino a quando non caddero le prime gocce di pioggia ed io mi decisi ad alzarmi, spezzando in due, nello stesso momento, la rosa che per tutto il tempo avevo tenuto tra le mani. La infilai nel primo cestino quando la pioggia già iniziava a battere più forte.
Uscii dal parco e mi ritrovai in pieno centro, tra la gente che scappava in cerca di un riparo o, in alternativa, apriva gli ombrelli; io appartenevo alla prima categoria, perché non avevo assolutamente pensato di portarmi dietro un ombrello.
Iniziai a correre senza sapere dove stessi andando esattamente e rallentai solamente di fronte ad una scena curiosa. C’era una ragazza, lì, in mezzo a tutta quella gente che correva, che sembrava godersi la pioggia senza troppi problemi: stava lì ferma con un libro in mano ed era già quasi tutta bagnata, come me d'altronde.
Per qualche assurdo motivo mi passò un pensiero per la mente: non avrei dovuto buttare la rosa! Se non l’avessi buttata, l’avrei potuta dare alla ragazza della pioggia, della quale, per un brevissimo istante, incrociai lo sguardo. Senza accorgermene mi ero addirittura fermato: due mondi immobili sotto una cascata d’acqua e tutta una serie di proiettili umani, sparati intorno a noi, che quella cascata d’acqua cercavano di evitarla ad ogni costo.
Sorrisi senza motivo per poi ridiventare anch'io uno di quei proiettili alla ricerca di un riparo; lo trovai, dopo un paio di minuti, sotto il terrazzino di una casa e restai lì fin quando la pioggia non divenne più sottile. A quel punto mi avviai alla fermata del pullman per tornarmene a casa mentre quella leggera pioggerella continuava ad entrarmi nelle ossa: mi stava raffreddando il cuore in qualche modo, lo sentivo e sentivo anche che, in quel momento, era come una benedizione.
Completamente fradicio salii sull'autobus e, arrivato a casa, mi spogliai e mi feci una doccia calda per scongelarmi i muscoli e il cervello; feci tutto con molta calma, nonostante fosse quasi ora di pranzo.
Una volta asciutto e vestito, invece di andare a tavola, me ne tornai in camera e mi misi a letto, perché avevo molte ore di sonno da recuperare, per non parlare delle ore di vita!

sabato 16 febbraio 2013

Impossibili tentativi di definizione

Certe volte mi riscopro una persona estremamente ordinaria, succede tutte quelle volte che mi sorprendo a riflettere su un concetto comune come quello di amore. 
Dico che "mi sorprendo" perché la parte di me che è solita supervisionare i ragionamenti nei quali un'altra parte della testa si perde tollera poco l'immersione in un certo tipo di argomenti che sa, sin da principio, essere dei veri e propri labirinti di parole. 
Nonostante ciò, a volte, sento quasi la necessità di provare a dare una definizione, di porre finalmente i due punti e una bella frase esplicativa, lunga o breve che sia, dopo la parola "Amore": è semplice volontà di controllo, perché possedere una definizione vuol dire avere un termine di controllo per quello che non si riesce a capire. 
Il fallimento è assicurato: a molte definizioni manca qualcosa, alcune mi sembra che dicano addirittura più di quello che dovrebbero, nessuna riesce a cogliere quel denominatore comune che tutti, me esclusa, sembrano vedere tanto chiaramente.
 Allora mi rassegno all'idea che, evidentemente, non sono in grado di dare una definizione perché l'amore di cui tutti parlano non lo conosco affatto; se mai ho amato l'avrò fatto in una qualche maniera assurda che esclude la codificazione in linguaggio umano.

venerdì 20 luglio 2012

Sedurre all'amore

Sedurre all'amore. - Chi odia se stesso, dobbiamo temerlo, perché saremo le vittime del suo astio e della sua vendetta. Guardiamo dunque di sedurlo all'amore di se stesso [F. Nietzsche - Aurora - 517 ].
Uno dei tanti aforismi di una delle tante opere di Nietzsche, uno dei più brevi anche, tuttavia non per questo uno di quelli che fanno meno riflettere.
Si potrebbe pensare che coloro che possiedano una scarsa fiducia in se stessi, che si stimano poco e, alle volte, arrivano addirittura ad odiarsi, siano da considerarsi, per queste ragioni, totalmente inoffensivi; il senso comune vorrebbe, anzi, che siano queste le persone che hanno più bisogno di comprensione. Probabilemente non ci si rende conto che il primo ad aver bisogno d'aiuto è colui che si imbatte in questa categoria di uomini! 
L'assenza d'amore verso se stessi porta, in primo luogo, ad odiare qualsiasi manifestazione d'amore che gli altri riservino a sé, quasi si trattasse di un'offesa, o piuttosto una mancanza di delicatezza: un po' come mangiare di fronte ad un affamato. 
In secondo luogo si comincia ad odiare anche l'amore che, per una forma di sovrabbondanza, gli altri iniziano a disseminare in giro: questa sovrabbondanza è addirittura una doppia offesa che colpisce direttamente l'orgoglio!
Cosa può accadere se quest'amore lo si riserva proprio a colui che odia se stesso? Probabilmente cercherà in tutti i modi di depotenziarlo, umiliarlo e, alla fine, sopprimerlo, con la giustificazione di non essere un degno oggetto di amore. La vendetta consiste nel far pagare ad un altro la propria incapacità di amare.
Ho solo un dubbio riguardo all'aforisma nietzscheano: non credo sia tanto semplice da mettere in pratica la seduzione all'amore. All'amore ci si deve auto-sedurre.


