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giovedì 22 giugno 2023

L'invisibile parola fine all'inizio di ogni libro

 

Durante un corso all’università un mio professore disse che si potrebbe scrivere un libro sulla storia di ogni libro. Il riferimento era a Catullo, ma penso che questa affermazione possa essere valida anche per molti libri di oggi. Sì, perché il libro – quell’oggetto composto di pagine e inchiostro che uno si ritrova a leggere – è il punto di arrivo di un processo e su ogni prima pagina ci dovrebbe essere scritta la parola “fine”.

Ogni volta che ho dato l’ok alla pubblicazione di un mio testo, ho provato una sensazione di resa incondizionata. Ho deposto le armi che avevo rivolto contro me stessa e si è placato il demone che mi suggeriva incessantemente di rimaneggiare tutto, di tagliare, aggiungere, talvolta di cestinare ogni cosa. Perché è ovvio che un’idea si possa esprimere sempre con più chiarezza, che una scena si possa descrivere con parole più esatte. Il meglio è sempre una virgola più in là. Il limite a questa avanzata potenzialmente illimitata va posto “artificialmente”. È, appunto, l’invisibile parola “fine” posta all’inizio di ogni libro.

I giorni di Saturno è stato materia soggetta al cambiamento per anni. Le prime righe le ho scritte subito dopo la pubblicazione del mio primo romanzo, Le tele di Valerie. Mi ero laureata da poco, come una delle due protagoniste. Avevo venticinque anni e il vuoto davanti. Dopo un’eccellente (stando a quanto dicevano i numeri) carriera universitaria, mi ero arenata completamente. Stavo sperimentando nella maniera più bruciante e brutale che tutto quello in cui avevo creduto era soltanto splendida aria fritta.

Edizioni Montag
Foto di copertina: Alessia Cinque
(@phive_project)

Avevo bisogno di demolire la mia vecchia vita e imparare a credere in qualcosa di diverso. È in questo clima che si è formato I giorni di Saturno, è nato da quel peso che ha aumentato la gravità dentro me fino al collasso di buona parte delle mie convinzioni.

Avevo venticinque anni e una parvenza di soluzione ai problemi di allora si è affacciata timidamente alla mia esistenza quasi dieci anni dopo. Solo dopo un’infinità di catastrofi emotive, un paio di traslochi dell'anima e qualche nuovo valore da edificare a colpi di consapevolezza, si è stabilita la giusta distanza tra me, Sibilla ed Elena, le protagoniste del libro. Solo adesso possono camminare da sole.

I giorni di Saturno uscirà a fine giugno.



mercoledì 20 marzo 2019

Scrittori, correttori e contrappasso

Sono stanca, ho passato il pomeriggio e parte della serata a correggere un testo che di sicuro mi occuperà altre giornate intere, un testo di un autore che sembra non conoscere il senso della parola "comunicare"... 
Ecco, nel caso non fosse chiaro, credo fermamente nel collegamento tra il concetto di "scrittura" e quello di "comunicazione", se si preferisce "condivisione". 
Insomma, se non scrivi per dire qualcosa al mondo, quello che hai scritto lo chiudi in un cassetto, no?
A quanto pare no...
Lo sconforto mi ha portata a formulare questo pensiero: chi scrive dovrebbe sapere cosa vuol dire stare dall'altra parte. Allo scrittore farebbe bene, per un certo periodo della vita, fare il correttore di bozze, il recensionista... il lettore! 
Lo scrittore dovrebbe provare la noia più desolante, dovrebbe compiere il fastidiosissimo sforzo di comprendere la spocchia di chi non vuol essere compreso (ma vuol essere letto!), dovrebbe sentire l'irritazione quasi epidermica che si prova al cospetto di una trama costruita male, di un personaggio vuoto, di una storia senza un'anima. Chi scrive dovrebbe sperimentare il contrappasso prima ancora di compiere il peccato d'essere un cattivo scrittore. 
Correggere pessimi libri farà anche venire i crampi allo stomaco, ma almeno si rivela un efficace vaccino.

FOTO: Autore sconosciuto

martedì 2 maggio 2017

Correzione bozze? E cosa sarebbe?

