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martedì 17 dicembre 2019

Luce


Avete mai fatto caso a quanto la luce che entra nelle vostre case possa condizionare l’umore? Se non c’è la luce giusta io, ad esempio, non riesco a cominciare bene la giornata. Sono opere d’arte le giornate, sapete? Lasciate stare la vita intera, quella non si sa mai se sarà un’opera riuscita così come la vorreste… Concentratevi sulla giornata, sulla singolarità irripetibile che sono quelle ventiquattro ore.
Ecco, due giri di lancette che potete decorare come meglio credete. A ogni battito di secondo potreste piantare un albero, ci pensate? Potreste anche farvi venire l’idea che vi cambierà la vita. Potreste concepire un figlio, adottare un cane, tenere in vita l’uccellino che è caduto nel vostro cortile. Potreste persino morire! Ci pensate?
Forse no…
So a cosa state pensando, invece, in questo momento. Se possiamo, perché non lo facciamo? Che cosa tiene incollati noi umani all'ipotesi e ci impedisce di far traboccare le giornate, di far saltare in aria le lancette?
Siamo senza sangue, è questa la verità. Siamo fili d’erba che alzano la testa timidamente e solo d’estate, non siamo capaci di estendere radici verso il basso e rami verso il cielo, di affrontare gli inverni a testa alta. Non più almeno…
Dovremmo smetterla di essere morti che camminano. Il nostro vivere in caverne ben arredate ci porterà all'estinzione, perché abbiamo dimenticato come si fa a digerire la luce.
Bella evoluzione: da scimmie arrampicatrici a scimmie ipogee. In fondo era meglio quando vivevamo sugli alberi, eravamo a un piano superiore. Almeno si interagiva e non si restava seppelliti da vivi in loculi dai nomi ammalianti: monolocale, bilocale, loft, attico… Manca sempre il cielo nudo sulla testa.
Manca sempre il tempo per fare tutto, concordate? Come se consumassimo chilometri di esistenza ogni giorno. Eppure a fine giornata, allo scadere di quelle ventiquattro ore, siamo al punto di partenza. Sì, è proprio un giro: quando le lancette tornano nella posizione iniziale, dopo due corse, tutto si cancella. Che miracolo! O forse dovrei definirlo maleficio, incantesimo di un dio divoratore di vita. Perché è così, ci sembra soltanto di vivere mentre corriamo a piedi o in macchina, mentre ce la prendiamo con il tizio che ha saltato la fila al supermercato facendoci perdere tempo, appunto, mentre consumiamo in una infernale ruota le nostre maledette ventiquattro ore. Neanche scimmie più, ma stupidi criceti inebetiti dalle sbarre che li circondano: ecco cosa siamo!
Eppure la volete sapere una cosa ancora più ridicola? Io ce l’avevo un criceto una volta, una femmine per la precisione. Ha girato a vuoto nella sua ruota anche lei, ma un giorno si è accorta che la gabbia aveva una porta, ben mimetizzata tra le sbarre. Dal momento in cui è stata consapevole dell’esistenza di quella porta, ha lasciato perdere la ruota e ha iniziato a dedicarsi a quella. Che ci crediate o no, nel giro di poco tempo, ha trovato il modo di sollevare quella porta a ghigliottina.
E ora ditemi: chi è il sorcio in gabbia?
Noi di porte ne vediamo ogni giorno, stanno lì, a ogni angolo di strada, ma ci passiamo sopra, facciamo finta di non vederle. Ogni cosa bella è una porta verso la vita, ma forse preferiamo la comodità delle nostre gabbie. Ne ha fatta di fatica il mio criceto per evadere! Noi umani non siamo disposti a faticare.
Prestare orecchio al fiore che morirà domani, all'ombra che sa che dovrà dileguarsi per far spazio al mezzogiorno non è facile, lo capisco… La bellezza della mortalità spaventa, ma è l’unica via che possa portare a riempire quelle ventiquattro ore. Riempirle davvero!
La routine, le giornate sempre uguali hanno un vantaggio: l’illusione dell’eternità. Ripetete, ripetete, ripetete… e alla fine una sorta di illusione ottica delle idee vi fa credere che la copia avrà sempre un’altra copia, all'infinito. Ma non funziona così. Il criceto muore nella ruota alla fine, mentre miliardi di altre ruote continuano a girare.
Attraversare la porta non vuol dire non morire, vuol dire sapere che si dovrà morire e lasciare che questa consapevolezza illumini tutto. Quando la morte illumina, quelle ventiquattro ore cambiano i colori della stanza, cambia il vostro volto nello specchio e i volti della gente che vi circonda.
È un dolore acuto, una lama sottile infilata sotto pelle, che non vi abbandonerà più. Ma il dolore vi sveglia, vi rinvigorisce i sensi e finalmente vi fa lasciare la vostra angusta tomba ben arredata, nella quale non sopporterete più di stare prima del tempo.
Diventerete avidi di sole a quel punto, accarezzerete la terra affondando le dita nell'erba umida del mattino, per farci pace prima di tornare a essere parte di essa.

