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giovedì 22 giugno 2023

L'invisibile parola fine all'inizio di ogni libro

 

Durante un corso all’università un mio professore disse che si potrebbe scrivere un libro sulla storia di ogni libro. Il riferimento era a Catullo, ma penso che questa affermazione possa essere valida anche per molti libri di oggi. Sì, perché il libro – quell’oggetto composto di pagine e inchiostro che uno si ritrova a leggere – è il punto di arrivo di un processo e su ogni prima pagina ci dovrebbe essere scritta la parola “fine”.

Ogni volta che ho dato l’ok alla pubblicazione di un mio testo, ho provato una sensazione di resa incondizionata. Ho deposto le armi che avevo rivolto contro me stessa e si è placato il demone che mi suggeriva incessantemente di rimaneggiare tutto, di tagliare, aggiungere, talvolta di cestinare ogni cosa. Perché è ovvio che un’idea si possa esprimere sempre con più chiarezza, che una scena si possa descrivere con parole più esatte. Il meglio è sempre una virgola più in là. Il limite a questa avanzata potenzialmente illimitata va posto “artificialmente”. È, appunto, l’invisibile parola “fine” posta all’inizio di ogni libro.

I giorni di Saturno è stato materia soggetta al cambiamento per anni. Le prime righe le ho scritte subito dopo la pubblicazione del mio primo romanzo, Le tele di Valerie. Mi ero laureata da poco, come una delle due protagoniste. Avevo venticinque anni e il vuoto davanti. Dopo un’eccellente (stando a quanto dicevano i numeri) carriera universitaria, mi ero arenata completamente. Stavo sperimentando nella maniera più bruciante e brutale che tutto quello in cui avevo creduto era soltanto splendida aria fritta.

Edizioni Montag
Foto di copertina: Alessia Cinque
(@phive_project)

Avevo bisogno di demolire la mia vecchia vita e imparare a credere in qualcosa di diverso. È in questo clima che si è formato I giorni di Saturno, è nato da quel peso che ha aumentato la gravità dentro me fino al collasso di buona parte delle mie convinzioni.

Avevo venticinque anni e una parvenza di soluzione ai problemi di allora si è affacciata timidamente alla mia esistenza quasi dieci anni dopo. Solo dopo un’infinità di catastrofi emotive, un paio di traslochi dell'anima e qualche nuovo valore da edificare a colpi di consapevolezza, si è stabilita la giusta distanza tra me, Sibilla ed Elena, le protagoniste del libro. Solo adesso possono camminare da sole.

I giorni di Saturno uscirà a fine giugno.



giovedì 23 maggio 2019

Quella lettera di Franz al vero Kafka


Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te”: per fornire una risposta a questo interrogativo Franz Kafka ridiscese, con la Lettera al padre, nell’abisso della propria infanzia e del suo senso di inadeguatezza

Era il 3 giugno del 1924 quando Franz Kafka morì all’età di quarant’anni; ne avrebbe compiuti quarantuno esattamente un mese dopo. Cinque anni prima, nel 1919, aveva scritto e chiuso in un cassetto quella celebre Lettera al padre che non sarebbe mai giunta tra le mani del temuto destinatario.           
Se ci si accosta alla nota epistola dopo aver letto capolavori kafkiani come Il Processo o Il Castello, è difficile non notare nel breve scritto autobiografico l’eco di temi magnificamente oggettivati in quelle opere: ci si rende conto che in Kafka l’esperienza soggettiva, il dolore vissuto sulla propria pelle, giunge ai picchi dell’universalità passando attraverso la penna. Il contatto diretto col dolore, purificato dai residui di soggettività, diventa conoscenza consapevole della condizione umana in generale.       
Sebbene del lavoro di un artista conti, per molti, principalmente il risultato finale, resta comunque particolarmente interessante scoprire i retroscena che sono alla base di opere di indiscutibile profondità e, nel caso di Kafka, anche di grande complessità.     
Un primo dato, che emerge chiaramente dalla Lettera al padre, è il seguente: lo scrittore praghese fu il singolare risultato di un incontro/scontro multiplo di personalità. Il primo di essi fu quello che gli diede la vita, tra le nature tanto differenti della madre, Julie Löwy, donna docile, sempre pronta a proteggere i figli ma mai a contrariare il marito, e di quel padre terribile, sempre pronto a minacciare e a rinfacciare
Nella Lettera Kafka si definisce, quasi con rammarico, “un Löwy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di scoperta”. 
Fu, però, soprattutto dallo scontro del giovane Franz con Hermann, il vero Kafka, che emerse il ben noto artista, con tutte le sue insicurezze e le dichiarate debolezze.     
Un secondo dato, di importanza capitale, è la sorprendente ripartizione delle responsabilità tra Franz e il padre: “eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro”. In alcun modo Kafka, nelle pagine della sua lettera, condanna completamente il genitore, sa che quello con il padre è stato un rapporto di tormento reciproco e non unidirezionale; lo scrittore avrebbe potuto spogliarsi di ogni colpa ma dall’inizio alla fine dell’opera, incredibilmente, è proprio la colpa a farla da padrona nel suo animo. Scivola in tutti gli scritti di Kafka questo senso di colpa congenito che sembra quasi essere nato con l’uomo, striscia ovunque anche tra le righe della Lettera al padre e l’unica motivazione plausibile pare essere il semplice e nudo essere così come si è.           
Tu eri per me la misura di tutte le cose”: dice Kafka del padre, ed è chiaro che, in alcun modo, egli, lo scrittore, pensa di poter mai anche solo avvicinarsi a quella misura, a confronto della quale tutto appare infimo, tutto sembra sbagliato. La figura di Hermann si riveste dei caratteri del tiranno, mai messo in discussione: ogni sua volontà, anche incoerente, è un ordine, ogni condanna da lui emessa ha la magica capacità di creare la colpa. “In certo qual modo si era puniti prima ancora di sapere che si era fatto qualcosa di male”; di fronte a queste parole non si può non pensare alla condanna di K. ne Il Processo, una condanna che conduce il protagonista alla morte senza che egli riesca mai a capire quale sia la colpa. E la stessa idea di condanna, inoppugnabile quanto misteriosa, si ha ne Il Castello, dove il luogo delle decisioni fatali si rivela irraggiungibile oltre che incomprensibile nella sua organizzazione.    
Se è vero che Franz Kafka si dimostra convinto del fatto che il fondo ultimo della sua personalità sarebbe stato lo stesso anche supponendo un comportamento meno duro da parte del padre, è però altrettanto innegabile che la vita dello scrittore fu, fino alla morte, un continuo ed estenuante processo, con Hermann Kafka come giudice e la sua arbitraria volontà come legge.
    