Gira e rigira sono arrivata a maggio senza scrivere una parola su questo mio caro vecchio spazio. 
Come diceva qualche romano d'altri tempi "Fugit irreparabile tempus"!
La novità del momento è che, a quanto pare, sono diventata una correttrice bozze di professione con tanto di sito internet. Sembro quasi seria, eh? La strana notizia è che lo sono, pertanto, dopo svariati anni trascorsi a cercare di spiegare alla gente cosa fosse la filosofia, adesso inizia la fase del quesito: "e che sarebbe questa correzione bozze?" Pensavo di uscirmene prima o poi, ma evidentemente è il mio destino.
E dunque: che cos'è questa correzione bozze?
Partiamo dal presupposto che una buona fetta di coloro che scrivono non ha idea del lavoro che ci sia dietro un libro finito. La fase creativa, quella in cui l'autore butta giù la sua idea, per quanto importante, è solo il primo passo. Nella maggior parte dei casi, anche l'autore più bravo lascia nel suo manoscritto una serie di errori, refusi e imperfezioni di ogni genere. 
Il motivo è semplice: chi conosce già il testo non "inciampa" negli errori, non li vede. Questa prima fondamentale tappa, quindi, porta non ad un libro, ma ad una bozza da vedere e rivedere, fino a ridurre al minimo il rischio di errori. 
Questa operazione di revisione, affinché sia efficace, deve essere fatta da qualcuno che conosca bene la lingua e le sue regole, ma che NON sia l'autore. 
In sostanza la correzione bozze consiste in questa operazione di revisione e rimozione degli errori invisibili all'autore. Il correttore bozze ha il compito di ripulire il testo, sistemarlo, così che, a livello formale, sia pronto per passare alla fase successiva.
Una buona correzione bozze è indispensabile ai fini della pubblicazione, ma è utilissima anche prima di inviare il testo ad un editore: la correttezza formale dell'opera, infatti, potrebbe fare la differenza durante un'eventuale valutazione dello scritto da parte di una casa editrice o anche semplicemente in un concorso.

sabato 13 febbraio 2016

Nota #2 a Le tele di Valerie ovvero come acquistarlo

In genere mi lamento dei ritardi, ma questa volta, a sorpresa, mi sono ritrovata in vendita in anticipo Le tele di Valerie. 
E dunque, non vorrei dare l'impressione di essere una sorta di venditrice porta  a porta ma... per chi volesse acquistarlo, fornisco qualche link utile:
lo si può trovare sul sito della casa editrice Montedit
lo trovate su ibs
e, non ci crederete, ma anche su libreriauniversitaria.it
A cercar bene lo si scova anche da qualche altra parte, ad esempio qui.

sabato 30 agosto 2014

Quando il diavolo di Bulgakov arriva a Mosca

Da un romanzo che ha per titolo Il maestro e Margherita ci si aspetterebbe la più classica tra le storie d’amore, magari condita con una buona dose di destino avverso, e difficilmente si penserebbe che un gruppo di demoni, capeggiati da Satana in persona, siano di fatto i personaggi principali dell’opera. In verità hanno poco di puramente malvagio questi diavoli che giungono nella capitale russa sotto mentite spoglie, addirittura suscitano simpatia vista la vocazione da buffoni che mostrano in certi momenti; abbiamo Korovev, la figura lunga a quadri, Behemot, il gatto che cammina eretto sulle zampe posteriori, Azazello, il demone guercio e zannuto dai capelli rossi, Hella la strega perennemente nuda ed infine, Woland, Satana stesso travestito da esperto di magia nera.      
Per tutto il romanzo ho cercato di capire cosa mai avrebbe potuto indurre un così
singolare gruppo a scomodarsi per mettere piede sulla terra e proprio qui deve entrare sulla scena lui, il maestro, insieme alla sua amante Margherita. Questo stuolo di demoni che terrorizza o fa spiacevoli scherzi a chiunque, infatti, sembra invece rimettere a posto la triste storia di Margherita, che ha ormai perso da tempo le tracce del maestro. Quest’ultimo, sparito dopo le critiche negative mosse al suo romanzo su Ponzio Pilato, è stato in realtà ricoverato in una clinica psichiatrica; proprio questo romanzo del maestro sembra essere il filo dipanato da un capo all'altro del romanzo di Bulgakov, che si apre con una discussione sull'esistenza del diavolo, che, sotto le mentite spoglie di Woland, finisce col raccontare di aver assistito personalmente alla condanna di Cristo, e termina con l’assoluzione di Pilato, liberato dalla sua condanna eterna grazie alle parole del maestro. 
Certo il tutto fa supporre un qualche intervento divino, e questo strano Woland coi suoi demoni si presta stranamente a farsi strumento di quello che per tutto il romanzo viene definito un filosofo, quel Jehoshua che Pilato, anche se a malincuore, fa condannare. Il romanzo del maestro, bruciato e restituito al suo autore da Satana grazie all'intercessione di Margherita, può concludersi solo dopo l’assoluzione di Pilato oppure sarebbe meglio dire che la conclusione del romanzo assolve Pilato e questo evento scritto magicamente diventa evento reale.     
E su questo singolare intreccio tra bene e male valgano le parole dello stesso Woland a Levi Matteo, seguace di Jehoshua: «Sii tanto cortese da riflettere su questa domanda: che cosa sarebbe il tuo bene se non ci fosse il male, e come apparirebbe la terra se non ci fossero le ombre? Le ombre nascono dagli oggetti e dalle persone. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Non vorrai per caso sbucciare tutto il globo terrestre buttando via tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo per godere nella tua fantasia della nuda luce? Sei uno sciocco».     
                                         