martedì 27 agosto 2019

Case, buchi e catacombe

Stasera ho proprio voglia di raccontare fatterelli di poco conto, di quelli che ero solita narrare su questo blog quando ero una giovane e spensierata studentessa di Filosofia, con il naso rivolto perennemente al cielo in pieno stile "Talete nel pozzo".
Ebbene, il titolo di questa storia potrebbe essere "Gnothi seauton...e possibilmente pure le mura dove abita 'sto seauton!"... perché, dopo due anni di insediamento in questa oscura casetta in quel di Fisciano, ancora faccio scoperte inquietanti. 
Passino i due camini murati, che nelle giornate di vento producono sinistri rumori, passi il forno da fornaio, anch'esso murato e non meno sibilante, ignoriamo anche i tubi a vista, tappati con carta, la cui funzione mi è ignota (spero sempre non abbiano a che fare con le fogne), l'intercapedine nel muro scoperta in seguito alla caduta di pezzi di intonaco e quello che ho ribattezzato il "buco del diavolo" (in realtà una vecchia legnaia sigillata)... Ma il mistero del rientro dietro l'armadio mi ha gettata nel panico! 
Torniamo a qualche settimana fa, inizi di agosto; dovevo partire per trascorrere una decina di giorni dai miei. Sistemo la casa, il gatto, faccio le valigie... Nella concitazione, tiro con troppa forza l'ultimo cassetto dell'armadio e mi rendo conto che alcuni indumenti sono finiti dietro al cassetto stesso. Convinta di averlo già fatto in passato, estraggo tutto il cassetto e tra le mani mi ritrovo, qualche istante dopo, un reggiseno... Niente di strano nella casa di una ragazza, direte! Lo guardo: azzurro a pois bianchi, merletti vari, decisamente qualche misura in più della mia... No, proprio non è mio! Penso alle altre donne che eventualmente ho ospitato a casa e... No! Il reggiseno misterioso non può essere loro! Lancio un'altra occhiata e mi ritrovo davanti la maglietta di un pigiama, anch'essa femminile... Pure quella decisamente non è mia!
Lo so, sembra il preludio di una sorta di film erotico, ma vi assicuro che il genere adeguato è piuttosto l'horror.
Mi decido a sbirciare con una torcia nello spazio prima occupato dal cassetto e mi rendo conto che manca il muro dietro l'armadio... Vedo solo un buco del quale non scorgo la fine... Mi affretto a rimettere a posto il cassetto, tra un brivido e un'imprecazione, finisco di fare i bagagli e parto.
Oggi, oltre venti giorni dopo, mi sono fatta coraggio e mi sono decisa a spostare l'armadio, poco alla volta, ben attenta a non rompere sigilli, scoperchiare vasi di Pandora, evocare involontariamente demoni e fantasmi... Coperto da una (inutile) tendina, ho scoperto un rientro nel muro bello profondo, una sorta di nicchia con delle mensole in muratura, che mi ha ricordato da subito i fori scavati nelle pareti delle catacombe... sì, quelli dove piazzavano i morti! Nonostante tutto, ho tirato un sospiro di sollievo: una porta o una finestra sarebbero state decisamente peggio. Metti che inavvertitamente mi trovavo a Narnia... chi li avvisava amici e parenti!?
Ho atteso che la gatta esplorasse la catacomba domestica, poi ho rimesso l'armadio al suo posto e ho ripreso il lavoro. Dormirò di certo sonni più tranquilli...

martedì 2 maggio 2017

Correzione bozze? E cosa sarebbe?

