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lunedì 25 luglio 2022

E tu, vuoi lavorare in un call center?

Quando decidi di cambiare città, cambiano anche le esigenze, dunque ti rimbocchi le maniche e, da brava giovane che non vuole lavorare, ti metti alla ricerca di un lavoretto (il terzo) che possa in qualche modo rendere dignitose le tue entrate.
E allora, inevitabili come la morte, come il discorso di Mattarella a Capodanno, ti piombano davanti i call center con i loro accattivanti annunci, con gente che sorride a 39 denti. 
Sai di averli scartati già anni fa, sai che hanno una fama peggiore di quella di Enea e Didone quando la Fama li sput**na, ma ti dici che forse forse un tentativo lo puoi fare.
Allora mandi il curriculum e loro ti contattano! Ti contattano pure subito! Perché tanto mica hanno perso tempo a leggerlo il curriculum! Ma questo lo scopri dopo...
Per non tirarla per le lunghe, chiedo subito informazioni che a una persona che lavora seriamente non dovrebbero interessare, ad esempio le ore lavorative, la paga, il tipo di contratto. Mi dicono che c'è un fisso di 400 euro, per quattro ore di lavoro al giorno da casa, per cinque giorni a settimana, con un contratto di collaborazione continuativa. Mi faccio due conti e mi dico che tutto sommato, se posso stare a casa e mi danno un fisso, può valerne la pena di prendersi qualche parolaccia e un centinaio di telefoni chiusi in faccia. Anche se, facendo un calcolo anche più rapido, 400 euro, diviso 100 ore mensili (che sono quelle richieste), sono 4 euro all'ora... Ma non facciamo troppo gli snob, su! In fondo mica te l'ha ordinato il medico di scegliere il classico, e poi filosofia, e poi di iscriverti ancora all'università a lettere classiche! 
Subito però mi sorge un dubbio: la tipa con cui ho parlato non ha specificato se fossero netti o lordi i 400 euri. Dopo una piccola epopea per ricontattarla, mi dice che ovviamente sono lordi... ma non mi devo preoccupare, eh! Ci sono i bonus, i premi, i superpremi e il cinquepermilleallachiesacattolica! In ogni caso mi spiegherà tutto la tutor nei tre giorni di formazione.
Sorvolo sui programmi da scaricare e tutto il resto e arrivo a oggi, il tanto atteso PRIMO GIORNO DI FORMAZIONE!
Siamo tutte donne, di età diversa, provenienti da luoghi d'Italia diversi, stando all'accento. Ci chiedono subito se abbiamo avuto esperienze nel settore in precedenza e, tranne la signora che ha fatto la cartomante (divertendosi pure tantissimo a quanto pare), siamo tutte più o meno novelline.
Ascolto. Seguo i discorsi come ero solita fare durante le lezioni all'università. E purtroppo scopro che la filosofia mi ha trasformato in una specie di Laocoonte (però mi sto zitta e mi risparmio i serpenti stritolatori). Capisco al volo dove vogliono andare a parare le nostre tutor quando parlano, anzi prima che parlino. Capisco che dovremo raccontare un bel po' di ca**ate al cliente ("bugie bianche" me le definiscono). Capisco che venderemo una cosa della quale non capiremo un'acca neppure dopo la formazione (basta imparare a memoria un po' di formule da ripetere come un mantra). Capisco soprattutto che non ci pagheranno neppure quei circa 300 euro annunciati, perché quelli lì te li danno solo se chiudi un certo numero di contratti, altrimenti ti pagano a ore... ma ore in cui effettivamente parli, mica quelle che perdi inattivo davanti al PC! In fondo è il mio sogno proibito restare quattro ore davanti al computer completamente immobile, con le cuffie, un programma aziendale aperto ma senza fare nulla. Le ore effettivamente retribuite, se tutto va bene, sono due su quattro. Ah, e sono pagate se arrivi almeno a 15 ore, se ne fai 14 e 59 no. 
Ciliegina sulla torta? Prevedendo di farci iniziare gli ultimissimi giorni di luglio, in quel periodo saremo retribuite solo per i contratti chiusi, le ore non verranno pagate. Ora ditemi, quante possibilità di fare un contratto ha una che ha appena iniziato questo tipo di "lavoro"? Ma loro hanno la soluzione: "Se avete parenti...".
Una macchia perfetta, non c'è che dire! 
Adesso sono indecisa se seguire la seconda puntata di questa appassionante docuserie sul lavoro in Italia. E soprattutto se correre a compare le cuffie che servono per le telefonate! 