venerdì 21 giugno 2013

Tesi d'estate

Credo che dopo la laurea triennale la mia mente abbia automaticamente rimosso cosa voglia dire scrivere una tesi in piena estate... A questa dimenticanza hanno posto rimedio gli ultimi giorni. 
Il computer è una fonte di calore: punto primo e imprescindibile... Ma sono troppo pigra per scrivere a mano e poi riscrivere tutto col computer, ergo lascio che mi si fondano le dita con la tastiera.
Poi vogliamo parlare dello star seduti per tanto tempo? Dopo un po' ci si fonde anche con la sedia!
I ritmi di scrittura sono un altro elemento preoccupante, sembra quasi che mi abbiano trapiantato momentaneamente il dna di un bradipo...
A parte questi piccoli inconvenienti, quanto meno navigo nei libri...

giovedì 2 maggio 2013

Il chissà dove

Siamo solo a maggio e già inizio a percepire gli inconfondibili sintomi del "mal di sole": non riesco a ripescare i miei pensieri, che sembrano totalmente assorbiti dal chiarore diffuso oltre la finestra. E già sto con un occhio ai libri e l'altro chissà dove, ed è il chissà dove che conta, che mi condiziona l'umore e le giornate. A seconda dei viaggi clandestini che la mente compie la giornata prende la sua piega.
La primavera è così, apre le porte della dissoluzione, quasi non ci sia più un netto confine tra il tuo corpo e l'ambiente in cui è immerso: senti che c'è ma è un corpo esteso e dissolto, non più propriamente tuo. Si prepara a diventare il tuo nemico estivo.

mercoledì 24 aprile 2013

Un bacio vi seppellirà tutti

"Sorrideva, convinta di aver trionfato sulla mia pazienza: stavo finalmente per fare quello che sperava, inveire, affrontarla, schiaffeggiarla, avrebbe vissuto la sua ora di gloria, mi aspettava.
Presi il suo volto tra le mani e incollai le mie labbra alle sue. Misi a profitto le deficienze di Renaud, Alain, Marc, Pierre, Thierry, Didier, Miguel, ecc. per improvvisare, con scienza infusa e istantanea di quel linguaggio, quanto l'essere umano ha inventato di più assurdo, di più inutile, di più sconcertante e di più bello: un bacio cinematografico.
Non mi fu opposta resistenza. E' vero che beneficiai del più assoluto degli effetti-sorpresa: c'è un valore aggiunto all'inatteso. In quel braccio di ferro del bocca-a-bocca, la trattai con i guanti
Quando le ebbi esposto a lungo il mio modo di pensare, la respinsi e mi voltai verso l'anfiteatro sbigottito e ilare. Con un trionfo schiacciante, chiesi con voce sonora a quei degenerati in soprannumero:
- Altri candidati?
La mia gittata era immensa. Lanciatrice d'asta di alto livello, dovevo solo afferrare ottanta alabarde e trafiggerli tutti. Ma in una mansuetudine senza limiti, mi accontentai di squadrarli con tracotanza, di fulminare con un'occhiata qualche faccia non troppo spregevole e di abbandonare la sala, lasciando dietro di me una povera vittima distrutta che mordeva la polvere" [Amélie Nothomb - Antichrista]

