Visualizzazione post con etichetta Parole. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Parole. Mostra tutti i post

venerdì 4 ottobre 2019

Ci sono cose che non si possono dire

Ci sono cose che non si possono dire.
Ci sono cose che non si possono dire perché le emozioni sono bombe e tu sei in un campo minato.
Ci sono cose che non si possono dire perché la verità a ogni costo è un valore assoluto solo nella tua stupida testa corrosa dalla filosofia.
Ci sono cose che non si possono dire perché non si presenterà mai l’occasione propizia per non fare del male a nessuno.
Ci sono cose che non si possono dire perché i segreti hanno sempre troppi protagonisti.
Ci sono cose che non si possono dire perché se dicessi semplicemente “me ne frego” non saresti tu.
Ci sono cose che non si possono dire perché l’amore è una strada dritta e soleggiata solo nei film.
Ci sono cose che non si possono dire perché altrimenti, poi, dovresti dire anche altre cose, e altre cose, e altre cose, per far tornare i conti.
Ci sono cose che non si possono dire perché hanno diritto a esistere solamente nei sogni.
Ci sono cose che non si possono dire perché le vite degli altri devono continuare ad andare così.
Ci sono cose che non si possono dire perché senti di non avere il diritto di turbare un’anima che ha già sofferto.
Ci sono cose che non si possono dire perché è meglio che esploda un cuore soltanto e gli altri continuino a battere.



giovedì 25 aprile 2019

Paul Celan, il poeta che diede voce ad Auschwitz


Il poeta ebreo Paul Celan visse direttamente il dramma del genocidio e trascorse il resto della vita, fino ai limiti della follia, a mettere in versi l’indicibile

Nel 1949 uno dei maggiori filosofi del ‘900, Theodor W. Adorno, rese pubblica per la prima volta una tesi che sarebbe passata alla storia, quella secondo la quale non ci può essere poesia dopo Auschwitz. Quali parole, infatti, utilizzare per descrivere l’orrore? L’Olocausto mise il mondo di fronte all’impotenza e all’irrimediabile insufficienza del dire.      
Il poeta Paul Celan, originario di Czernowitz e, come Adorno, ebreo, invece, del dar voce a chi voce non aveva più fece un imperativo per tutta la durata della sua vita. Il confronto con la “sentenza” adorniana fu inevitabile, tuttavia la constatazione di ordine teorico dalla quale Celan partì diede basi solide ad ogni suo singolo verso.       
Cantare l’indicibile richiedeva strumenti poetici nuovi, adeguati all’argomento, e questi nuovi mezzi Paul Celan li cercò e li trovò in un generale sovvertimento della concezione tradizionale del linguaggio: non si poteva parlare di Auschwitz fintanto che si fosse tentato di farlo con il linguaggio adoperato fin a quel momento. Il tedesco, la lingua adoperata dal poeta, la lingua del “nemico”, doveva essere totalmente sovvertita per poter risultare più efficace di quel silenzio che costituiva l’unica alternativa ad essa     
E così nelle opere di Celan sparì prima di tutto la distinzione tra significante e significato: la parola nelle sue liriche non è un segno per qualcosa che sta al di là di essa, propriamente la parola celaniana non dice, è.
La poesia è un luogo reale e comporla non vuol dire riprodurre una realtà, essa è creazione nel senso più radicale del termine, è produzione e non riproduzione di qualcosa di già esistente.
Il critico di origine ungherese Peter Szondi, amico del poeta, così si esprimeva in relazione a Stretto, una delle sue liriche più famose: “il testo stesso rifiuta di porsi al servizio della realtà, di continuare a giocare il ruolo che gli si assegna a partire da Aristotele. La poesia cessa di essere mimesis, rappresentazione: diventa realtà. Realtà poetica, beninteso, testo che non segue più una realtà, ma si progetta esso stesso, si costituisce in realtà”.          
E in linea con ciò, dunque, la landa della quale parla Celan all’inizio della stessa poesia è il testo stesso che smette di rappresentare per offrire al lettore una realtà mai vista precedentemente, sconosciuta perché mai stata prima.       
La tragedia dell’Olocausto non poteva avere voce, Celan provò a donargliene una, provò a trovare le parole per tutti coloro che non avevano avuto modo e tempo di averne; con quelle stesse parole, poi, creò una realtà inedita, perché, stando a quanto detto dello stesso Celan, “la realtà non è, la realtà va cercata e conquistata”. La poesia celaniana è il luogo in cui  accade l’indicibile.     