(Precedentemente pubblicato in https://www.zerottonove.it/)

giovedì 25 aprile 2019

Paul Celan, il poeta che diede voce ad Auschwitz


Il poeta ebreo Paul Celan visse direttamente il dramma del genocidio e trascorse il resto della vita, fino ai limiti della follia, a mettere in versi l’indicibile

Nel 1949 uno dei maggiori filosofi del ‘900, Theodor W. Adorno, rese pubblica per la prima volta una tesi che sarebbe passata alla storia, quella secondo la quale non ci può essere poesia dopo Auschwitz. Quali parole, infatti, utilizzare per descrivere l’orrore? L’Olocausto mise il mondo di fronte all’impotenza e all’irrimediabile insufficienza del dire.      
Il poeta Paul Celan, originario di Czernowitz e, come Adorno, ebreo, invece, del dar voce a chi voce non aveva più fece un imperativo per tutta la durata della sua vita. Il confronto con la “sentenza” adorniana fu inevitabile, tuttavia la constatazione di ordine teorico dalla quale Celan partì diede basi solide ad ogni suo singolo verso.       
Cantare l’indicibile richiedeva strumenti poetici nuovi, adeguati all’argomento, e questi nuovi mezzi Paul Celan li cercò e li trovò in un generale sovvertimento della concezione tradizionale del linguaggio: non si poteva parlare di Auschwitz fintanto che si fosse tentato di farlo con il linguaggio adoperato fin a quel momento. Il tedesco, la lingua adoperata dal poeta, la lingua del “nemico”, doveva essere totalmente sovvertita per poter risultare più efficace di quel silenzio che costituiva l’unica alternativa ad essa     
E così nelle opere di Celan sparì prima di tutto la distinzione tra significante e significato: la parola nelle sue liriche non è un segno per qualcosa che sta al di là di essa, propriamente la parola celaniana non dice, è.
La poesia è un luogo reale e comporla non vuol dire riprodurre una realtà, essa è creazione nel senso più radicale del termine, è produzione e non riproduzione di qualcosa di già esistente.
Il critico di origine ungherese Peter Szondi, amico del poeta, così si esprimeva in relazione a Stretto, una delle sue liriche più famose: “il testo stesso rifiuta di porsi al servizio della realtà, di continuare a giocare il ruolo che gli si assegna a partire da Aristotele. La poesia cessa di essere mimesis, rappresentazione: diventa realtà. Realtà poetica, beninteso, testo che non segue più una realtà, ma si progetta esso stesso, si costituisce in realtà”.          
E in linea con ciò, dunque, la landa della quale parla Celan all’inizio della stessa poesia è il testo stesso che smette di rappresentare per offrire al lettore una realtà mai vista precedentemente, sconosciuta perché mai stata prima.       
La tragedia dell’Olocausto non poteva avere voce, Celan provò a donargliene una, provò a trovare le parole per tutti coloro che non avevano avuto modo e tempo di averne; con quelle stesse parole, poi, creò una realtà inedita, perché, stando a quanto detto dello stesso Celan, “la realtà non è, la realtà va cercata e conquistata”. La poesia celaniana è il luogo in cui  accade l’indicibile.     

(Precedentemente pubblicato in https://www.zerottonove.it/   

martedì 26 aprile 2016

Viaggio attraverso il Cilento: I Borghi dei Misteri

Le cose che ci sono più vicine, paradossalmente, sono quelle che ci incuriosicono di meno, che suscitano in noi meno interesse. A tal proposito devo confessare la mia colpa e ammettere che la terra nella quale vivo non mi aveva mai impegnata in grandi riflessioni, tuttavia, proprio negli ultimi giorni, ho letto un libro che ha cambiato un po' di cose, vale a dire l'opera di Gennaro Guida, I Borghi dei dei Misteri.
“Ricordati che alla fine di tutto, questa avventura la devi scrivere e raccontare in giro: sarai ricordato come il primo cavaliere cantastorie” dice il folletto Kuscio congedandosi dal cavaliere dopo il loro primo incontro. E il protagonista di queste avventure di fatto racconta in prima persona del suo girovagare attraverso i borghi più suggestivi di una terra, il Cilento, che sa di antico ancora oggi, nel XI secolo. Immergersi in questo libro vuol dire fare un viaggio e lasciarsi condurre dagli occhi del cavaliere in un mondo nel quale natura e magia coesistono e si intrecciano indissolubilmente. Le creature provenienti direttamente dall’immaginario popolare, dalle leggende tramandate di generazione in generazione appaiono al protagonista con estrema naturalezza, si presentano a lui come parte integrante della realtà di ogni giorno e non come eccezione, tanto che, ad un certo punto, egli smette di stupirsi e accetta spettri e animali parlanti come esseri pienamente naturali. Questo aspetto del libro rende perfettamente l’idea di che cosa sia il soprannaturale per chi vive nel Cilento: un evento quotidiano, che accompagna e arricchisce (a volte tormenta anche) il vivere di una popolazione abituata allo straordinario. Non lasciano dubbi le descrizioni dei borghi contenute in questo libro, e se ce ne fossero le foto che accompagnano la narrazione donano ancora più chiarezza: le terre che fanno da teatro alle avventure del cavaliere sono toccate da una bellezza fuori dal comune, hanno il fascino senza tempo che si trova solo nei luoghi dei miti e delle leggende. 
Ma perché il mistero si palesi e non si presentino agli occhi dei semplici borghi come tanti ce ne sono sparsi per il mondo, c’è bisogno della capacità di vedere; parafrasando Sant’Agostino solo chi è predisposto ad accogliere lo straordinario può vederlo e, pertanto, l'incredibile si rivela soltanto allo sguardo di chi sa coglierlo. 
In questa storia il cavaliere è colui che vede; laddove gli altri assistono a fenomeni inspiegabili e spaventosi lui conosce le cause, le comprende e prosegue il suo viaggio, arricchito nel suo bagaglio di conoscenza del mondo. 
Diverte e affascina il lettore la familiarità con la quale il protagonista si confronta con spiriti buoni e malvagi, forse per quella sorta di distacco che fa sì che egli giunga alla conclusione puro come all’inizio, con gli occhi e lo spirito di un bambino. È proprio questa purezza di cuore che regala al cavaliere, alla fine, l’amore di una dama, come in tutte le migliori storie di cavalleria.
Il miglior modo per conoscere un luogo è osservarlo con sguardo incontaminato, come se lo si vedesse per la prima volta, e questo libro riesce a regalare proprio questo, un punto di vista privilegiato su un mondo sospeso tra realà e fantasia.