Perché questo lungo passo di un libro sconosciuto ai più... Come prima cosa rispondo che mi piace la scena in sé, dal punto di vista puramente estetico: è come assistere, alla fine della lettura, all'incontro/scontro del bianco e del nero sul piano cromatico, senza che si fondano nel grigio (non a caso la protagonista del breve romanzo si chiama Blanche).
Come seconda cosa mi piace quello che la scena significa: a volte l'unico mezzo che si ha per debellare chi odia senza motivo è colpirlo con un gesto d'amore senza motivo. Christa e Blanche, stessa età, sedici anni, esseri diametralmente opposti; per tutto il romanzo la prima non fa altro che perseguitare la seconda, facendo leva sulle tipiche insicurezze adolescenziali, al culmine della crudeltà della prima la seconda non trova mezzo migliore, per metterla fuori gioco, di un "bacio cinematografico" di fronte ad un'ampia platea. 
Il gesto contro ogni logica funziona: della serie "un bacio vi seppellirà tutti"!

lunedì 25 marzo 2013

Piccola nota su Kafka

Tra le opere di Kafka che mi è capitato di leggere (Il processo, America, La metamorfosi e qualche altro racconto) Il Castello è quella che trovo più inquietante per molti aspetti ma sicuramente tutti sono riassumibili nella figura stessa del castello che dà il nome all'opera. Ci si aspetterebbe (almeno io me l'aspettavo) che il famoso castello rappresenti quanto meno il luogo dell'azione, invece ci si ritrova di fronte ad una costruzione lontana, alla quale tutti fanno riferimento, perché da esso dipende la vita degli abitanti del villaggio dove giunge il protagonista, e tuttavia non si riesce a capire chiaramente in che modo tutto possa dipendere dall'insolita costruzione, un'immensa ed instancabile macchina burocratica i cui funzionari sono inavvicinabili quasi quanto il castello stesso. 
A tratti si ha l'impressione che sia tutta una costruzione della mente, che alla fin fine il castello sia vuoto e a tenere in piedi gli ingranaggi della macchina siano quegli stessi individui che vi sono sottomessi; eppure il protagonista è completamente in balia della misteriosa forza che gli impedisce di avvicinarsi al luogo del potere, quello stesso luogo il quale, sembrerebbe per errore, è stato origine, anni prima, della decisione di assumerlo al villaggio quale agrimensore. 
Il castello sembrerebbe quasi la metafora di tutte quelle forze invisibili che dominano l'uomo ma che, non di meno, sono costruzioni dell'uomo stesso, è la morale, è il destino, è Dio, se vogliamo, tutto ciò che l'umanita crea e pone al di sopra di se stessa per potervisi assoggettare in cambio di un po' d'ordine.
In fin dei conti, coloro che impediscono a K. di fare irruzione nel castello, presentandolo come inaccessibile, sono gli abitanti del villaggio, perché la possibilità di sovvertirne l'ordine esiste, K. la sfiora e non se ne accorge. 
Per quanto remota sia la possibilità, ogni essere umano è un potenziale distruttore di castelli.