mercoledì 20 marzo 2019

Scrittori, correttori e contrappasso

Sono stanca, ho passato il pomeriggio e parte della serata a correggere un testo che di sicuro mi occuperà altre giornate intere, un testo di un autore che sembra non conoscere il senso della parola "comunicare"... 
Ecco, nel caso non fosse chiaro, credo fermamente nel collegamento tra il concetto di "scrittura" e quello di "comunicazione", se si preferisce "condivisione". 
Insomma, se non scrivi per dire qualcosa al mondo, quello che hai scritto lo chiudi in un cassetto, no?
A quanto pare no...
Lo sconforto mi ha portata a formulare questo pensiero: chi scrive dovrebbe sapere cosa vuol dire stare dall'altra parte. Allo scrittore farebbe bene, per un certo periodo della vita, fare il correttore di bozze, il recensionista... il lettore! 
Lo scrittore dovrebbe provare la noia più desolante, dovrebbe compiere il fastidiosissimo sforzo di comprendere la spocchia di chi non vuol essere compreso (ma vuol essere letto!), dovrebbe sentire l'irritazione quasi epidermica che si prova al cospetto di una trama costruita male, di un personaggio vuoto, di una storia senza un'anima. Chi scrive dovrebbe sperimentare il contrappasso prima ancora di compiere il peccato d'essere un cattivo scrittore. 
Correggere pessimi libri farà anche venire i crampi allo stomaco, ma almeno si rivela un efficace vaccino.

FOTO: Autore sconosciuto

martedì 2 maggio 2017

Correzione bozze? E cosa sarebbe?

Gira e rigira sono arrivata a maggio senza scrivere una parola su questo mio caro vecchio spazio. 
Come diceva qualche romano d'altri tempi "Fugit irreparabile tempus"!
La novità del momento è che, a quanto pare, sono diventata una correttrice bozze di professione con tanto di sito internet. Sembro quasi seria, eh? La strana notizia è che lo sono, pertanto, dopo svariati anni trascorsi a cercare di spiegare alla gente cosa fosse la filosofia, adesso inizia la fase del quesito: "e che sarebbe questa correzione bozze?" Pensavo di uscirmene prima o poi, ma evidentemente è il mio destino.
E dunque: che cos'è questa correzione bozze?
Partiamo dal presupposto che una buona fetta di coloro che scrivono non ha idea del lavoro che ci sia dietro un libro finito. La fase creativa, quella in cui l'autore butta giù la sua idea, per quanto importante, è solo il primo passo. Nella maggior parte dei casi, anche l'autore più bravo lascia nel suo manoscritto una serie di errori, refusi e imperfezioni di ogni genere. 
Il motivo è semplice: chi conosce già il testo non "inciampa" negli errori, non li vede. Questa prima fondamentale tappa, quindi, porta non ad un libro, ma ad una bozza da vedere e rivedere, fino a ridurre al minimo il rischio di errori. 
Questa operazione di revisione, affinché sia efficace, deve essere fatta da qualcuno che conosca bene la lingua e le sue regole, ma che NON sia l'autore. 
In sostanza la correzione bozze consiste in questa operazione di revisione e rimozione degli errori invisibili all'autore. Il correttore bozze ha il compito di ripulire il testo, sistemarlo, così che, a livello formale, sia pronto per passare alla fase successiva.
Una buona correzione bozze è indispensabile ai fini della pubblicazione, ma è utilissima anche prima di inviare il testo ad un editore: la correttezza formale dell'opera, infatti, potrebbe fare la differenza durante un'eventuale valutazione dello scritto da parte di una casa editrice o anche semplicemente in un concorso.