Gira e rigira sono arrivata a maggio senza scrivere una parola su questo mio caro vecchio spazio. 
Come diceva qualche romano d'altri tempi "Fugit irreparabile tempus"!
La novità del momento è che, a quanto pare, sono diventata una correttrice bozze di professione con tanto di sito internet. Sembro quasi seria, eh? La strana notizia è che lo sono, pertanto, dopo svariati anni trascorsi a cercare di spiegare alla gente cosa fosse la filosofia, adesso inizia la fase del quesito: "e che sarebbe questa correzione bozze?" Pensavo di uscirmene prima o poi, ma evidentemente è il mio destino.
E dunque: che cos'è questa correzione bozze?
Partiamo dal presupposto che una buona fetta di coloro che scrivono non ha idea del lavoro che ci sia dietro un libro finito. La fase creativa, quella in cui l'autore butta giù la sua idea, per quanto importante, è solo il primo passo. Nella maggior parte dei casi, anche l'autore più bravo lascia nel suo manoscritto una serie di errori, refusi e imperfezioni di ogni genere. 
Il motivo è semplice: chi conosce già il testo non "inciampa" negli errori, non li vede. Questa prima fondamentale tappa, quindi, porta non ad un libro, ma ad una bozza da vedere e rivedere, fino a ridurre al minimo il rischio di errori. 
Questa operazione di revisione, affinché sia efficace, deve essere fatta da qualcuno che conosca bene la lingua e le sue regole, ma che NON sia l'autore. 
In sostanza la correzione bozze consiste in questa operazione di revisione e rimozione degli errori invisibili all'autore. Il correttore bozze ha il compito di ripulire il testo, sistemarlo, così che, a livello formale, sia pronto per passare alla fase successiva.
Una buona correzione bozze è indispensabile ai fini della pubblicazione, ma è utilissima anche prima di inviare il testo ad un editore: la correttezza formale dell'opera, infatti, potrebbe fare la differenza durante un'eventuale valutazione dello scritto da parte di una casa editrice o anche semplicemente in un concorso.

domenica 22 febbraio 2015

Due consigli per chi vuole scrivere


Oggi mi assumo l’odioso compito di dispensare consigli gratuiti, quelli che irritano tanto, ma proprio tanto, i destinatari che non li avevano richiesti.              
Volevo dire giusto qualche parola sulla scrittura e su quali siano, ovviamente a mio modesto avviso, gli elementi che non possono mancare a chi volesse dedicarsi a questa millenaria arte.         
E dunque, di cosa sto parlando? Semplicemente del fatto che i futuri Luigi Pirandello e Giacomo Leopardi, o presunti tali, dovrebbero rispondere quanto meno a due esigenze:
1) Saper scrivere.           
2) Avere qualcosa da dire.   
      
Qualcuno a questo punto dirà: “E grazie al cavolo! È ovvio che chi si mette a scrivere sappia mettere insieme un soggetto e un predicato!” 
Ma io vi dico, signori miei, che tanto ovvio, purtroppo, non è. Vuoi per la facilità con la quale si pubblicano, al giorno d’oggi, libri di cattivo gusto (quelli buoni no eh! Quelli possono ammuffire nei cassetti…), vuoi per l’incondizionata libertà di accesso ai “mezzi di esposizione” di cui gode il novello scrittore, vuoi, molto più semplicemente, per l’ignoranza dilagante mescolata ad un po’ di insano egotismo, fatto sta che, tra quelli che prendono la penna in mano, sono una minoranza tristemente esigua coloro sanno cosa sia un vocabolario o un libro di grammatica. Mettere in fila quattro parole è cosa facile, mettere in fila quattro parole che abbiano un senso, rispettando le più basilari norme della lingua, richiede giusto quella mezza tacchetta di impegno in più derivante dall'accensione del cervello.       
E qui già mi sento i cori di coloro che si attaccano come delle piovre all'ultima speranza dello scrittore grammaticalmente scorretto: il contenuto. Sì, perché, secondo molti, se c’è il contenuto si può anche sorvolare sulla forma, se il nostro piccolo Svevo è stato capace di donare all'umanità un pensiero più profondo della fossa delle Marianne chi se ne frega se si è scordato le virgole, ha scritto “un pò” invece che “un po’” e ha fatto a pezzi la sintassi come neppure i Futuristi avevano osato fare!
Piano piano siamo arrivati al secondo punto: lo scrittore deve avere qualcosa da dire.         
Sembra banale anche questa, vero? Invece, se vi guardate in giro con un po’ di attenzione in più, vi
renderete conto che la maggior parte di quei capolavori scritti con i piedi sono altamente carenti anche dal punto di vista dei contenuti. Per stravolgere le regole di una lingua c’è bisogno, prima di tutto, di averne piena padronanza, per non parlare del fatto che è necessaria una motivazione profonda per apportare modifiche ed innovare. Ma qui passiamo dalla scrittura, della quale questo post intende occuparsi, alla Scrittura, quella con la S maiuscola, per la quale sarebbe necessario un salto di qualità bello grosso.              
Tornando alla scrittura, pertanto, è tutt'altro che raro trovare il nulla assoluto nella testa di chi dice di scrivere e poi non è capace di legare due frasi in maniera corretta. Certo, è possibile trovare anche il nulla dietro frasi ben costruite, ma qui si dovrebbe aprire una parentesi decisamente troppo lunga.        
Resta valida la massima dei latini, Tene rem, verba sequentur, che, per chi non avesse familiarità con la lingua dell’antica Roma, vuol dire che, se si ha ben chiaro in testa il contenuto, le parole seguiranno. Mi permetto solo di concludere con un paio di aggiunte; in primo luogo, mi sento di dire che questo sia valido per la parola scritta, relativamente alla quale non ci si può appellare ad ipotetiche timidezze paralizzanti, in secondo luogo devo ammettere e sottolineare che ci sono “cose” per parlare delle quali è necessario “inventare” le parole, ma in quest’ultimo caso, ancora una volta, sconfineremmo in territori di ben altro calibro.        