martedì 19 marzo 2013

Bugie senza colpa: secondo risveglio


SECONDO RISVEGLIO

Avete presente la sensazione che si ha quando si è fermamente convinti che tutto possa accadere? Si percepisce il mondo circostante come gravido di possibilità che stanno lì ad attendere solo noi; ci basta fare un passo ed esse sono là! 
Ebbene quella mattina, distesa supina nel mio letto tiepido, era quella la sensazione che provavo, così come l’avevo provata il giorno prima e il giorno prima ancora. Tuttavia mi bastò mettere i piedi fuori dal letto, fare quel passo decisivo verso la realtà, che tutto svanì, come prometteva quell'altra sensazione, quella latente, che anticipava già la delusione alla quale andavo incontro. Tutto, come sempre, avvenne nel giro di due secondi; solo la mia spiccata vista interiore mi permise di cogliere il passaggio da una sensazione all'altra e di chiedermi, come ogni mattina, come fosse possibile una cosa del genere.
Potrei descrivere la mia vita fino ad oggi in questi termini: una serie di tentativi di recuperare quella sensazione che il mattino m’invade il corpo e la mente, prima che la realtà faccia la sua violenta comparsa, tutti tentativi (è quasi superfluo dirlo!) rigorosamente falliti!
Alzandomi dal letto cercai di fare il meno rumore possibile per non svegliare mia sorella, che dormiva nel letto accanto al mio.
Mi ricordai che era domenica e mi ricordai anche quanto odiassi la domenica.
Durante la settimana l’università impegnava la maggior parte del mio tempo e quindi, teoricamente, il fine settimana avrebbe dovuto rendermi più allegra: nulla di più lontano dal vero, perché il fine settimana mi rendeva incredibilmente irritabile, per il semplice fatto che non sarei mai riuscita a fare in quei due giorni, tutto ciò che, per mancanza di tempo,  avevo rimandato durante la settimana.
Mi vestii velocemente, come se avessi avuto un impegno di lì a poco, ma, invece di uscire, ricoprii di libri il tavolo della cucina, divertendomi, poi, a costruire una piccola montagna mettendoli uno sull’altro: quello era il lavoro che mi aspettava per i prossimi esami. Avvertii un leggero senso di ansia e la piccola catasta di libri sembrò crescere sotto il mio naso. Per evitare che l’ansia crescesse aprii subito il libro più grosso, uno di quelli di storia, e misi da parte tutti gli altri.
Lessi pazientemente di battaglie ed alleanze, rivolte e repressioni per due ore circa, dopo di che mi bloccai e la mia mente prese a vagare da tutt’altra parte; quando succedeva, riprendere le redini della mia attenzione era praticamente impossibile. La mia mente era così: una bestia indisciplinata, incapace di prostrarsi troppo a lungo di fronte alla volontà. Sfogliai il libro per vedere quanto mancasse alla fine del capitolo e finii per chiuderlo e alzarmi dalla mia postazione di studio.
Lanciai un’occhiata fuori dalla finestra, mentre il resto della famiglia iniziava ad invadere il territorio che, fino a quel momento, era stato solo mio; le nuvole all’orizzonte non promettevano certo una giornata calda e assolata, ma avevo bisogno di uscire, fuggire più che altro, anche se non sapevo da cosa.
Prima di ripensarci, mi precipitai giù per le scale di casa con destinazione il centro della città. C’erano poche macchine in giro, gente a piedi, come me, ancora meno.
Con le mani affondate nelle tasche dei jeans, mi guardavo intorno e, a chi mi vedeva dall’esterno, dovevo dare tutta l’impressione di essere alla ricerca di qualcuno o di qualcosa. Dopo qualche minuto ebbi davvero quella sensazione, cioè di aspettare qualcuno, qualcosa o qualcuno che facesse succedere qualcosa… Insomma ero in attesa ed ero uscita di casa per andare incontro a quello che attendevo. Mi accorsi di essermi fermata troppo a lungo e che qualcuno iniziava a guardarmi incuriosito; ripresi quindi la mia marcia con gli occhi bassi e le mani strette a pugno nelle tasche. Accelerai come non avrei fatto neppure se avessi avuto un treno da prendere e, per poco, non investii un anziano signore con tanto di bastone: riuscii a deviare all’ultimo secondo senza che il vecchietto baffuto se ne accorgesse. Non sapevo proprio per quale motivo stessi lì a trottare, quindi decisi di crearmene uno al momento; entrai in una libreria (avevo lasciato i libri per tornare ai libri) e mi sembrò che la campanella della porta facesse troppo rumore.
Quando fui dentro, iniziai ad aggirarmi tra gli scaffali alla ricerca dei classici e, solo dopo qualche minuto, comparve da chissà dove un ragazzo con la barba; aveva un’aria avvilita o almeno così mi sembrò.
- Posso aiutarti?
Fui colta alla sprovvista, perché per qualche assurdo motivo non mi aspettavo che parlasse. Restai per qualche istante a bocca aperta e, probabilmente, dovetti sembrare un tipo alquanto originale, tanto che, dopo un po’, il ragazzo non riuscì a trattenere un leggero risolino. Mi accorsi che, in qualche modo, ero riuscita a fargli cambiare umore e ne fui lieta.
- Ti ringrazio ma non so ancora cosa sto cercando.
Rise ancora di più, senza rendersi conto della serietà della mia risposta. Per non deludere le sue aspettative gli sorrisi e tornai ad interessarmi ai libri che, probabilmente, lo stesso ragazzo aveva disposto ordinatamente, accostando quelli del medesimo autore.
- I classici sono da quella parte comunque – mi disse senza che io gli avessi chiesto nulla.
- Come fai ad essere sicuro che cerco la sezione classici?
- O cerchi i classici della letteratura o quelli della filosofia: la faccia non lascia dubbi!
Scoppiai a ridere e presi, senza pensarci troppo, un libro di Dostoevskij, uno di quelli non eccessivamente grossi. Lo posai sul bancone, dove il ragazzo mi ci infilò dentro un segnalibro, e pagai. Lui mi mise il libro in una bustina e, porgendomela, mi disse – Buona lettura e torna a trovarci!
Prendendo la busta dalle sue mani gliele sfiorai involontariamente e notai il contrasto tra il suo calore e la mia freddezza.
Uscii e mi avviai a casa più lentamente di quanto non me ne fossi allontanata: non avevo fretta di tornarci in effetti.
Strada facendo aprii il libro che avevo appena comprato e sfogliai le pagine, apprezzandone la consistenza. Mentre tornavo alla prima pagina, una goccia d’acqua cadde tra le parole e, subito dopo, ne cadde un’altra e poi un’altra ancora. Chiusi il libro e guardai il cielo; rapidamente il ritmo della pioggia aumentò, mi bagnò il volto, i capelli, i vestiti, m’inzuppò rapidamente, senza che io avessi la forza né la volontà di muovermi di lì.
Mi resi conto, d’un tratto, che non mi muovevo perché era proprio quello che avevo atteso, era quella pioggia ciò a cui ero andata incontro con tanta fretta. Fino a quel momento avevo atteso la pioggia.