giovedì 25 febbraio 2016

Spettri

Ho bruciato lettere d'amore,
altre le ho ingoiate ed eran vetro,
cocci azzurro ghiaccio e grigio tetro,
ruvidi rudi prodotti del mio umore.

Ho ridotto in pezzi e fatto scomparire 
cadaveri di sensi e sentimenti,
quei corpi di reato non redenti
votati al peccato e nati per perire.

Adesso li ho davanti ad uno ad uno,
chiedono riscatto e son spettrali,
tremuli fantasmi sì reali
da farmi il cuore terra di nessuno.

Angela  Nese

lunedì 22 febbraio 2016

Nota #3 a Le tele di Valerie: trama in sintesi

In genere le recensioni le scrivo per i libri degli altri, come è giusto che sia, visto che nessuno si fiderebbe del giudizio dato da qualcuno sul suo stesso libro; tuttavia oggi cerco di fare l'esatto opposto di quello che faccio di solito, ovvero, anziché soffermarmi sulle riflessioni, sulle sensazioni che lo scritto suscita in me, mi soffermerò sulla trama, proponendo in estrema sintesi il contenuto del romanzo.
E dunque, cosa ci si deve attendere da questo Le tele di Valerie? Quanto meno quello che segue...

Valerie non varca la soglia del giardino della propria casa da oltre cinque anni. Trascorre le giornate in compagnia dei suoi cinque gatti, cercando di imprimere sulle tele l'informe caos che le si agita dentro, ripetendo ogni giorno gli stessi identici gesti. L'insolito comportamento di Valerie, unitamente al fatto di aver trascorso dei mesi in una clinica psichiatrica, contribuisce a consolidare il pregiudizio che la vuole irrimediabilmente folle. Il giovane Orazio, per lungo tempo, osserva la donna da lontano, fino a quando una banale coincidenza gli offre l'occasione di entrare in contatto diretto con lei e guardarne da vicino i gesti e soprattutto i quadri. Durante una delle sue visite il ragazzo si imbatte in Miriam, l'unica persona che sia stata capace di avvicinarsi a Valerie prima di lui.
Orazio e Miriam, ciascuno a suo modo, contribuiscono alla rottura del rassicurante ma, allo stesso tempo, quasi inumano equilibrio consolidatosi nella vita di Valerie, fino al precipitare degli eventi che la costringono a ritornare nel mondo e a dare nuovo senso alla propria vita, al proprio passato e alle proprie tele.

sabato 13 febbraio 2016

Nota #2 a Le tele di Valerie ovvero come acquistarlo

In genere mi lamento dei ritardi, ma questa volta, a sorpresa, mi sono ritrovata in vendita in anticipo Le tele di Valerie. 
E dunque, non vorrei dare l'impressione di essere una sorta di venditrice porta  a porta ma... per chi volesse acquistarlo, fornisco qualche link utile:
lo si può trovare sul sito della casa editrice Montedit
lo trovate su ibs
e, non ci crederete, ma anche su libreriauniversitaria.it
A cercar bene lo si scova anche da qualche altra parte, ad esempio qui.

martedì 9 febbraio 2016

Nota #1 a Le Tele di Valerie

Tra circa una settimana dovrebbe entrare in commercio Le tele di Valerie, il mio primo romanzo, edito da Montedit e vincitore del Premio Jacques Prévert 2015. Per i pochi amici che lo hanno già letto non ha bisogno di troppe presentazioni, tuttavia scrivo questa piccola nota per rispondere proprio a una delle domande più ricorrenti che mi sono sentita porre da chi ha già avuto il libro tra le mani. 
Com'è nato il romanzo? Da dove è saltata fuori l'idea? Trovo non poche difficoltà a rispondere, perché la base del libro non si trova in un'idea venuta da fuori, ma nelle immagini, perché prima di pensarlo in maniera "sistematica" l'ho visto... Certo, non nella realtà che mi circonda, l'ho immaginato più che visto con gli occhi, ma resta il fatto che non mi sono messa lì, partendo da uno spunto, a costruire una trama, che tra l'altro ne Le tele di Valerie è quasi secondaria. Il romanzo è nato da sé, sbocciando da un nucleo iniziale di episodi-cardine che solo in seguito ho ordinato in base a delle idee. Da dove siano venuti gli episodi dei quali sto parlando lo renderò noto dopo aver consultato un abile psicologo... cioè, probabilmente, mai...Quanto di reale c'è ne Le tele di Valerie? Tutto e nulla, vale a dire che le sensazioni sono autentiche, così come le parole dei personaggi, che sono quanto di più sincero potessi dire, ma i fatti sono irreali, direi addirittura (volutamente) improbabili. Tutto è vero, nulla è reale.
Alla fin fine un'idea di base c'è, ma sta dietro al romanzo prima che al suo interno; è quella secondo la quale l'arte dice la verità attraverso la finzione e, se non fa questo, l'irremovibile substrato filosofico che alberga in me si rifiuta di riconoscerla come arte. Quelle piccole e grandi verità di fondo possono assumere qualsiasi forma, ma non possono mancare. Si travestono da narrazione, prendono in prestito il corpo dei personaggi, ma nessuna descrizione fine a se stessa può sostituirle.