venerdì 21 giugno 2013

Tesi d'estate

Credo che dopo la laurea triennale la mia mente abbia automaticamente rimosso cosa voglia dire scrivere una tesi in piena estate... A questa dimenticanza hanno posto rimedio gli ultimi giorni. 
Il computer è una fonte di calore: punto primo e imprescindibile... Ma sono troppo pigra per scrivere a mano e poi riscrivere tutto col computer, ergo lascio che mi si fondano le dita con la tastiera.
Poi vogliamo parlare dello star seduti per tanto tempo? Dopo un po' ci si fonde anche con la sedia!
I ritmi di scrittura sono un altro elemento preoccupante, sembra quasi che mi abbiano trapiantato momentaneamente il dna di un bradipo...
A parte questi piccoli inconvenienti, quanto meno navigo nei libri...

martedì 19 marzo 2013

Bugie senza colpa: secondo risveglio


SECONDO RISVEGLIO

Avete presente la sensazione che si ha quando si è fermamente convinti che tutto possa accadere? Si percepisce il mondo circostante come gravido di possibilità che stanno lì ad attendere solo noi; ci basta fare un passo ed esse sono là! 
Ebbene quella mattina, distesa supina nel mio letto tiepido, era quella la sensazione che provavo, così come l’avevo provata il giorno prima e il giorno prima ancora. Tuttavia mi bastò mettere i piedi fuori dal letto, fare quel passo decisivo verso la realtà, che tutto svanì, come prometteva quell'altra sensazione, quella latente, che anticipava già la delusione alla quale andavo incontro. Tutto, come sempre, avvenne nel giro di due secondi; solo la mia spiccata vista interiore mi permise di cogliere il passaggio da una sensazione all'altra e di chiedermi, come ogni mattina, come fosse possibile una cosa del genere.
Potrei descrivere la mia vita fino ad oggi in questi termini: una serie di tentativi di recuperare quella sensazione che il mattino m’invade il corpo e la mente, prima che la realtà faccia la sua violenta comparsa, tutti tentativi (è quasi superfluo dirlo!) rigorosamente falliti!
Alzandomi dal letto cercai di fare il meno rumore possibile per non svegliare mia sorella, che dormiva nel letto accanto al mio.
Mi ricordai che era domenica e mi ricordai anche quanto odiassi la domenica.
Durante la settimana l’università impegnava la maggior parte del mio tempo e quindi, teoricamente, il fine settimana avrebbe dovuto rendermi più allegra: nulla di più lontano dal vero, perché il fine settimana mi rendeva incredibilmente irritabile, per il semplice fatto che non sarei mai riuscita a fare in quei due giorni, tutto ciò che, per mancanza di tempo,  avevo rimandato durante la settimana.
Mi vestii velocemente, come se avessi avuto un impegno di lì a poco, ma, invece di uscire, ricoprii di libri il tavolo della cucina, divertendomi, poi, a costruire una piccola montagna mettendoli uno sull’altro: quello era il lavoro che mi aspettava per i prossimi esami. Avvertii un leggero senso di ansia e la piccola catasta di libri sembrò crescere sotto il mio naso. Per evitare che l’ansia crescesse aprii subito il libro più grosso, uno di quelli di storia, e misi da parte tutti gli altri.
Lessi pazientemente di battaglie ed alleanze, rivolte e repressioni per due ore circa, dopo di che mi bloccai e la mia mente prese a vagare da tutt’altra parte; quando succedeva, riprendere le redini della mia attenzione era praticamente impossibile. La mia mente era così: una bestia indisciplinata, incapace di prostrarsi troppo a lungo di fronte alla volontà. Sfogliai il libro per vedere quanto mancasse alla fine del capitolo e finii per chiuderlo e alzarmi dalla mia postazione di studio.
Lanciai un’occhiata fuori dalla finestra, mentre il resto della famiglia iniziava ad invadere il territorio che, fino a quel momento, era stato solo mio; le nuvole all’orizzonte non promettevano certo una giornata calda e assolata, ma avevo bisogno di uscire, fuggire più che altro, anche se non sapevo da cosa.
Prima di ripensarci, mi precipitai giù per le scale di casa con destinazione il centro della città. C’erano poche macchine in giro, gente a piedi, come me, ancora meno.
Con le mani affondate nelle tasche dei jeans, mi guardavo intorno e, a chi mi vedeva dall’esterno, dovevo dare tutta l’impressione di essere alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Dopo qualche minuto ebbi davvero quella sensazione, cioè di aspettare qualcuno, qualcosa o qualcuno che facesse succedere qualcosa… Insomma ero in attesa ed ero uscita di casa per andare incontro a quello che attendevo. Mi accorsi di essermi fermata troppo a lungo e che qualcuno iniziava a guardarmi incuriosito; ripresi quindi la mia marcia con gli occhi bassi e le mani strette a pugno nelle tasche. Accelerai come non avrei fatto neppure se avessi avuto un treno da prendere e, per poco, non investii un anziano signore con tanto di bastone: riuscii a deviare all’ultimo secondo senza che il vecchietto baffuto se ne accorgesse. Non sapevo proprio per quale motivo stessi lì a trottare, quindi decisi di crearmene uno al momento; entrai in una libreria (avevo lasciato i libri per tornare ai libri) e mi sembrò che la campanella della porta facesse troppo rumore.
Quando fui dentro, iniziai ad aggirarmi tra gli scaffali alla ricerca dei classici e, solo dopo qualche minuto, comparve da chissà dove un ragazzo con la barba; aveva un’aria avvilita o almeno così mi sembrò.
- Posso aiutarti?
Fui colta alla sprovvista, perché per qualche assurdo motivo non mi aspettavo che parlasse. Restai per qualche istante a bocca aperta e, probabilmente, dovetti sembrare un tipo alquanto originale, tanto che, dopo un po’, il ragazzo non riuscì a trattenere un leggero risolino. Mi accorsi che, in qualche modo, ero riuscita a fargli cambiare umore e ne fui lieta.
- Ti ringrazio ma non so ancora cosa sto cercando.
Rise ancora di più, senza rendersi conto della serietà della mia risposta. Per non deludere le sue aspettative gli sorrisi e tornai ad interessarmi ai libri che, probabilmente, lo stesso ragazzo aveva disposto ordinatamente, accostando quelli del medesimo autore.
- I classici sono da quella parte comunque – mi disse senza che io gli avessi chiesto nulla.
- Come fai ad essere sicuro che cerco la sezione classici?
- O cerchi i classici della letteratura o quelli della filosofia: la faccia non lascia dubbi!
Scoppiai a ridere e presi, senza pensarci troppo, un libro di Dostoevskij, uno di quelli non eccessivamente grossi. Lo posai sul bancone, dove il ragazzo mi ci infilò dentro un segnalibro, e pagai. Lui mi mise il libro in una bustina e, porgendomela, mi disse – Buona lettura e torna a trovarci!
Prendendo la busta dalle sue mani gliele sfiorai involontariamente e notai il contrasto tra il suo calore e la mia freddezza.
Uscii e mi avviai a casa più lentamente di quanto non me ne fossi allontanata: non avevo fretta di tornarci in effetti.
Strada facendo aprii il libro che avevo appena comprato e sfogliai le pagine, apprezzandone la consistenza. Mentre tornavo alla prima pagina, una goccia d’acqua cadde tra le parole e, subito dopo, ne cadde un’altra e poi un’altra ancora. Chiusi il libro e guardai il cielo; rapidamente il ritmo della pioggia aumentò, mi bagnò il volto, i capelli, i vestiti, m’inzuppò rapidamente, senza che io avessi la forza né la volontà di muovermi di lì.
Mi resi conto, d’un tratto, che non mi muovevo perché era proprio quello che avevo atteso, era quella pioggia ciò a cui ero andata incontro con tanta fretta. Fino a quel momento avevo atteso la pioggia.