lunedì 18 marzo 2013

Bugie senza colpa: primo risveglio

Sono sempre stata una con molta immaginazione, già da bambina, forse perché non sono mai stata pienamente soddisfatta della realtà, perché il mondo reale semplicemente non mi bastava prima e ancor meno mi basta adesso. In fondo non amo se non quello che non posso vedere. 
So bene che al mondo tutti mentono ed essendo umana mi sono dovuta piegare alla menzogna, tuttavia ho scelto la meno dannosa per gli altri: inventare mondi, quei mondi che a volte penso di scorgere nelle persone e nelle cose e che, per lo più, restano lì in attesa di qualcuno che sappia inventare la loro storia. Non dico di saperlo fare, non dico di essere io quella che attendevano, perché si sa che, a dar voce all'altro da sé, si finisce col soffocarlo sotto una coltre di parole proprie. E sta qui l'inganno, perché la voce che si riesce a tirar fuori non è meno altrui che nostra, perché noi stessi nel pronunciare le parole ci siamo fatti altro. Gran bel gioco, perfetta bugia senza colpa!
E proprio oggi mi è venuta voglia di render pubbliche un po' di bugie senza colpa, sette per la precisione, una al giorno se mi sarà possibile. Risalgono a qualche tempo fa...


PRIMO RISVEGLIO 

Sognai di essere nel labirinto ma non ero Teseo. Le pareti erano inverosimilmente bianche e lucide: era un labirinto e un ospedale allo stesso tempo. 