mercoledì 20 maggio 2015

Cronache di un colloquio andato male

Come si sarà capito fin troppo bene, ormai sono da un bel po' di tempo alla ricerca di un lavoro, ed è cosa nota che, quando si cerca un lavoro, ci si può imbattere in qualsiasi tipo di offerta... Ed è così che ti capita l'annuncio ambiguo, finalizzato a raccogliere poveri disperati per sbatterli davanti ad un citofono a cercar di vendere gusci di noccioline vuoti. 
Un bel giorno, però, finalmente arriva la chiamata che ha tutta l'aria di essere una proposta serie, in risposta ad un curriculum inviato chissà quando, da chissà dove e non si sa bene a chi (se siete disoccupati in cerca di impiego capirete all'istante che cosa intendo!). 
Così parti e ti fai qualche decina di chilometri tra treno e pullman per andarti a fare questo colloquio, anche se la proposta non è che ti convinca del tutto, perché, in fondo in fondo, sai che tu la "dialogatrice" per strada non riusciresti a farla tanto bene. Ma i dubbi te li metti in tasca e vai comunque all'avventura, ti perdi un paio di volte, maledici la lentezza del cellulare che non ti apre Google Maps, però, alla fine, arrivi sana e salva nel luogo indicato dalla voce al telefono. 
Ci stai due ore lì, tu ed altre quattro persone, ti spiegano che dovrai stare dieci ore in piedi, con la neve o col sole di agosto, che dovrai stare un giorno a Trieste e l'altro a Bologna, ti fanno fare un test scritto dove ti chiedono, tra le altre cose, quanto ti piaccia il rosso, ti fanno fare un paio di simulazioni di "vendita" coi tuoi compagni di avventura... Insomma, alle 12:30 sei fuori. 
Nel pomeriggio ti arriva l'e-mail nella quale ti comunicano che la tua candidatura NON può essere accolta. Pensi alla mezza giornata persa, al mal di testa che ti è venuto, ai soldi che hai speso tra fototessere, biglietti del pullman, del treno e caffè buttati giù come fossero acqua. 
Ricominci da capo.
Se la vita lavorativa proprio non riesce a partire, mi posso consolare parzialmente (ma molto molto parzialmente) con i "successi" letterari. 
Ma vuoi vedere che, forse, il romanzo me lo pubblicano davvero?
Qui, alla voce "Sezione narrativa", il giudizio dato all'opera vincitrice del Premio Jacques Prévert 2015, ovvero al mio romanzo.

giovedì 12 marzo 2015

Da Sud a Nord

Mi risulta sempre più difficile ritagliare una parentesi temporale per aggiornare questo povero vecchio blog e, per capirlo, basta guardare il progressivo aumento del divario tra una data e l'altra dei vari post. Diciamo pure che la colpa è dei momenti di transizione, che nel mio caso sono duri a passare. Da quanto tempo sto, come si sul dire, "appesa"? Come minimo un anno e mezzo, ma nell'ultimo mese ho voluto strafare, cambiando addirittura regione. Alla fine mi sono lasciata trasportare anch'io dall'ormai celebre flusso migratorio che porta gli italiani a spostarsi dal Sud verso il Nord, dalla Campania verso il Veneto in questo caso particolare.
Commenti sul cambio di regione ne ho pochi, è troppo presto per evidenziare vizi e virtù della provincia di Vicenza. Certo è che un lavoro ancora non l'ho trovato e ho avuto modo di constatare che un laureato in Filosofia, da queste parti, è considerato un animale decisamente strano. Ma esiste una casa per i filosofi?