lunedì 18 marzo 2013

Bugie senza colpa: primo risveglio

Sono sempre stata una con molta immaginazione, già da bambina, forse perché non sono mai stata pienamente soddisfatta della realtà, perché il mondo reale semplicemente non mi bastava prima e ancor meno mi basta adesso. In fondo non amo se non quello che non posso vedere. 
So bene che al mondo tutti mentono ed essendo umana mi sono dovuta piegare alla menzogna, tuttavia ho scelto la meno dannosa per gli altri: inventare mondi, quei mondi che a volte penso di scorgere nelle persone e nelle cose e che, per lo più, restano lì in attesa di qualcuno che sappia inventare la loro storia. Non dico di saperlo fare, non dico di essere io quella che attendevano, perché si sa che, a dar voce all'altro da sé, si finisce col soffocarlo sotto una coltre di parole proprie. E sta qui l'inganno, perché la voce che si riesce a tirar fuori non è meno altrui che nostra, perché noi stessi nel pronunciare le parole ci siamo fatti altro. Gran bel gioco, perfetta bugia senza colpa!
E proprio oggi mi è venuta voglia di render pubbliche un po' di bugie senza colpa, sette per la precisione, una al giorno se mi sarà possibile. Risalgono a qualche tempo fa...


PRIMO RISVEGLIO 

Sognai di essere nel labirinto ma non ero Teseo. Le pareti erano inverosimilmente bianche e lucide: era un labirinto e un ospedale allo stesso tempo. 

Avanzavo lentamente, in attesa che il mostro saltasse fuori da dietro l’angolo, uno dei tanti angoli che avevo incontrato; ma in quel labirinto ero solo. 
Mi trovai di fronte un lungo corridoio che terminava in una biforcazione: svoltai a sinistra e mi trovai di fronte la mia stessa immagine, riflessa in uno specchio che copriva tutta la parete. Vidi il mostro: vidi me stesso riflesso.
Mi svegliai, soffocando appena un urlo che avrebbe svegliato mezzo vicinato. Mi massaggiai la fronte sudata e poi gli occhi: al tatto il mio volto sembrava ancora il mio. Era la terza o quarta volta che sognavo me stesso come mostro e nella mia mente iniziavano a delinearsi le cause di quei sogni: sensi di colpa accumulati nel tempo. 
Guardai l’orologio e mi resi conto che era troppo presto per andare a lavoro ma anche troppo tardi per tornare a dormire come Dio comanda. Saltai giù dal letto, andai a farmi una doccia e, per una forma di autopunizione, quando mi trovai di fronte all'armadio aperto, tra le tante maglie, scelsi di indossare la felpa che mi aveva regalato la mia ex, uno degli ultimi regali. 
Finii di vestirmi e trascorsi il tempo che restava, prima di dover uscire di casa, seduto sul letto a pensare.
Alle otto e trenta, come se fosse trascorso un minuto e non un’ora, mi alzai, presi il casco e scesi in garage per prendere lo scooter.
Lavoravo in una libreria in centro e di lì transitavano decine, a volte centinaia di persone al giorno; avevo imparato a capire che genere di libri mi avrebbero chiesto in base a dettagli apparentemente insignificanti. C’erano, ad esempio, persone che avevano la faccia da lettori di classici e ben poche volte queste stesse persone si erano rivolte a me chiedendo dell’ultimo best seller. 
C’erano, poi, i filosofi, una sottocategoria del precedente gruppo, che, quasi sempre, chiedevano di libri dal titolo impronunciabile. 
Un'altra categoria era quella dei lettori leggeri che non leggevano nulla che superasse le centocinquanta.
Alle nove in punto aprii, prima che arrivassero i miei colleghi; sebbene fossi l’ultimo arrivato, ero quello che abitava più vicino alla libreria, quindi mi avevano affidato le chiavi quasi subito.
Iniziai immediatamente a darmi da fare con i nuovi arrivi, quando sentii la campanella sulla porta suonare: qualcuno era entrato mentre ero chino dietro uno degli scaffali. Rimisi i libri nello scatolone che era servito per il trasporto e andai ad accogliere il primo cliente della giornata. Non feci in tempo a dire buongiorno perché la voce mi morì in gola: in piedi, a pochi metri da me, c’era la mia ex, esattamente come la ricordavo. Lei sembrava stupita quanto me perché, evidentemente, non sapeva che lavorassi lì; infatti, avevo iniziato col nuovo impiego solo da un paio di mesi, cioè dopo che ne erano trascorsi sei dalla rottura del nostro fidanzamento. 