Avanzavo lentamente, in attesa che il mostro saltasse fuori da dietro l’angolo, uno dei tanti angoli che avevo incontrato; ma in quel labirinto ero solo. 
Mi trovai di fronte un lungo corridoio che terminava in una biforcazione: svoltai a sinistra e mi trovai di fronte la mia stessa immagine, riflessa in uno specchio che copriva tutta la parete. Vidi il mostro: vidi me stesso riflesso.
Mi svegliai, soffocando appena un urlo che avrebbe svegliato mezzo vicinato. Mi massaggiai la fronte sudata e poi gli occhi: al tatto il mio volto sembrava ancora il mio. Era la terza o quarta volta che sognavo me stesso come mostro e nella mia mente iniziavano a delinearsi le cause di quei sogni: sensi di colpa accumulati nel tempo. 
Guardai l’orologio e mi resi conto che era troppo presto per andare a lavoro ma anche troppo tardi per tornare a dormire come Dio comanda. Saltai giù dal letto, andai a farmi una doccia e, per una forma di autopunizione, quando mi trovai di fronte all'armadio aperto, tra le tante maglie, scelsi di indossare la felpa che mi aveva regalato la mia ex, uno degli ultimi regali. 
Finii di vestirmi e trascorsi il tempo che restava, prima di dover uscire di casa, seduto sul letto a pensare.
Alle otto e trenta, come se fosse trascorso un minuto e non un’ora, mi alzai, presi il casco e scesi in garage per prendere lo scooter.
Lavoravo in una libreria in centro e di lì transitavano decine, a volte centinaia di persone al giorno; avevo imparato a capire che genere di libri mi avrebbero chiesto in base a dettagli apparentemente insignificanti. C’erano, ad esempio, persone che avevano la faccia da lettori di classici e ben poche volte queste stesse persone si erano rivolte a me chiedendo dell’ultimo best seller. 
C’erano, poi, i filosofi, una sottocategoria del precedente gruppo, che, quasi sempre, chiedevano di libri dal titolo impronunciabile. 
Un'altra categoria era quella dei lettori leggeri che non leggevano nulla che superasse le centocinquanta.
Alle nove in punto aprii, prima che arrivassero i miei colleghi; sebbene fossi l’ultimo arrivato, ero quello che abitava più vicino alla libreria, quindi mi avevano affidato le chiavi quasi subito.
Iniziai immediatamente a darmi da fare con i nuovi arrivi, quando sentii la campanella sulla porta suonare: qualcuno era entrato mentre ero chino dietro uno degli scaffali. Rimisi i libri nello scatolone che era servito per il trasporto e andai ad accogliere il primo cliente della giornata. Non feci in tempo a dire buongiorno perché la voce mi morì in gola: in piedi, a pochi metri da me, c’era la mia ex, esattamente come la ricordavo. Lei sembrava stupita quanto me perché, evidentemente, non sapeva che lavorassi lì; infatti, avevo iniziato col nuovo impiego solo da un paio di mesi, cioè dopo che ne erano trascorsi sei dalla rottura del nostro fidanzamento. 
Feci una serie di rapidi calcoli: da quando non ci vedevamo? Mi grattai una guancia ricoperta da una folta barba (ecco: l’ultima volta che c’eravamo visti non avevo la barba) e poi tentai di accennare un saluto molto imbarazzato.
Lei continuò a restare impassibile, lei col suo cappottino rosso che le arrivava a cinque centimetri dalle ginocchia, lei col suo basco che la faceva assomigliare ad una francesina troppo snob per uno come me. Eppure ero stato io a lasciarla, a battere in ritirata.
Finalmente lei si mosse, facendo qualche passo in avanti rapido e nervoso, e disse contemporaneamente il titolo del libro che le occorreva. 
Fu un sollievo, sebbene il tono fosse di una freddezza volutamente accentuata. Fui stupidamente felice di annunciarle che il libro che cercava era già in negozio e, mentre mi dirigevo allo scaffale sul quale ricordavo di averlo riposto, mi vidi riflesso nella vetrina con la felpa che mi aveva regalato proprio la mia ex. Maledii me stesso e fui assalito dall’imbarazzo più profondo; perché avevo deciso di indossare proprio quella maglia e proprio quel giorno? Con un sospiro profondo mi chinai per prendere il libro: dal sogno di quella notte avrei dovuto capire che la giornata non sarebbe stata delle migliori!
Cercai di tornare con la mente al periodo della crisi con la ragazza che adesso aspettava di là il libro che io tenevo tra le mani; per qualche assurdo motivo, le cause per cui l’avevo lasciata, che allora mi erano sembrate tanto serie, le sue colpe che mi erano apparse tanto gravi, ora non mi tornavano più alla memoria. Pensai seriamente che, con ogni probabilità, la crisi era stata solo mia ed era stata successivamente estesa al mondo intero. E a cosa mi serviva adesso quella consapevolezza? Per chiedere scusa era troppo tardi, io stesso mi sarei scoppiato a ridere in faccia di fronte ad una richiesta di scuse e dopo mi sarei preso a calci.
Quando tornai col libro, lei era ancora lì, in apparenza distratta, ma io lo sapevo benissimo a cosa stava pensando: all'assurdità di quelle coincidenze. Lei, però, era stoica e cercava di apparire impassibile a tutti i costi; quell'impassibilità, in tempi di crisi, era stata uno dei capi d’accusa ai quali mi ero appigliato per giustificare la mia crudeltà nel lasciarla di punto in bianco. E adesso succedeva che proprio quell'aria composta mi attirasse inspiegabilmente. Non appena lei posò di nuovo gli occhi su di me, la campanella della porta suonò una seconda volta.
- Eccoti amore! - esclamò il ragazzo alto e biondo che sembrò non accorgersi neppure di me.
Restai come inchiodato al pavimento con il libro nella mano destra, sospeso all’altezza della spalla. 
Lei sorriese al ragazzo appena entrato e gli andò incontro per baciarlo. 
- Scusa tesoro, ero venuta a chiedere di un libro - aggiunse dopo il bacio.
- E l’hai trovato questo libro? - le chiese il ragazzo che finalmente sembrò accorgersi di me che, da un lungo minuto, stavo lì impalato col libro in mano.
- L’ho trovato - mi decisi a dire al fine di affermare la mia presenza, per poi dirigermi velocemente alla cassa e svolgere quel compito che, ormai, avevo imparato a svolgere quasi meccanicamente. Alla fine, sotto gli occhi, che a me sembravano indagatori, dei due fidanzatini, misi il libro in una bustina trasparente che poggiai sul banco per evitare la possibilità del seppur minimo contatto. Nel farlo cercai di sorridere ma a ricambiare fu solo il ragazzo, evidentemente ignaro della mia identità. Lei restò seria tutto il tempo e, solo mentre si girava per andarsene, notai il lampo d’odio e di soddisfazione nei suoi occhi. Prese il fidanzato per mano ed uscì.
Attraverso il vetro della porta vidi i due che si allontanavano a passo lento. Mi sentii sollevato ma mi accorsi di essere completamente ricoperto di sudore. Nello zaino avevo una maglia di ricambio: andai in bagno, mi sfilai la felpa inzuppata di sudore e m’infilai la maglia leggera e pulita. 