lunedì 25 gennaio 2016

Dalla teoria alla pratica del romanzo

A quanto pare, a fine mese, avrò tra le mani il mio primo romanzo, stampato e pubblicato... A causa di una buona dose di scetticismo degno di un  San Tommaso, fino a quando non lo toccherò, non crederò fino in fondo alla cosa, pertanto, in attesa della verifica, presento qualcosa di più breve e conciso di un romanzo. 
Qualche giorno fa ho ricevuto le mie belle copie di una raccolta di saggi di filosofia, Frammenti di filosofia contemporanea XI, edito da Limina Mentis; chi si dovesse avventurare nella lettura di un simile volumetto (che penso entrerà presto in commercio) si imbatterà anche in un breve saggio scritto da me, dal titolo Peter Szondi sul romanzo
Insomma, prima di scrivere, penso che non guasti un po' di sana teoria, per capire esattamente a che razza di creatura stiamo dando vita quando mettiamo la penna sul foglio per costruire una storia. Nel caso specifico sono partita dalle riflessioni del critico ungherese Peter Szondi, che ebbe non poca familiarità con le opere di Hegel, Friedrich Schlegel, Schelling, Lucacs e molti altri illustri autori, per ricavare qualche informazione interessante riguardo a questo genere letterario che tanta diffusione sta avendo in questi anni.

domenica 29 novembre 2015

Amori kafkiani

Ho sempre avuto una forte attrazione per i diari e le lettere di grandi scrittori e artisti e, negli ultimi tempi, mi sono ritrovata a leggere le Lettere a Milena di Kafka prima e le Lettere a Theo di Van Gogh dopo (che tra una cosa e l’altra non riesco ancora a terminare). Dal momento che, come giustamente pensava qualche saggio greco, non si può dare un giudizio di qualcosa che non sia terminato, mi soffermo sulle lettere di Kafka. Confesso che ho deciso di leggerle perché mi sono innamorata prima di tutto di una singola frase: “E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.  A qualcuno suonerà familiare per quel “che tu sia per me il coltello” di David Grossman, ma chi conosce un po’ Kafka saprà che la raccolta di epistole va ben oltre questa singola frase, che costituisce un po’ un’esca dal significato oscuro per chi non ha gli occhi adatti per osservare tutto l’insondabile buio di questo autore.
Partiamo dai fatti che costituiscono il presupposto di quest’opera. Milena Jesenskà era una giornalista e traduttrice, sposata ma a quanto pare non propriamente felice, Franz Kafka un uomo che aveva già un paio di relazioni fallite alle spalle e una cautela folle nell'accostarsi agli esseri umani. Una virgola spostata da Milena in una frase sembra determinare una lunga catena di reazioni in Franz, basta un giorno senza lettere per far presagire una catastrofe e l’uso di una parola piuttosto che un'altra fa la differenza tra una notte insonne e una accettabile.            
Attraverso ogni singola lettera chi legge riesce a fare un passo nella mente del grande scrittore e ad assaporare l’amaro gusto delle sue angosce; perché è qualcosa di quasi visibile quel fumo scuro che si addensa intorno al petto dell’autore e non lo abbandona mai, quel male che lo corrode e che sembra concretizzarsi davvero con la malattia polmonare che lo porterà alla morte. Quella di Kafka sembra paura di vivere, o meglio Kafka sa che non gli è possibile gestire la vita nei suoi aspetti più banali come fanno tutti perché il minimo dettaglio finisce per sopraffarlo. Non sembra esserci una netta distinzione tra l’ordinario e lo straordinario nella vita di questo che a molti doveva apparire come un personaggio ben strano, forse alla stessa Milena, con la differenza che lei non si lascia spaventare, non scappa, ma scava, “fruga” come dice lo stesso Franz (o Frank come lo chiamava lei), esattamente come un oggetto affilato che penetri dentro la carne per saggiarne la consistenza. Ma l’incanto dell’avvicinamento e della compenetrazione non può che durare poco e non soltanto per la condizione di donna sposata di Milena. Kafka si definisce una “bestia silvestre”, un animale selvatico insomma
che, per un attimo, ha avuto l’illusione di poter vivere come uomo, instaurando una relazione a dispetto della propria natura. Lo stop alla profonda corrispondenza, imposto dallo stesso Kafka, è l’epilogo annunciato di una relazione perita per la troppa intensità. E si resta inevitabilmente con un malinconico pugno di domande dopo l’ultima lettera, domande alle quali, probabilmente, neppure i diretti interessati saprebbero dare una risposta.