domenica 6 maggio 2012

Scomponendo la realtà



Credevo nell'Amore, fino a quando non l'ho conosciuto, preso tra le mani e smontato pezzo per pezzo.
Come mi viene ora di dire cose del genere? Colpa dell'imminente esame di Psicologia... 
Ad un certo punto mi imbatto nella teoria secondo la quale si crede veramente solo alla maniera dell'inconscio, ovvero si crede quando non si conosce, perché il credere, per essere autentico, non deve essere contaminato dal pensiero razionale... 
Nulla di troppo strano se ci si pensa ma, chissà come, mi è venuto da pensare subito a tutti quegli ideali ai quali ci educano a credere sin da bambini. Ecco, tutte quelle belle cose, se esaminate da vicino, mostrano una sorta di trama articolata e scomponibile... quindi decomponibile... Un po' come guardare la materia al microscopio: nulla ci appare più nella sua integrità se guardato da vicino. 
Quando si crede a qualcosa lo si fa senza perché, se quindi si ama davvero non ci si deve chiedere il perché di quell'Amore. Ho smesso di credere nell'Amore e di amare nel momento in cui ho iniziato a chiedermi quali fossero le ragioni del mio amare, quando ho iniziato a guardare alle persone che ho amato con l'occhio del medico legale che seziona: ho cercato la causa dell'Amore come si cercherebbe la causa del decesso in un cadavere... e alla fine l'ho ucciso quest'Amore... 
Pretendevo di dover amare perché l'altra persona aveva un buon carattere, un bell'aspetto o qualsiasi altra caratteristica amabile; ero un'idiota che non si rendeva conto che l'altra persona aveva un buon carattere, un bell'aspetto e tante altre caratteristiche amabili proprio perché l'amavo. 
Costruiamo l'oggetto del nostro Amore con i materiali che questo oggetto ci concede, tuttavia gli architetti restiamo noi. E siamo degli architetti maledettamente bravi, almeno fino a quando non ci mettiamo a fare progetti di costruzione, prendiamo compasso e righelli e iniziamo a tracciare linee seguendo il canone della proporzione!

mercoledì 2 maggio 2012

L'amore e l'attesa

L'ultimo a colpirmi particolarmente era stato il primo di Matrix (visto con dieci anni di ritardo), oggi ho visto un altro film che, nonostante le oltre due ore di durata, mi ha preso dall'inizio alla fine: L'amore ai tempi del colera.
Non sono tipo da tragedie strappalacrime, storie che colano miele da ogni dove o cose del genere e, nel film, non ho trovato nulla di eccessivamente sdolcinato, nonostante il tema portante fosse, ovviamente, quello dell'amore. 
Mi astengo dal raccontare la trama, perché, in fondo, a colpire sono come sempre i particolari, quei particolari che nell'amore sono terribilmente soggettivi e, spesso, non superano i limiti della nostra mente (del nostro cuore se si preferisce) per arrivare all'altro... 
Qui c'è un uomo, un ombra secondo la definizione della donna da lui amata, che attende, e il film non è null'altro che questa lunga attesa, 51 anni, 9 mesi e 4 giorni, durante i quali il protagonista cresce, va con oltre seicento donne, diventa persino ricco ed importante... ma non vive... 
Sarà stato il tema dell'attesa, che mi è molto caro, a colpirmi; ci vuole fermezza d'animo e assenza totale di orgoglio per attendere una persona per oltre mezzo secolo, vederla vivere, amare un'altra persona, avere figli... Una volontà d'altri tempi insomma che mi affascina per la sua lontananza dalla realtà; c'è poco da fare, lasciata libera di scegliere, preferirò sempre l'ideale al reale e, puntualmente, il reale mi colpirà alle spalle!
Anch'io attendo, tuttavia non ho la fortuna/sfortuna di Florentino Ariza, questo il nome del protagonista del film, che ha una donna da attendere, che può vedere, anche se non toccare, ciò che orienta la sua estenuante attesa; io non so cosa attendo e non lo saprò fino a quando questo qualcosa non mi si parerà davanti, se mai accadrà che mi si pari davanti! Non so neppure se il forte sentimento di sospensione, che costantemente mi dice "non ora", si debba placare per un avvenimento o per una persona o per chissà cos'altro!
Strana storia quella del rinvenimento di pezzi di se stessi in racconti narrati da altri...