venerdì 30 maggio 2014

TFA sì, TFA no


Per chi come me si ritrova in tasca una laurea in Filosofia (et similia...) e permane da mesi, o anni in alcuni casi, nel misero stato di "disoccupato", questo periodo è quello della valanga di notizie relative allo stramaledetto TFA. Vige ultimamente l'imperativo morale di provare questo concorso che, già ad una prima occhiata, pare una gran fregatura da capo a piedi, a partire dal prezzo esorbitante: diciamocela tutta, se pure uno avesse 3000 euro in contanti nascosti sotto il cuscino, stento a credere che li tirerebbe fuori volentieri per un concorso che, se tutto va bene, ti garantisce un bel po' di anni di precariato! 
Non parliamo neppure, poi, delle famose domande che, a quanto pare, sembrano scelte in base al principio "apro l'enciclopedia a una pagina a caso e faccio una domanda sul primo nome della terza colonna". 
La cosa più fastidiosa, però, è che, coloro che si permettono di dire (e io sono tra loro) che NON HANNO NESSUNA INTENZIONE DI REGALARE SOLDI ALLO STATO CON IL TFA, si sentono rispondere sempre la stessa cosa: "Sì ma è una possibilità, se te la lasci sfuggire poi potresti pentirtene!" 
Passiamo ad una breve analisi filosofica del fenomeno: per quale arcano motivo una persona dovrebbe cogliere al volo TUTTE le possibilità che le si parano davanti? Perché non è possibile SCEGLIERE, SELEZIONARE soltanto quelle che  interessano davvero senza per questo essere additati come degli allocchi che se la fanno fare sotto il naso dagli eventi? 
Sembra che il panico da crisi abbia reso tutti incapaci di seguire un percorso coerente, fatto di scelte consapevoli; la paura di restare senza un lavoro per essere stati troppo schizzinosi tormenta quasi tutti. La parola SCELTA sembra che sia diventata tabù e l'uomo non è più l'essere che sceglie come vivere ma l'animale che è costretto ad ingurgitare ogni misera possibilità che gli si versa addosso dall'alto.

giovedì 10 aprile 2014

Piccola apologia delle discipline umanistiche


Bazzicando in rete, quando non si ha qualcosa di preciso da fare, ci si può imbattere in discorsi e battibecchi quanto meno irritanti, soprattutto quando tirano in ballo quello a cui stai praticamente dedicando la tua vita.              
E dunque, la questione è la seguente: l’imbecille di turno (mi si conceda di chiamarlo tale perché di altro non si tratta!), che è solo il rappresentante ideale di tanti suoi simili, deride/disprezza chi decide di intraprendere un percorso di studi umanistici (nel caso particolare si trattava proprio della mia filosofia) perché non dà lavoro subito, ma, soprattutto, non darà mai soldi a palate! Dopo tutto si sa, continuava il grande uomo di mondo nel suo pseudo-ragionamento, se un percorso di studi non porta a riempirsi le tasche è inutile, non ha alcuna ragion d’essere e coloro che lo scelgono sono un branco di cretini, futuri pezzenti, da commiserare nella migliore delle ipotesi!      
Qualcuno ha messo un po’ in moto il cervello ed ha osato rispondere a cotanta saggezza che, dopo tutto, dei soldi ce ne facciamo ben poco se poi siamo costretti a fare per tutta la vita un lavoro che non ci piace e, aggiungo io, se siamo costretti a passare svariati anni sui libri di una disciplina della quale non abbiamo nessuna considerazione se non in relazione ai soldi che ci potrebbe far guadagnare in futuro.        La risposta, ovviamente, è stato un ritornare sui soldi ignorando l’argomento lavoro…                 
Ora mi chiedo, sinceramente, se una persona con un briciolo di cervello possa davvero pensare di svolgere una professione badando solo all'aspetto economico, come se in fondo si potessero ignorare tutte le ore che uno trascorre a lavorare e pensare solo al momento in cui ci ritroviamo il compenso tra le mani. Il lavoro che si sceglie di fare, che si voglia o no, ci caratterizza e a lungo andare diventa parte della nostra identità.            
Questo non è certo un modo per dire che il denaro non serva a nulla, di quello c’è sempre bisogno, ma, mi si scusi la banalità, è possibile davvero vivere in funzione del denaro, scegliere un lavoro solo in base al denaro, scegliere chi essere esclusivamente in base al denaro?          
Il lavoro è un mezzo di sopravvivenza che è, allo stesso tempo, fine dell’esistenza di un essere umano; il denaro è un mezzo e basta e, dopo decenni e decenni di teorizzazione in proposito, non posso fare a meno di constatare che un po’ di filosofia a certa gente servirebbe con estrema urgenza, perché possa capire quanto meno su che strada sta muovendo i propri passi. 
Passiamo al punto dolente, il fatto che parlo anche per esperienza personale: laurea in filosofia e niente lavoro.           
“Lo vedi!” mi direbbe compiaciuto (e di fatto lo dice) qualcuno dei “saggi signori” nominati all'inizio.     
Ma la mia risposta, e spero quella di molti nelle mie stesse condizioni, non può che essere questa: nessuno di quelli che intraprendono un percorso di studi umanistici è tanto ingenuo da credere di trovare un lavoro il giorno dopo la laurea o di far soldi a palate una volta trovata un’occupazione; ma qualcuno dei grandi praticoni che si aggirano nel mondo, virtuale e (purtroppo) non, ha forse mai pensato che, probabilmente, non era quello, i soldi a palate, il fine di chi ha fatto una scelta del genere?       
Forse faremo la fame, forse lavoreremo solo dopo i 40 anni, ma quanto meno eviteremo la frustrazione perenne derivante dal non essere nel posto in cui volevamo essere e, a confronto di questa, la frustrazione del non trovare lavoro sembrerebbe quasi cosa da poco.         
Grandi ingegni pratici, interrogatevi! Sempre che non abbiate paura di mischiarvi con i filosofi...