(Precedentemente pubblicato in https://www.zerottonove.it/)    

lunedì 21 aprile 2014

sabato 16 febbraio 2013

Impossibili tentativi di definizione

Certe volte mi riscopro una persona estremamente ordinaria, succede tutte quelle volte che mi sorprendo a riflettere su un concetto comune come quello di amore. 
Dico che "mi sorprendo" perché la parte di me che è solita supervisionare i ragionamenti nei quali un'altra parte della testa si perde tollera poco l'immersione in un certo tipo di argomenti che sa, sin da principio, essere dei veri e propri labirinti di parole. 
Nonostante ciò, a volte, sento quasi la necessità di provare a dare una definizione, di porre finalmente i due punti e una bella frase esplicativa, lunga o breve che sia, dopo la parola "Amore": è semplice volontà di controllo, perché possedere una definizione vuol dire avere un termine di controllo per quello che non si riesce a capire. 
Il fallimento è assicurato: a molte definizioni manca qualcosa, alcune mi sembra che dicano addirittura più di quello che dovrebbero, nessuna riesce a cogliere quel denominatore comune che tutti, me esclusa, sembrano vedere tanto chiaramente.
 Allora mi rassegno all'idea che, evidentemente, non sono in grado di dare una definizione perché l'amore di cui tutti parlano non lo conosco affatto; se mai ho amato l'avrò fatto in una qualche maniera assurda che esclude la codificazione in linguaggio umano.

domenica 27 gennaio 2013

Ho tanta voglia di tacere in questo momento, eppure so bene che, proprio quando sembra che le parole non riescano a trovare la propria strada, è quello il momento di insistere per tirarle fuori, perché è quando le parole mancano che si hanno da dire le cose più importanti. 
Forse sbaglio, forse non è attraverso il linguaggio di tutti i giorni che si possono esprimere certi concetti, o certe sensazioni se si vuole, senza tradirli. 
A volte ho la netta sensazione che ogni volta che riesco a tirar fuori una parte di me, esponendola, la tradisco.

venerdì 4 maggio 2012

Lasciamo parlare...

Stasera sono assalita dalla pigrizia, oltre che dal solito stato d'animo indefinito ed indefinibile, quindi lascio parlare Sartre (che da un po' mi sta corteggiando) e me ne lavo le mani...
Sorbitevi un po' di filosofia che non vi farà male (forse)!


martedì 24 aprile 2012

...

...credo che quando finirò l'università sarò seriamente a rischio suicidio!



Per il resto non ho parole perché devo imparare a farne a meno...

sabato 10 marzo 2012

Labirinti eretti dal tempo della mia anima

Quattro o cinque giorni possono distruggerti... e oggi sono polemica...
Perché attacco le persone di punto in bianco? Non l'ho mai fatto! Ma quattro o cinque giorni possono distruggerti...
Cammino a passo svelto senza una meta e sembra che sappia benissimo dove puntano i miei passi...

Ho fame di parole... parole scritte, dette, pensate, trasmesse, omesse, fraintese, interpretate, sperate, rifiutate, dolci, tristi, profonde, banali... Rivoglio le parole...
Leggo perché ho fame ma è come bere l'acqua del mare...
Le parole che ingurgito finisco per vomitarle qui o in altri "luoghi" simili...
Cos'ho in testa mentre fuggo sfuggendo a me stessa? Questo mi sfugge...
Prima o poi dovrò ritrovarmi: il più delle volte mi incontro per caso nei luoghi più strani!
Ritrovandomi mi do la mano, spero di essere guidata e finisco col vagare di nuovo in corridoi spettrali di labirinti eretti dal tempo della mia anima...
Ho detto anima? Esistono significanti con troppi significati che, in fin dei conti, arrivano a non averne nessuno.
Ho costruito le mura della mia prigione: una prigione sconfinata, nella quale si può camminare in eterno senza passare due volte per lo stesso punto, pur girando in tondo...