domenica 11 ottobre 2015

I diavoli di Loudun e l'ebbrezza di massa

A pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale Aldous Huxley scrisse un libro, intitolato I diavoli di Loudun, che ha per argomento un singolare episodio avvenuto negli anni ’30 del XVII secolo e che, è doveroso aggiungerlo, soltanto in apparenza si concentra esclusivamente su quel fatto.
L’episodio (che in realtà si protrasse per anni) delle monache di Loudun, possedute da un esercito di demoni, e il clamore che suscitò nella società dell’epoca, sono lo specchio nel quale  il mondo del XX secolo (e quello del XXI anche) avrebbe potuto guardare se stesso e rabbrividire. Infatti «per quanto grandi, per quanto importanti nel pensiero e nella tecnologia, nell'organizzazione sociale e nel comportamento, le differenze tra ieri e oggi sono sempre periferiche. Al centro rimane una fondamentale identità. In quanto esistono come congiunzione di mente e corpo e sono soggetti al decadimento fisico e alla morte, capaci di dolore e di piacere, guidati dal desiderio e dalla ripugnanza, e oscillanti tra l’anelito di autoaffermazione e l’anelito alla trascendenza di sé, gli esseri umani affrontano in ogni tempo e luogo gli stessi problemi, si misurano con le stesse tentazioni, ed è nell'Ordine delle Cose che si trovino dinanzi alla stessa scelta fra la non-rigenerazione e l’illuminazione.»    
Sono numerosissime le riflessioni di tipo psicologico dell’autore  sul reale stato delle presunte indemoniate, e ciascuna di esse può essere tranquillamente estesa dal caso singolo al generale.  
È nell'Epilogo che emerge il reale sostrato teorico di quest’opera essenzialmente storica. La vera questione, il problema fondamentale è l’uscita dall'io individuale, solitario, la trascendenza di sé appunto. Se qualcuno, di fronte alla parola trascendenza, dovesse pensare ad un movimento dell’io verso l’alto, ad una dissoluzione dell’individualità nello spirituale, sarebbe, almeno in parte, sulla via sbagliata. La maggior parte delle volte, infatti, l’uomo cerca di uscire dall'isolamento dell’io con un movimento discendente e, nella migliore delle ipotesi, orizzontale.         
Dietro queste astrazioni ci sono dei fenomeni ben precisi. Se la trascendenza orizzontale, data dall'identificazione di un individuo con una qualsiasi attività umana, presenta gravi pericoli derivanti dall'adesione acritica a tale attività, ancora più dannosa può rivelarsi la trascendenza di sé orientata verso il basso, che si concretizza in tre forme: droghe, sessualità elementare ed ebbrezza di massa.        
Le prime due, probabilmente, hanno bisogno di pochi commenti visto che le droghe (di ogni tipo, alcol compreso) e la sessualità sono da sempre dei metodi usati ed abusati per annullare la distanza tra sé e il Mondo, metodi che, tuttavia, portano ad un progressivo degrado. L’ebbrezza di massa, invece, merita qualche precisazione in più, per il largo impiego da parte delle dittature del ‘900 e per il ruolo che ebbe nella storia ricostruita da Huxley.
L’uomo che si trovi in mezzo alla folla non perde semplicemente il proprio io, vive uno stato di ebbrezza che lo porta ad una vera e propria demenza, ad un’incapacità di pensare dovuta all'estrema ricettività  della massa di fronte ad un qualsiasi messaggio ripetuto sufficientemente spesso. «Essere in una folla è il migliore antidoto conosciuto contro il pensiero indipendente. Di qui la radicata avversione dei dittatori per la “mera psicologia” e per la vita privata. “Intellettuali di tutto il mondo, unitevi! Non avete niente da perdere , se non il vostro cervello”.»         
Corollario di questa estrema ricettività è la facile infiammabilità e la tendenza ad abbandonarsi ad una violenza inaudita. La massa non è un insieme di individui, è un unico essere esteso e pericoloso; come ebbe a dire Manzoni è un mostro senza testa capace di distruggere tutto ciò che trova sul suo cammino.
Avete presente le adunate del Fascismo e del Nazismo? È proprio di questo che stiamo parlando. Tornata a casa propria, ciascuna delle parti urlanti di quella massa sente la propria coscienza leggera come quella di un bambino, perché la folla ha persino la capacità di diluire il senso di colpa, fino a sublimarlo in una ben strana sensazione, quella di aver fatto il proprio dovere.              
Sentivano di aver fatto il proprio dovere anche gli uomini di Chiesa che mandarono a morte quel loro collega, Urbain Grandier, accusato di aver stregato l’intero convento delle Orsoline di Loudun; in tutto ciò l’occhio del moderno può vedere un clamoroso caso di isteria contagiosa, ben combinata con gli intrighi politico-religiosi dell’epoca, quell'unico corpo che era la folla del ‘600, al contrario, non poteva che vedere stregoni, esorcismi, demoni e miracoli.

giovedì 6 agosto 2015

L'Idea dell'Amore

Che poesia diventi
l’ossessione senza nome,
che si sciolga in versi
e non desti più dolore.

Posso dirlo Amore
questo demone vorace?
Posso forse ripudiarlo
questo mostro senza pace?

E se fosse mera fiamma
andrebbe incontro alla sua fine,
ma l’incendio che divampa
non si spegne con le rime.

Se lo inchiodo alle parole
mi dà un’ora di respiro,
ma quel vuoto, quel silenzio
in un attimo è delirio.

La violenza di chimera,
l’indicibile rumore
fan brandelli della mente,
fanno scempio in ogni dove,

nel mio corpo ormai avvezzo
alle assenze del suo io
quando i morsi del demonio
non si fermano al desio.

Quando attacca rinnovato
col vigore di una belva
accende i dubbi, fa razzia
come ombra in una selva,

come ombra senza forma
la cui origine si perde
nei concetti senza norma
nelle immagini dilette.

Senza carne e senza ossa
non di meno può ferire,
l’animale che ho allevato
può celarsi, mai sparire.