giovedì 27 marzo 2014

Si presenti prego!

Sapete quando una, che si è laureata in Filosofia da sei mesi e da altrettanto tempo cerca e non trova lavoro, si incazza seriamente? Quando prova ad avanzare la propria candidatura per un lavoro che non le compete neppure lontanamente, nella fattispecie quello di stramaledetta portalettere presso le Poste Italiane, e le chiedono la LETTERA DI PRESENTAZIONE! 
Dunque ditemi, quali grandiose doti dovrei mai dichiarare di possedere per essere assunta? Quali doti, se uno dei tizi che portava la posta dalle mie parti, qualche anno fa, la buttava nei canali di scolo perché evidentemente era troppa fatica per lui portarla a destinazione? Quello ne avrà avute di doti, chissà che lettera di presentazione! Rabbia a parte, la questione è la seguente: a che pro una selettività che sembra essere solo di facciata? Perché, se di facciata non fosse, il nostro Paese verserebbe in ben altre acque a questo punto, non ci vuole l’oracolo di Delfi per capirlo!  
Credo seriamente che in tempi come questi l’essere snob (choosy avrebbe detto qualcuno che stava ai piani alti qualche tempo fa) sia quasi un imperativo morale. Solo così, forse, le cose potrebbero iniziare a tornare al proprio posto.

domenica 17 marzo 2013

Il tempo libero della domenica

Post di una domenica col sole, che come sempre capita quando decido di non tornare a casa il fine settimana e sono quindi costretta a restarmene nelle mie quattro mura.
Sono anni che cerco il senso della domenica e ancora non l'ho trovato ed è inutile che mi si dica che è il giorno di riposo in cui uno può fare quello che gli piace, perché si tratta di una definizione abbastanza misera e deprimente visto che implica che durante la settimana, invece, non si fa quello che piace. Definizioni che contengono un mondo e una mentalità! E allora parliamo del tempo libero: da cosa e per cosa? Le risposte nascondono una gran bella gerarchia di valori: dal lavoro per il far nulla, per il divertimento. Qual è il valore tra le due opzioni? Forse, almeno la mia generazione, si avvia a rendersi conto che certe scale gerarchiche andrebbero capovolte visto che il lavoro lo cerca disperatamente e di tempo libero ne ha fin troppo...
Ma non scadiamo nella quotidianità! Di discorsi sul lavoro e il non lavoro ne abbiamo piene le scatole un po' tutti, quindi meglio che torni a fare quello che faccio il resto della settimana, senza lasciami distrarre da queste maledette domeniche! Meglio tornare alle mie parole che nascono da e mirano a quella presunta irrealtà che alberga nella mente...