Feci una serie di rapidi calcoli: da quando non ci vedevamo? Mi grattai una guancia ricoperta da una folta barba (ecco: l’ultima volta che c’eravamo visti non avevo la barba) e poi tentai di accennare un saluto molto imbarazzato.
Lei continuò a restare impassibile, lei col suo cappottino rosso che le arrivava a cinque centimetri dalle ginocchia, lei col suo basco che la faceva assomigliare ad una francesina troppo snob per uno come me. Eppure ero stato io a lasciarla, a battere in ritirata.
Finalmente lei si mosse, facendo qualche passo in avanti rapido e nervoso, e disse contemporaneamente il titolo del libro che le occorreva. 
Fu un sollievo, sebbene il tono fosse di una freddezza volutamente accentuata. Fui stupidamente felice di annunciarle che il libro che cercava era già in negozio e, mentre mi dirigevo allo scaffale sul quale ricordavo di averlo riposto, mi vidi riflesso nella vetrina con la felpa che mi aveva regalato proprio la mia ex. Maledii me stesso e fui assalito dall’imbarazzo più profondo; perché avevo deciso di indossare proprio quella maglia e proprio quel giorno? Con un sospiro profondo mi chinai per prendere il libro: dal sogno di quella notte avrei dovuto capire che la giornata non sarebbe stata delle migliori!
Cercai di tornare con la mente al periodo della crisi con la ragazza che adesso aspettava di là il libro che io tenevo tra le mani; per qualche assurdo motivo, le cause per cui l’avevo lasciata, che allora mi erano sembrate tanto serie, le sue colpe che mi erano apparse tanto gravi, ora non mi tornavano più alla memoria. Pensai seriamente che, con ogni probabilità, la crisi era stata solo mia ed era stata successivamente estesa al mondo intero. E a cosa mi serviva adesso quella consapevolezza? Per chiedere scusa era troppo tardi, io stesso mi sarei scoppiato a ridere in faccia di fronte ad una richiesta di scuse e dopo mi sarei preso a calci.
Quando tornai col libro, lei era ancora lì, in apparenza distratta, ma io lo sapevo benissimo a cosa stava pensando: all'assurdità di quelle coincidenze. Lei, però, era stoica e cercava di apparire impassibile a tutti i costi; quell'impassibilità, in tempi di crisi, era stata uno dei capi d’accusa ai quali mi ero appigliato per giustificare la mia crudeltà nel lasciarla di punto in bianco. E adesso succedeva che proprio quell'aria composta mi attirasse inspiegabilmente. Non appena lei posò di nuovo gli occhi su di me, la campanella della porta suonò una seconda volta.
- Eccoti amore! - esclamò il ragazzo alto e biondo che sembrò non accorgersi neppure di me.
Restai come inchiodato al pavimento con il libro nella mano destra, sospeso all’altezza della spalla. 
Lei sorriese al ragazzo appena entrato e gli andò incontro per baciarlo. 
- Scusa tesoro, ero venuta a chiedere di un libro - aggiunse dopo il bacio.
- E l’hai trovato questo libro? - le chiese il ragazzo che finalmente sembrò accorgersi di me che, da un lungo minuto, stavo lì impalato col libro in mano.
- L’ho trovato - mi decisi a dire al fine di affermare la mia presenza, per poi dirigermi velocemente alla cassa e svolgere quel compito che, ormai, avevo imparato a svolgere quasi meccanicamente. Alla fine, sotto gli occhi, che a me sembravano indagatori, dei due fidanzatini, misi il libro in una bustina trasparente che poggiai sul banco per evitare la possibilità del seppur minimo contatto. Nel farlo cercai di sorridere ma a ricambiare fu solo il ragazzo, evidentemente ignaro della mia identità. Lei restò seria tutto il tempo e, solo mentre si girava per andarsene, notai il lampo d’odio e di soddisfazione nei suoi occhi. Prese il fidanzato per mano ed uscì.
Attraverso il vetro della porta vidi i due che si allontanavano a passo lento. Mi sentii sollevato ma mi accorsi di essere completamente ricoperto di sudore. Nello zaino avevo una maglia di ricambio: andai in bagno, mi sfilai la felpa inzuppata di sudore e m’infilai la maglia leggera e pulita. 

