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lunedì 13 maggio 2013

La beatitudine degli oggetti

Noi percepiamo innnanzitutto l'anomalia del fatto bruto di esistere e soltanto in seguito quella della nostra situazione specifica: lo stupore di essere precede lo stupore di essere uomo. Eppure il carattere insolito del nostro stato dovrebbe costituire il dato primordiale delle nostre perplessità: è meno naturale essere uomo che essere e basta. Questo noi lo sentiamo d'istinto; e da questo deriva la voluttà che proviamo tutte le volte che ci distogliamo da noi stessi per identificarci con il sonno beato degli oggetti [E. Cioran, La caduta nel tempo].
Di tutta la citazione, irrimediabilmente, mi resta impigliata nella mente l'ultima espressione: "il sonno beato degli oggetti". Che cosa rappresenti questo stato lo si può esprimere solo con la parola beatitudine, alla quale tuttavia segue, quasi fosse un occulto sinonimo, la parola morte. Essere un oggetto vuol dire sostanzialmente morire alla propria umanità mediante l'annullamento di ogni pulsione vitale. Ogni pulsione è una tensione verso ciò che manca, l'espressione dolorosa di un'assenza: è propria dell'oggetto l'assenza della mancanza stessa dunque della possibilità del dolore. In quanto oggetto l'uomo sarebbe beato: si tratta probabilmente del paradosso dell'umanità che, fin quando resta tale, non può ottenere ciò che più desidera, il non desiderare più.

giovedì 26 aprile 2012

Fotografie

In fondo, una foto assomiglia a chiunque, fuorché a colui che essa ritrae. Infatti, la somiglianza rimanda all'identità del soggetto, cosa irrilevante, puramente anagrafica, addirittura penale; essa lo ritrae "in quanto se stesso", mentre invece io voglio un soggetto "come in se stesso".
Questa frase, tratta da La camera chiara di Roland Barthes, per certi versi, sembrerebbe addirittura paradossale: non mette forse in dubbio qualcosa che, generalmente, si dà per scontato, cioè il fatto che una foto assomigli al proprio referente? A quanto pare, se ci si pensa bene, la cosa è più complessa di quanto appaia ad una prima occhiata. Mi chiedevo, leggendo, quali fossero i termini di tale complessità e, alla fine, pensare alla semplice esperienza di ogni giorno, mi è stato utile perché tutto mi apparisse con più chiarezza. 
Pensavo a tutte le foto nelle quali non mi riconosco, foto fatte da altri o da me stessa, foto nelle quali cerco di assumere una determinata espressione e ne esce fuori una che è l'esatto opposto di quella che avevo in mente... 
Pensavo anche a tutte quelle foto, fatte da me ad altre persone, nelle quali quelle persone non si riconoscono e che, invece, a me sembrano estremamente somiglianti agli originali! 
La questione, probabilmente, investe il vedersi, l'immagine che ciascuno ha di sé e degli altri e che, inevitabilmente, non coincide con ciò che ci troviamo davanti in una fotografia: quello della foto è un altro/ un'altra.
Questo vedersi diverso in una foto, tuttavia, potrebbe avere un vantaggio inaspettato e cioè quello di vedere, in quella stessa foto, come una persona si vede e, viceversa, vedere nelle foto fatte e scelte da altri come questi altri ci vedono, come in un conoscersi attraverso la mediazione di uno specchio, falso e rivelatore allo stesso tempo. Il compito della fotografia è, in questo caso, proprio quello di rivelare il soggetto "come in se stesso", mi azzarderei a dire "nella sua essenza" di soggetto o, con un termine ancor più pericoloso, nella sua "anima"... 
La cosa che va accettata è che questa "anima", per quanto possiamo sentirla nostra, è soggetta a variazioni a seconda di chi la coglie e la cattura sulla pellicola.