giovedì 21 giugno 2012

Secondo giorno di vacanza

Cronache delle mie vacanze. 
Giorno secondo.
Ho preso d'assalto il primo dei libri presi in biblioteca; ho deciso che il modo migliore per impiegare l'estate sia quello di immergersi in un mare di studio non finalizzato agli esami. 
Secondo molti sarò impazzita, secondo la mia personalissima logica impiego il mio tempo nel modo migliore. Sarà una logica perversa la mia ma certe perversioni sono l'unico modo per vivere come si deve...
Ho chiuso anche coi sensi di colpa per non essere... allegra, perennemente euforica, socievole, divertente, meno noiosa, meno gentile, strana.... Ma la lista serebbe lunga e certe volte non vale la pena di dar troppe spiegazioni.
Ho preso d'assalto anche i vari film che da tempo dovevo vedere e che, invece, giacevano dimenticati tra i file del mio computer...
Mi dedico il Tempo.

martedì 19 giugno 2012

Le ore dopo gli esami

Ogni volta che finisce una sessione di esami, soprattutto quando si tratta della sessione estiva, vorrei poter fermare il tempo a quella manciata di ore successive al momento in cui il professore segna il voto sul libretto... Sono semplicemente fantastiche! 
Ma la giornata è partita già all'insegna di una certa esaltazione. Prima dell'esame mi sono fatta un giro in biblioteca per prendere un paio di libri: ogni volta che ci entro mi convinco sempre più che, per star bene, dovrei vivere circondata interamente da libri!
Con lo zaino appesantito ho raggiunto l'aula, ho sfogliato un po' di appunti, ho fatto l'esame prima del previsto perché il professore è arrivato prima del previsto e, in preda all'euforia, sono schizzata fuori dall'aula dopo aver dispensato "buone vacanze" a professori e colleghi.
Cosa ho fatto una volta a casa? Mi sono messa a leggere al sole e, quando ho iniziato a friggere, ho capito che era il caso di cambiare attività. 
Ho fatto il bagno al cane... o il cane ha fatto il bagno a me (dipende dai punti di vista)... 
Dopo aver portato a termine questo arduo compito, mi sono data al disegno.
Ci sono giornate nelle quali si riesce a comprimere un numero incredibile di attività! Ci si rende davvero conto di quanto il tempo sia relativo; il mio compito, per quest'estate, sarà quello di dar valore al mio tempo, perché se sono il mio tempo, solo così posso dar valore a me stessa...