A. N.



mercoledì 20 maggio 2015

Cronache di un colloquio andato male

Come si sarà capito fin troppo bene, ormai sono da un bel po' di tempo alla ricerca di un lavoro, ed è cosa nota che, quando si cerca un lavoro, ci si può imbattere in qualsiasi tipo di offerta... Ed è così che ti capita l'annuncio ambiguo, finalizzato a raccogliere poveri disperati per sbatterli davanti ad un citofono a cercar di vendere gusci di noccioline vuoti. 
Un bel giorno, però, finalmente arriva la chiamata che ha tutta l'aria di essere una proposta serie, in risposta ad un curriculum inviato chissà quando, da chissà dove e non si sa bene a chi (se siete disoccupati in cerca di impiego capirete all'istante che cosa intendo!). 
Così parti e ti fai qualche decina di chilometri tra treno e pullman per andarti a fare questo colloquio, anche se la proposta non è che ti convinca del tutto, perché, in fondo in fondo, sai che tu la "dialogatrice" per strada non riusciresti a farla tanto bene. Ma i dubbi te li metti in tasca e vai comunque all'avventura, ti perdi un paio di volte, maledici la lentezza del cellulare che non ti apre Google Maps, però, alla fine, arrivi sana e salva nel luogo indicato dalla voce al telefono. 
Ci stai due ore lì, tu ed altre quattro persone, ti spiegano che dovrai stare dieci ore in piedi, con la neve o col sole di agosto, che dovrai stare un giorno a Trieste e l'altro a Bologna, ti fanno fare un test scritto dove ti chiedono, tra le altre cose, quanto ti piaccia il rosso, ti fanno fare un paio di simulazioni di "vendita" coi tuoi compagni di avventura... Insomma, alle 12:30 sei fuori. 
Nel pomeriggio ti arriva l'e-mail nella quale ti comunicano che la tua candidatura NON può essere accolta. Pensi alla mezza giornata persa, al mal di testa che ti è venuto, ai soldi che hai speso tra fototessere, biglietti del pullman, del treno e caffè buttati giù come fossero acqua. 
Ricominci da capo.
Se la vita lavorativa proprio non riesce a partire, mi posso consolare parzialmente (ma molto molto parzialmente) con i "successi" letterari. 
Ma vuoi vedere che, forse, il romanzo me lo pubblicano davvero?
Qui, alla voce "Sezione narrativa", il giudizio dato all'opera vincitrice del Premio Jacques Prévert 2015, ovvero al mio romanzo.

domenica 22 febbraio 2015

Due consigli per chi vuole scrivere


Oggi mi assumo l’odioso compito di dispensare consigli gratuiti, quelli che irritano tanto, ma proprio tanto, i destinatari che non li avevano richiesti.              
Volevo dire giusto qualche parola sulla scrittura e su quali siano, ovviamente a mio modesto avviso, gli elementi che non possono mancare a chi volesse dedicarsi a questa millenaria arte.         
E dunque, di cosa sto parlando? Semplicemente del fatto che i futuri Luigi Pirandello e Giacomo Leopardi, o presunti tali, dovrebbero rispondere quanto meno a due esigenze:
1) Saper scrivere.           
2) Avere qualcosa da dire.   
      
Qualcuno a questo punto dirà: “E grazie al cavolo! È ovvio che chi si mette a scrivere sappia mettere insieme un soggetto e un predicato!” 
Ma io vi dico, signori miei, che tanto ovvio, purtroppo, non è. Vuoi per la facilità con la quale si pubblicano, al giorno d’oggi, libri di cattivo gusto (quelli buoni no eh! Quelli possono ammuffire nei cassetti…), vuoi per l’incondizionata libertà di accesso ai “mezzi di esposizione” di cui gode il novello scrittore, vuoi, molto più semplicemente, per l’ignoranza dilagante mescolata ad un po’ di insano egotismo, fatto sta che, tra quelli che prendono la penna in mano, sono una minoranza tristemente esigua coloro sanno cosa sia un vocabolario o un libro di grammatica. Mettere in fila quattro parole è cosa facile, mettere in fila quattro parole che abbiano un senso, rispettando le più basilari norme della lingua, richiede giusto quella mezza tacchetta di impegno in più derivante dall'accensione del cervello.       
E qui già mi sento i cori di coloro che si attaccano come delle piovre all'ultima speranza dello scrittore grammaticalmente scorretto: il contenuto. Sì, perché, secondo molti, se c’è il contenuto si può anche sorvolare sulla forma, se il nostro piccolo Svevo è stato capace di donare all'umanità un pensiero più profondo della fossa delle Marianne chi se ne frega se si è scordato le virgole, ha scritto “un pò” invece che “un po’” e ha fatto a pezzi la sintassi come neppure i Futuristi avevano osato fare!
Piano piano siamo arrivati al secondo punto: lo scrittore deve avere qualcosa da dire.         
Sembra banale anche questa, vero? Invece, se vi guardate in giro con un po’ di attenzione in più, vi
renderete conto che la maggior parte di quei capolavori scritti con i piedi sono altamente carenti anche dal punto di vista dei contenuti. Per stravolgere le regole di una lingua c’è bisogno, prima di tutto, di averne piena padronanza, per non parlare del fatto che è necessaria una motivazione profonda per apportare modifiche ed innovare. Ma qui passiamo dalla scrittura, della quale questo post intende occuparsi, alla Scrittura, quella con la S maiuscola, per la quale sarebbe necessario un salto di qualità bello grosso.              
Tornando alla scrittura, pertanto, è tutt'altro che raro trovare il nulla assoluto nella testa di chi dice di scrivere e poi non è capace di legare due frasi in maniera corretta. Certo, è possibile trovare anche il nulla dietro frasi ben costruite, ma qui si dovrebbe aprire una parentesi decisamente troppo lunga.        
Resta valida la massima dei latini, Tene rem, verba sequentur, che, per chi non avesse familiarità con la lingua dell’antica Roma, vuol dire che, se si ha ben chiaro in testa il contenuto, le parole seguiranno. Mi permetto solo di concludere con un paio di aggiunte; in primo luogo, mi sento di dire che questo sia valido per la parola scritta, relativamente alla quale non ci si può appellare ad ipotetiche timidezze paralizzanti, in secondo luogo devo ammettere e sottolineare che ci sono “cose” per parlare delle quali è necessario “inventare” le parole, ma in quest’ultimo caso, ancora una volta, sconfineremmo in territori di ben altro calibro.        