mercoledì 26 settembre 2012

Il filosofo e il labirinto

Questa sera pensavo al "mestiere del filosofo" (dopo aver letto questo) e a quella sua utilità che quasi tutti tendono a negare e mi è venuta subito in mente un'immagine, quella del labirinto visto dall'alto. 
Mi spiego meglio: da ogni dove si decantano a gran voce la faticosità della vita, l'incomprensibilità della realtà che ci circonda, l'incertezza del futuro e tutti quei fattori che contribuiscono ad aumentare il livello di stress dei poveri esseri umani che popolano questo mondo di oggi che, per l'appunto, ha tutto l'aspetto del labirito. 
Ora, sappiamo bene che, a meno di non vagare a caso e trovare con un grosso quanto improbabile colpo di fortuna l'uscita, da un labirinto si può uscire in un paio di modi. 
Primo modo: avere l'Arianna di turno che ci tenga il filo e ci guidi verso l'uscita. 
Consiglierei, però, di pensar bene a quel che si fa prima di "lasciarsi guidare", dal momento che, coi tempi che corrono, è difficile capire se l'Arianna che tiene il filo ci porterà davvero fuori o tra le fauci del Minotauro; inoltre, seguire il filo tenuto da qualcun altro vuol dire sempre cedere buona parte della propria libertà.
Seconda soluzione: avere ben stampata in testa una mappa del labirinto visto dall'alto. 
La seconda soluzione non prevede altra guida che noi stessi e la nostra conoscenza del labirinto, fuor di metafora della realtà nella quale ci troviamo immersi. Chi non ha visto il labirinto dall'alto, chi è occupato con questo o quel pezzo di realtà, chi non riesce a sollevare il proprio sguardo al di sopra del muro che si trova davanti o dei sassi nei quali inciampa, difficilmente riuscirà a trovare l'uscita. 
Cos'è un filosofo dunque? Uno che prova ad abbozzare la mappa del labirinto per poter uscire. La storia della filosofia è la storia dei tentativi di uscire dal labirinto, non fosse altro che per questo la si deve studiare, non fosse altro che per questo esiste un corso di laurea in Filosofia! 
Se si vuol fare almeno il tentativo di orientarsi nella realtà, e in una realtà come quella attuale più che in quella del passato, non ci si può permettere il lusso di buttare nella spazzatura neppure lo schizzo più parziale dell'intricata struttura che ci ospita, prenda esso il nome di Critica della ragion pratica, Essere e tempo, Simposio o Fenomenologia dello spirito.
Miei cari signori, se il mondo va a rotoli, la cosa avviene perché chi ha un po' più potere di qualche altro, molto probabilmente, non sa neppure di trovarsi in un labirinto, semplicemente va avanti seguendo l'odore allettante del cibo, senza sapere che il banchetto finale sarà lui stesso e l'umanità che si porta dietro.

venerdì 24 agosto 2012

Una dose di acidità

Ti svegli la mattina verso le sei e trenta, esci di casa ancora mezza addormentata e ti immetti nell'accaldata vita estiva con tutta la riserva di buon umore e pazienza che hai a disposizione, perché sai che, se il tuo fine per quel giorno è quello di farti rilasciare la tale scartoffia dal tale ente, ti serviranno entrambi in quantità industriale.
Ti serve una cartoleria aperta per fare delle fotocopie: quante sono le possibilità di trovarne una aperta prima che il sole sia alto nel cielo? Ve lo dico io, nessuna, soprattutto se ti serve urgentemente.
Abbandoni l'idea delle fotocopie e decidi di tentare con gli originali perché in fondo, per raggiungere il tuo fine, forse andranno bene anche quelli. Vai allo sportello e il tizio che ci sta dietro, uno con l'antipatia stampata in faccia, quasi ti accusa di essere una specie di scroccona per un paio di fotocopie (e lì ti viene la voglia di sbattergliene in faccia una risma intera di fogli!). Ci passi su, fai finta di non capire e inizi a formulare per bene la tua richiesta. Il tizio dello sportello, che a questo punto della storia dimostra un'acidità raramente riscontrabile in giro, ti si rivolge come se fossi scema e ti fa credere che l'operazione che sta per compiere per te richiederà chissà quante tappe e che il modulo che ti ha dato da compilare sarà il primo di altri cinquemilanovecentosettantadue moduli simili di difficoltà crescente. 
Alla fine scopri che per svolgere tutta l'operazione non sono necessari più di cinque minuti perché Mr Acidità ti piazza in mano le carte che ti servono e ti prende quasi per il culo quando gli chiedi se c'è bisogno di fare altro. 
Certa gente dovrebbe provare le brezza della disoccupazione visto che si dimostra così poco contenta del lavoro che svolge.