martedì 13 novembre 2012

Disordine e fissazione

Ci sono momenti in cui senti il bisogno impellente di scrivere, di mettere nero su bianco qualcosa che ti si agita dentro ma, quando ti trovi di fronte allo spazio vuoto da riempire, ti rendi conto che questo qualcosa è talmente vago da non riuscire a prendere forma. Devi dare tempo a tutti quei pezzi in cui sono frammentati pensieri e sensazioni, spesso confusi insieme in un unico caos indistinto, di riunirsi e formare un unicum verbalmente esprimibile. Fissare forse è il verbo che rende meglio questo processo e, allo stesso tempo, ne denota i rischi: ciò che si fissa va incontro alla stasi e alla morte.
Caos e fissazione sono i miei demoni più fedeli, continuano a contendersi la mia anima ed io non sono capace di fare un passo verso l'uno senza doverne necessariamente fare uno anche verso l'altro: è la condanna delle menti doppie! Ho una riserva di disordine invisibile perennemente in agguato che mi impedisce di cristallizzare un pensiero, di giungere a conclusioni definitive, di mettere punti in generale. 
Quando le difese di tutta la mia logica vengono meno non esistono più contraddizioni, la parte diventa il tutto e si aprono infiniti in un singolo pensiero; possibile e impossibile diventano due significanti senza significato.
L'assenza di limiti che ti ritrovi a fronteggiare la puoi vivere, la puoi subire, ma prova a darle un posto nel mondo e ti ritroverai additato come folle nella migliore delle ipotesi; è la struttura del sogno che invade il reale e il lavoro da fare per impedire che certi argini vadano in frantumi è snervante, e devi dare la mano a tutta la tua logica per continuare a sottoporti ad un simile sforzo. 
E dunque via con un piede sulla terra e uno nell'abisso, continuando a dare ordine alle macerie presentandole come solidi edifici! La voragine che si apre ogni volta che ti contraddici devi far presto a richiuderla prima che ne escano mostri di ogni tipo: saranno gli stessi mostri che non riesci a mettere nero su bianco, capaci di fondersi e confondersi col resto del tuo non-mondo. 