giovedì 27 novembre 2014

Breve dialogo tra l’Umano e il Tempo

UMANO: Perché stai lì a guardarmi? Non ti hanno mai detto che il tuo sguardo è insostenibile?
TEMPO: Ciò che per te è insostenibile non è il mio sguardo ma il tuo posato su di me. Non ti hanno mai detto che pochi sopravvivono all'incrocio dei propri occhi con i miei?
U: Da dove vieni?
T: Hai posto male la domanda. Io non vengo da nessuna parte, sono sempre dove sei tu.
U: Com'è possibile? Io ti vedo ora, ti vedo spesso, ma non posso dire di vederti sempre.
T: Questo cosa vuol dire secondo te?
U: Non lo so, dimmelo tu.
T: Quand'è che non mi vedi?
U: Quando faccio altro. Dove ti nascondi in quei momenti?
T: Io non mi nascondo mai.
U: Eppure non ti vedo.
T: Fai un grande sforzo per vedermi e non te ne accorgi. La tua condizione naturale è ben altra.
U: Cioè quale?
T: Essere me. Quando non mi vedi io sono te.

venerdì 24 ottobre 2014

Coincidenze

Tre autori su cui mi sono trovata a riflettere negli ultimi giorni:

1 - Sono ritornata su alcuni punti della mia tesi di laurea e quindi su Peter Szondi.
2 - Ho letto i pochi scritti in prosa del poeta Paul Celan.
3 - Ho iniziato a leggere qualcosa di Cesare Pavese: erano anni che mi riproponevo di procurarmi Il mestiere di vivere.

Ora, dopo giorni e giorni che passo dall'uno all'altro, mi rendo conto che le loro vite hanno una cosa in comune: a qualche bravo umanista il compito di capire cosa.

sabato 30 agosto 2014

Quando il diavolo di Bulgakov arriva a Mosca

Da un romanzo che ha per titolo Il maestro e Margherita ci si aspetterebbe la più classica tra le storie d’amore, magari condita con una buona dose di destino avverso, e difficilmente si penserebbe che un gruppo di demoni, capeggiati da Satana in persona, siano di fatto i personaggi principali dell’opera. In verità hanno poco di puramente malvagio questi diavoli che giungono nella capitale russa sotto mentite spoglie, addirittura suscitano simpatia vista la vocazione da buffoni che mostrano in certi momenti; abbiamo Korovev, la figura lunga a quadri, Behemot, il gatto che cammina eretto sulle zampe posteriori, Azazello, il demone guercio e zannuto dai capelli rossi, Hella la strega perennemente nuda ed infine, Woland, Satana stesso travestito da esperto di magia nera.      
Per tutto il romanzo ho cercato di capire cosa mai avrebbe potuto indurre un così
singolare gruppo a scomodarsi per mettere piede sulla terra e proprio qui deve entrare sulla scena lui, il maestro, insieme alla sua amante Margherita. Questo stuolo di demoni che terrorizza o fa spiacevoli scherzi a chiunque, infatti, sembra invece rimettere a posto la triste storia di Margherita, che ha ormai perso da tempo le tracce del maestro. Quest’ultimo, sparito dopo le critiche negative mosse al suo romanzo su Ponzio Pilato, è stato in realtà ricoverato in una clinica psichiatrica; proprio questo romanzo del maestro sembra essere il filo dipanato da un capo all'altro del romanzo di Bulgakov, che si apre con una discussione sull'esistenza del diavolo, che, sotto le mentite spoglie di Woland, finisce col raccontare di aver assistito personalmente alla condanna di Cristo, e termina con l’assoluzione di Pilato, liberato dalla sua condanna eterna grazie alle parole del maestro. 
Certo il tutto fa supporre un qualche intervento divino, e questo strano Woland coi suoi demoni si presta stranamente a farsi strumento di quello che per tutto il romanzo viene definito un filosofo, quel Jehoshua che Pilato, anche se a malincuore, fa condannare. Il romanzo del maestro, bruciato e restituito al suo autore da Satana grazie all'intercessione di Margherita, può concludersi solo dopo l’assoluzione di Pilato oppure sarebbe meglio dire che la conclusione del romanzo assolve Pilato e questo evento scritto magicamente diventa evento reale.     
E su questo singolare intreccio tra bene e male valgano le parole dello stesso Woland a Levi Matteo, seguace di Jehoshua: «Sii tanto cortese da riflettere su questa domanda: che cosa sarebbe il tuo bene se non ci fosse il male, e come apparirebbe la terra se non ci fossero le ombre? Le ombre nascono dagli oggetti e dalle persone. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Non vorrai per caso sbucciare tutto il globo terrestre buttando via tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo per godere nella tua fantasia della nuda luce? Sei uno sciocco».     
                                         


venerdì 1 agosto 2014

Il delitto è nel castigo?


Come costruisce (o, se si preferisce, de-costruisce) i personaggi e le situazioni Dostoevskij non lo fa nessuno e la lettura di Delitto e castigo non ha potuto che confermare questo mio giudizio.      
All'inizio del romanzo si ha di fronte un fatto, un delitto, ma quanto più si va avanti tanto più si fa avanti la domanda: che cos'è davvero un delitto? Perché in fondo è vero, come afferma il protagonista, che l’uomo considerato fuori dal comune di delitti atroci ne commette e, non di meno, quegli stessi atti spesso sono passati alla Storia come passi avanti per l’umanità. Forse che uccidere un solo uomo sia più grave che ucciderne a migliaia? Sembra davvero il paradosso del chicco di grano e del mucchio! Deriva in buona parte da questo il tormento del giovane Raskòl’nikov che uccide per capire se la sua personalità sia quella di un Napoleone oppure quella di un pidocchio qualunque. Siamo un passo al di là della morale, un gradino più su del bene e del male. La caduta o il trionfo dipendono dalla capacità di reggere le conseguenze delle proprie azioni: il delitto sembrerebbe delitto, per il giovane protagonista, solo nel momento in cui non è condotto fino alle sue ultime conseguenze, e anche allora resta un delitto più contro l’assassino e che contro la vittima. È un fascino sinistro ed incomprensibile quello esercitato dai grandi delitti sull'animo umano, un fascino che osa suggerire che l’unico peccato sta nel castigo.

