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sabato 6 aprile 2019

Robert Musil, l’amore e il caso

Pubblicata nel 1911, la novella Il compimento dell’amore di Robert Musil, all’epoca già autore de I turbamenti del giovane Törless, ebbe scarso successo, non da ultimo per la complessità che, dietro un tema apparentemente semplice, celava fondamentali problemi filosofici 

C’è un testo di Robert Musil che, per la sua brevità, sembrerebbe non poter essere scaturito dalla stessa penna che ha prodotto L’uomo senza qualità; tuttavia, non appena si dà inizio alla lettura, ci si rende conto che l’inconfondibile marchio di fabbrica è inequivocabilmente presente anche in questo scritto.   
Il compimento dell’amore, recita il titolo, ma della banalità di taluni racconti d’amore questa novella ha ben poco, per non dire nulla; il legame che intercorre tra la protagonista, Claudine, e l’uomo amato, sembrerebbe quasi una maschera che consente, però, di intravedere questioni di più ampia portata.     
L’occasione di un viaggio, il temporaneo distacco dal compagno di vita danno modo a Claudine di percepire tutta l’accidentalità della sua condizione di compagna di quell’uomo soltanto: è la casualità che nessuno vorrebbe mai ammettere, quella della scelta dell’amore.       
Proprio questa ferma percezione del caso dietro ogni apparente necessità si fa strada sempre più viva nello scritto di Musil, supportata dall’evocazione di un passato personale della protagonista radicalmente differente rispetto al presente. L’instabilità, l’assenza di scelte esclusive caratterizzava la vita precedente, la stabilità del legame sembrerebbe la prerogativa del presente.          
Ma a restituire il presente all’instabilità giunge la prospettiva del tradimento, non necessario, né supportato da un sentimento forte: è il fascino della possibilità che seduce la protagonista, la possibilità di essere altro se non addirittura nulla di determinato. Ogni presa di posizione, ogni imposizione della volontà che si orienta in una direzione piuttosto che in un’altra appare quanto mai evanescente e priva di ragione.
Ciò che descrive Musil va ben al di là del semplice mettere in dubbio la scelta di un compagno di vita, lo scrittore è infatti capace di far sì che ci si apra davanti l’abisso dell’incoerenza della personalità e della vita di ogni individuo; “si incide una linea, una linea qualsiasi semplicemente continua, per aggrapparsi a se stessi in mezzo all’esistenza delle cose che da essa si erge muta; questa è la nostra vita; qualcosa come quando si parla senza interruzione e si finge con noi stessi che ogni parola sia legata alla precedente e richieda la successiva, perché si teme di barcollare in qualche inimmaginabile modo e di essere dissolti dalla quiete nel momento del silenzio lacerante; ma è solo paura, solo debolezza dovuta alla casualità di tutte le nostre azioni che si spalanca tremenda”.       
Ciò che si rivela, non senza tormento, alla protagonista del breve scritto di Musil, così come si rivelava anche al giovane Törless, è l’impossibilità dell’uomo tutto d’un pezzo: tracciare quella linea retta dall’inizio alla fine della vita è rassicurante quanto ingannevole e, a guardarla da vicino, questa linea si sfibra, mostra insospettabili lacerazioni e tentativi di ricucitura più o meno riusciti.  
Alla fine il tradimento si compie ed è il trionfo della casualità, un puro gioco con la possibilità; e all’uomo che le chiede se per lui provi amore, Claudine risponde: “No, amo il fatto di essere con lei, il fatto, il puro caso che io sia con lei”.           
Paradossalmente per Musil il compimento dell’amore si concretizza con l’infedeltà, “quel poter esistere come per tutti e tuttavia solo per uno”.     