domenica 21 ottobre 2012

Un altro pericoloso fine settimana

Avevo dimenticato quanto potesse risultare lungo un fine settimana da sola... Soprattutto se ci si alza fin troppo presto e si ha tutta una mattinata davanti da dover riempire con una qualche attività! 
Il sabato è andato e neppure tanto male; voglio dire, sono riuscita a scrivere e leggere qualcosa e quando faccio queste due cose posso dire che la giornata non sia andata male. 
La domenica "sgocciola" e non servono neppure i film da due ore e mezzo a mettere in moto le ore. 
La cosa più irritante della corrente giornata, però, è l'attesa; sapevo che doveva succedere una cosa ben precisa, che mi ha scombussolato tutta la giornata, e quella cosa non succede... E intanto non sono riuscita a fare un bel nulla perché avevo l'ansia! All'ansia ora è subentrato il mal di testa e la voglia di dormire... 
In alternativa c'è la voglia di mangiare, che non è un'alternativa ma un tormento perenne in questi ultimi giorni. 
Siamo ritornati alle bombe alimentari!

martedì 11 settembre 2012

Interruzioni momentanee

Sono proprio una blogger sciagurata! 
Da più di una settimana non ho aggiunto una singola parola... Vorrei dire che sto per rimediare, che scriverò qualcosa di interessante ma la verità è che non ho nulla di interessante da dire perché quando sei troppo presa da quello che succede fuori di te hai poco tempo per prestare attenzione a quello che succede nella tua testa... Quella che chiamano noia è la conditio sine qua non di ogni esistenza riflessiva ed io sono portata a scrivere quando rifletto. Conclusione: se mi immergo troppo nella vita mondana non rifletto e non scrivo. 
Sono disposta a sacrificare la mia noia per tutte le cose interessanti di questo mondo? Neanche per sogno! A breve ritroverò la precarietà del mio equilibrio interiore e, portate a termine un po' di faccende burocratiche, tornerò alle mie riflessioni...

sabato 31 marzo 2012

La scrittura e il malumore

Oggi mi sono alzata col piede sbagliato! Sono stata di cattivo umore, con intervalli di scenate isteriche, per gran parte della giornata... 
Poi mi sono messa a scrivere... Ho scelto la penna con una cura che a chiunque sarebbe apparsa eccessiva, mi sono avvolta nella mia coperta arancione e ho iniziato a scrivere: ne è venuto fuori un breve racconto, uno dei tanti che nessuno leggerà mai... 
Trovo pazzesco il fatto che una penna possa ispirarmi, perché, in effetti, se sono riuscita a completarlo, lo devo al contatto tra penna e foglio; se avessi usato il computer mi sarei fermata dopo le prime frasi, ne sono certa... 
Non ho mai avuto troppi problemi con la tecnologia, eppure l'atto di scrivere resta per me qualcosa di prevalentemente manuale, un atto appunto! 
Amo le penne "morbide", dal tratto spesso, che danno l'impressione di una fusione col foglio. 
Non premo mai troppo, non lascio solchi ma solo segni...

venerdì 27 gennaio 2012

E alla fine non mi riconosco più

E' buffo come i momenti nei quali avrei più bisogno di scrivere, quelli in cui mi sento la testa invasa da pensieri sottili che fanno da sfondo, per intere giornate, alle mie azioni, sono anche i momenti in cui mi blocco di fronte alla tastiera, come se non volessi visualizzare sullo schermo quello che ho dentro... 
Cerco di rilassarmi disegnando ma, dopo poco, mi accorgo che i risultati non sono quelli sperati... 
E allora sento il bisogno di prendere la penna in mano, di sentire la carta sotto le dita e andare a rileggere ciò che precedentemente ho appuntato, in conversazioni con me stessa più o meno lunghe, più o meno sensate.
A volte mi ritrovo davanti delle vere e proprie lettere che, prima o poi, quando certi pensieri non faranno più male, vorrei davvero far arrivare ai legittimi destinatari, nelle condizioni in cui sono, piene di cancellature, di imperfezioni, di ripensamenti... E, in fondo, anche io mi sento così: imperfetta e spesso incoerente. In un solo giorno arrivo a sentirmi cento persone diverse perché al mattino sono sempre stanca e avvilita ed essere di buon umore mi sembra un'utopia. 
Quando metto piede fuori di casa, il più delle volte, divento più allegra, ma si tratta di un'allegria molto strana, che esclude ogni "simpatia" col mondo esterno: cammino per strada ma non sono per strada. A volte penso a quanto devo apparire strana! 
I pomeriggi trascorrono nella mia impegnata indifferenza.
La sera rifletto e qualche volta il solo fatto di riflettere mi sembra motivo di gioia. 
Alla fine, quando vado a letto, non mi riconosco più...