lunedì 2 aprile 2012

L'amore tiranno


Ultimamente in un piccolo (stando al numero di pagine ovviamente) libro di un grande autore ho scovato un pozzo di sapere. Ci si dovrebbe fermare a commentare ogni frase, quindi non penso di esagerare dicendo che basterebbe guardare una pagina a caso per scovare un pensiero interessante, perché l'autore al quale mi sono or ora approcciata è il signor Dostoevskij e il libro col quale ho iniziato la sua esplorazione si intitola Memorie del sottosuolo.
Chi è il protagonista? Su due piedi mi verrebbe da dire che il protagonista siamo un po' tutti: un uomo non abbastanza buono da potersi dire buono ma neppure degno del titolo di malvagio col quale si presenta sin dall'inizio. 
Dice molte cose quest'uomo malvagio, si scava dentro e si proietta nel mondo e, ad un certo punto, verso la fine, dice una cosa sull'amore che dovrebbe far riflettere ma che, per disgrazia, nessuno avrà mai il coraggio di riferire a se stesso.
In primo luogo, amarla non potevo più, perché, lo ripeto, amare per me ha sempre voluto dire tiranneggiare e avere una superiorità morale. In tutta la mia vita non ho mai potuto immaginarmi un amore diverso, e sono giunto al punto che ora penso a volte che l'amore consista appunto nel diritto volontariamente concesso dall'oggetto amato di tiranneggiarlo. Anche nei miei sogni del sottosuolo non mi sono mai figurato l'amore se non come una lotta, l'ho sempre cominciata con l'odio e terminata col soggiogamento morale, e perciò non potevo nemmeno più immaginarmi che cosa dovevo fare dell'oggetto soggiogato.
Quello di amore e quello di tirannia sembrerebbero essere due concetti diametralmente opposti, che difficilmente accosteremmo nella stessa frase; l'uomo malvagio del signor D. arriva ad identificarli e, cercando un po' più in profondità nelle nostre menti, anche noi, muniti di tanta sincerità verso noi stessi, dovremo, nonostante la riluttanza, riconoscere i due concetti come irrimediabilmente legati. 
Che legame insensato è questo! Esclude ogni forma di disinteresse e tuttavia riesce a spiegare la realtà delle relazioni meglio di ogni altro grande ideale sull'amore. 

mercoledì 7 marzo 2012

Amori impossibili


Sarà il raffreddore che oggi non mi dà pace, sarà lo stato di stordimento che ne consegue ma chissà perché stasera mi è venuta voglia di scrivere due righe sull'amore... Ne parlo poco in effetti, fedele all'ultima delle sette proposizioni del Tractatus wittgensteiniano: "Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere". Si deve tacere perché, ovviamente, non si possiedono i mezzi "scientifici" per poterne parlare e sottoporlo al vaglio della ragione, come mi piace fare con molti argomenti, sarebbe alquanto infruttuoso.
C'era, però, un tipo determinato di amore al quale pensavo ovverosia l'amore che comunemente si definisce impossibile. Tralascio i come e i perché dell'impossibilità di questo amore per soffermarmi su un aspetto singolare: il senso di sicurezza che può trasmettere. Sembrerebbe un controsenso ma, se ci si pensa bene, un amore impossibile, tra le altre cose, implica la non necessità dell'azione, giustificata dal fattore stesso dell'impossibilità; in altri termini, se mi innamoro di una persona che so di non poter raggiungere, che so che non potrà mai ricambiare i miei sentimenti, mi sento giustificata a non far nulla per ottenere l'amore di quella persona: è un bearsi nel proprio struggimento, una forma sottile di masochismo. Guardare da lontano la persona "amata" non implica un coinvolgimento diretto e questo mi mette al riparo da ogni possibile delusione; un amore impossibile è anche una forma di autodifesa, un po' come guardare una partita di calcio protetti da una rete metallica: si guarda la partita ma non si corre il rischio di prendersi una pallonata in faccia. Se si perde la partita, non siamo noi ad averla persa, almeno non direttamente!
Queste considerazioni sono anche una forma di autocritica...