sabato 28 aprile 2012

Il "mestiere" del filosofo


Questa mattina, sotto la doccia (luogo deputato alle riflessioni sul senso della vita!), mi sono ritrovata a pensare a che senso abbia la scelta di un determinato percorso di studi piuttosto che di un altro. 
Ponendo la domanda in maniera diretta: perché ci si iscrive ad una facoltà piuttosto che ad un'altra? 
La risposta non è delle più incoraggianti, a mio avviso: spesso una scelta vale l'altra, si intraprende un percorso tanto perché qualcosa si deve pur fare e il risultato è che abbiamo in giro un sacco di gente insoddisfatta, frustrata e tutt'altro che felice di intraprendere una professione (una qualsiasi, che di questi tempi è sempre un piccolo miracolo!).
Ma vado più nello specifico, perché mi si potrebbe obiettare che mi diverto a far critiche e poi non ho il coraggio di estendere quelle stesse critiche al mio ambito.
Ebbene: che razza di mestiere è quello del filosofo?! 
In continuità con ciò che ho detto fino ad ora, mi viene da dire che è il mestiere (forse il termine è improprio e converrà metterlo tra virgolette d'ora in poi) che più di ogni altro è inscindibile dalla personalità e dalla vita di chi lo pratica; è quel "mestiere" che coincide con l'intera vita di chi lo pratica! Se così non fosse sparirebbe il "mestiere", sparirebbe il filosofo e rimarrebbero soltanto parole vuote ed irritanti. 
Non che le parole dei filosofi non siano irritanti in genere, di prassi lo devono essere al fine di mettere in causa l'essenziale, perché quando ci smuovono il terreno sul quale poggiamo i piedi non possiamo non irritarci! Rimarrebbero parole irritanti nel senso meno nobile di ottuse e sciocche, parole senza riscontro nella vita di chi le ha pronunciate. 
Lo sforzo di chi pratica questo "mestiere" sarà quello di fare della propria vita l'opera più grande e degna di nota: va da sé che si tratta del lavoro di una vita nel senso più letterale possibile. 
Ha una particolarità questo "mestiere": non lo si può svolgere senza esserne totalmente presi, senza passione detto in altri termini, dal momento che, svolgere senza passione un "mestiere" che richiede il coinvolgimento di se stessi come clausola imprescindibile, vuol dire non svolgerlo affatto: è come se un pittore volesse dipingere senza alcun supporto ed alcun tipo di colore o un falegname pretendesse di costruire una porta in legno senza legno. 
Il coinvolgimento del filosofo in quanto uomo è la conditio sine qua non della sua filosofia e del suo essere filosofo.




venerdì 23 marzo 2012

Riflessioni generazionali


Sono reduce da una settimana universitaria abbastanza intensa; sebbene i giorni occupati dai corsi siano stati solo (si fa per dire) quattro, svegliarsi alle sei, se non prima, per quattro mattine di seguito un po' è stancante... Per cosa? Forse, nella migliore delle ipotesi, per un'incognita... 
Ma non lamentiamoci! Potrebbe andare peggio, perché al peggio non c'è mai fine e, dopo tutto, lamentarsi è un privilegio che la mia generazione non può permettersi... Anche se, di fronte a giorni che scorrono inesorabili e tutti uguali, ci si rende conto che le cose, forse, non vanno tanto bene, che il prezzo che si paga (a rate o meno) non è mai pari a quello del premio finale, guai a dire che si stava meglio quando si stava peggio! La nostra è la generazione dell'opulenza e ammettere che ci sia qualcosa che non ci si può permettere è un reato, perché la generazione precedente è quella che non poteva permettersi quello che abbiamo noi... la nostra no, la nostra campa di rendita!
Mi piacerebbe, però, che questa "benedetta" generazione precedente che ci ha regalato questa "splendida" e ricca realtà capisse almeno una cosa di questa nostra generazione di sciagurati; c'è una sola cosa che la nostra generazione non può permettersi... La mia generazione non si può permettere il lusso di sognare! La speranza apparteneva alla generazione precedente, che aveva l'idea di futuro, un'idea che noi non abbiamo più, perché il futuro è stato sostituito da un eterno presente al quale, volenti o nolenti, siamo incatenati... Mi piacerebbe che la generazione precedente sperimentasse la mancanza di terreno stabile sotto i piedi che sperimentiamo noi ogni giorno, quando studiamo e non sappiamo in vista di cosa, lavoriamo e non sappiamo a quale fine... Vorrei che almeno per un istante i nostri "padri" arrivassero a cogliere il vuoto che ci hanno lasciato in eredità al posto del futuro che avevano in mente...
Ma non lamentiamoci troppo...