martedì 10 giugno 2014

Robert Musil e quegli strani turbamenti


Ci sono libri che, quando arrivi all'ultima pagina,
ti lasciano in preda ad un turbamento non facilmente attribuibile ad una ragione precisa; trovo che appartengano a questa categoria i libri di Musil e, a un paio d’anni dalla lettura de L’uomo senza qualità, quello strano senso di turbamento mi ha assalita di nuovo di fronte a (mi si perdoni il gioco di parole)  I turbamenti del giovane Törless. 
Mentre lo leggevo ero dimidiata tra la voglia quasi ipnotica di continuare, pagina dopo pagina, per capire, per vedere, e un profondo senso di repulsione che a tratti minacciava di farmi lanciare il libro lontano.   
Non è un caso che la stessa duplice sensazione mi colga la maggior parte delle volte che leggo qualcosa di Nietzsche: bruciano e fanno male i punti “malati”, quelli in cui, dunque, c’è da scavare e qualcosa da capire.  E allora cos'è che fa male in ciò che scrive Musil? Genericamente penso sia la mancanza di appigli, il fatto che conduca il lettore di fronte alla natura ultima dell’essere umano per poi farlo precipitare dinanzi ad una terribile presa di coscienza: in realtà non c’è alcuna natura, nulla di stabile, nessun io che faccia da sostegno coerente ad un mare di slegati attributi. È l’incoerenza a diventare urticante nelle opere di Musil; il nostro occhio è ancora abituato al rassicurante personaggio tutto d’un pezzo e resta frustrato di fronte all'impossibile unitarietà di certi uomini senza qualità. Il giovane Törless, l’adulto Ulrich sono il risultato ultimo di una geniale ricerca che ha assunto come metodo la graduale distruzione di ogni certezza. La ricompensa per tutto ciò? La possibilità, nient'altro che la pura possibilità di essere chiunque. 

domenica 27 aprile 2014

L'uomo-ombra: una Critica a chi critica

L’animale uomo è qualcosa di ben strano, se lo si osserva attentamente ci si rende conto che nasconde (più o meno!) una serie di meccanismi perversi tra i quali uno, nelle sue varie forme, si ripropone di continuo, mascherato da semplice, per quanto fastidiosa, abitudine. Parlo della consuetudine tanto diffusa dell’individuare e condannare le mancanze altrui e che, secondo il mio modesto parere, nasconde ben altro rispetto alla mera critica fine a se stessa. Il vero problema è che, quando qualcuno è tanto sollecito nel portare alla luce e sottolineare il difetto dell’altro, implicitamente sta anche ammettendo che quel difetto, lui che sta criticando, reputa di non averlo. In altri termini, sottolineando che X difetta di qualcosa, implicitamente si sta dicendo che X è inferiore a noi in quel qualcosa, dunque nella critica (quella che i difetti li crea ad hoc!) vi è una vera e propria autoesaltazione di chi critica.    
Questa logica, però, si può espandere, in quanto funziona tanto per il singolo individuo quanto per i gruppi dei quali fa parte.  
Virginia Woolf in “Una stanza tutta per sé” rinviene questo meccanismo di auto-celebrazione nell'intero genere maschile, almeno per quanto riguarda i secoli passati (ma la questione è più attuale di quanto si pensi!); per lungo tempo l’uomo, inteso qui come maschio, ha visto nella donna una sorta di specchio che ingigantisse il suo ego: nel dichiarare e sottolineare l’inferiorità della donna sottintendeva la propria grandezza. “Per tutti questi secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi, dal potere magico e delizioso di riflettere raddoppiata la figura dell’uomo” dice la Woolf, e si intende che il potere fosse magico e delizioso per i soli uomini! Che il tutto si basasse (si basi) su un assunto che è in sostanza un pregiudizio era cosa poco rilevante se paragonata ai vantaggi ricavabili in termini di sicurezza; e che la sicurezza così ottenuta avesse i piedi di argilla, come il gigante del diffuso modo di dire, è ancora un’altra questione…              
Tornando al problema principale, qualche riga più avanti la Woolf continua, riportando anche degli esempi più che chiari: “Qualunque sia il loro uso nelle società civilizzate, gli specchi sono essenziali a ogni azione violenta ed eroica. Perciò Napoleone e Mussolini insistono tanto enfaticamente sull'inferiorità delle donne, perché se esse non fossero inferiori cesserebbero di ingrandire loro”.           
Il discredito gratuito, a quanto pare, fonda intere personalità. Identità apparentemente solide altro non sono che pallide ombre, ovvero un negativo, generato solo grazie al fatto che un oggetto ha coperto il sole. L’ombra è l’ego, tanto più grande quanto più forte è il meccanismo che impedisce di vedere la realtà per quella che è. Tutto ciò che circonda l’uomo-ombra, in tutte le sue accezioni, è strumentalizzato, finalizzato alla sua auto-celebrazione; altro presupposto fondamentale perché l’auto-ingigantimento sia efficace, infatti, è la riduzione dell’altro a cosa. L’oggetto di disprezzo dell’uomo che passa la vita a “parlar male di”, lo straniero per lo xenofobo, la donna per il maschilista, è l’Altro irriducibile che non potrà mai essere soggetto come loro, perché la persona per eccellenza, il Soggetto, sono solo loro e l’altro è solo un mezzo attraverso il quale nutrire il proprio Sé.         
Di casi singoli se ne incontrano in abbondanza nella vita di tutti i giorni ma anche i casi collettivi sono sotto gli occhi di tutti; un esempio, oltre quello del maschilismo, valga per tutti: la Lega Nord. 
Sono ben pochi ormai quelli che non conoscono i suoi slogan; ma il problema sostanziale della Lega è che tutte le sue “idee” non sono nulla di più di un NO continuo, una critica incessante a immigrati, omosessuali, meridionali, politici di Sinistra e via dicendo. L’identità leghista emerge dal continuo sottolineare le mancanze altrui, il collante di quell'identità è lo sminuire l’altro, come la base dell’identità del maschilista è lo sminuire la donna.               
Mai come in questi casi è adatto l’appello nietzschiano a difendere i forti contro i deboli!