(Precedentemente pubblicato su https://www.zerottonove.it/)           

venerdì 30 maggio 2014

TFA sì, TFA no


Per chi come me si ritrova in tasca una laurea in Filosofia (et similia...) e permane da mesi, o anni in alcuni casi, nel misero stato di "disoccupato", questo periodo è quello della valanga di notizie relative allo stramaledetto TFA. Vige ultimamente l'imperativo morale di provare questo concorso che, già ad una prima occhiata, pare una gran fregatura da capo a piedi, a partire dal prezzo esorbitante: diciamocela tutta, se pure uno avesse 3000 euro in contanti nascosti sotto il cuscino, stento a credere che li tirerebbe fuori volentieri per un concorso che, se tutto va bene, ti garantisce un bel po' di anni di precariato! 
Non parliamo neppure, poi, delle famose domande che, a quanto pare, sembrano scelte in base al principio "apro l'enciclopedia a una pagina a caso e faccio una domanda sul primo nome della terza colonna". 
La cosa più fastidiosa, però, è che, coloro che si permettono di dire (e io sono tra loro) che NON HANNO NESSUNA INTENZIONE DI REGALARE SOLDI ALLO STATO CON IL TFA, si sentono rispondere sempre la stessa cosa: "Sì ma è una possibilità, se te la lasci sfuggire poi potresti pentirtene!" 
Passiamo ad una breve analisi filosofica del fenomeno: per quale arcano motivo una persona dovrebbe cogliere al volo TUTTE le possibilità che le si parano davanti? Perché non è possibile SCEGLIERE, SELEZIONARE soltanto quelle che  interessano davvero senza per questo essere additati come degli allocchi che se la fanno fare sotto il naso dagli eventi? 
Sembra che il panico da crisi abbia reso tutti incapaci di seguire un percorso coerente, fatto di scelte consapevoli; la paura di restare senza un lavoro per essere stati troppo schizzinosi tormenta quasi tutti. La parola SCELTA sembra che sia diventata tabù e l'uomo non è più l'essere che sceglie come vivere ma l'animale che è costretto ad ingurgitare ogni misera possibilità che gli si versa addosso dall'alto.

venerdì 8 novembre 2013

Senso/Direzione

Senso: in uno dei tanti corsi di filosofia di chissà quale anno mi è stato detto che un senso, tra le altre cose, è una direzione, anzi, fondamentalmente, il senso è direzione. Trovare un senso vuol dire trovare una direzione e, dunque, una vita che abbia un senso è una vita che ha trovato una direzione. 
Ciò vuole forse dire che dobbiamo lasciare vie dietro di noi (perché davanti, è cosa nota, non ce ne sono), voltandoci indietro dovremmo sempre essere in grado di vedere strade orientate tracciate dai nostri passi. 
Ma le strade si costruiscono per esclusione, scegliendo di dirigersi a sinistra piuttosto che a destra, ad Oriente piuttosto che ad Occidente; ogni via è fatta di no e di rinunce. 
Quanto costa oggi un no? Credo sia il prezzo da pagare per la propria identità, per essere qualcuno piuttosto che nulla, perché, se è vero che siamo il risultato delle nostre scelte, fin quando siamo tutto non siamo
nulla.

martedì 26 febbraio 2013

Essermi fedele

Non è vero che non ho rimpianti o rimorsi, ci sono stati bivi di fronte ai quali avrei voluto tanto sedermi nell'angolo più remoto della mia vita a guardar scorrere la mia esistenza e semplicemente non scegliere, perché il solo fatto di effettuare una scelta mi avrebbe resa (e di fatto mi ha resa) colpevole. 
In momenti come quelli ti rendi conto di cosa volesse intendere un tale signor Kafka ritenendo che l'esistenza stessa fosse irrimediabile colpa. In momenti come quelli capisci che non sempre l'alternativa è tra bene e male, come ti hanno insegnato da piccola, perché la vita non è paragonabile ad un quesito a scelta multipla in cui c'è una risposta esatta tra tante sbagliate, semmai somiglia di più ad una stramaledetta domanda aperta: la risposta esatta la si può formulare in infiniti modi ma altrettanti sono i modi di sbagliare.
Si è vili a volte, ci si lascia trascinare dalla corrente più forte, quella che ci toglierà il peso della scelta, forse perché così ci si sente un po' meno colpevoli, solo parzialmente responsabili; quanto costi questo lasciarsi trascinare lo si capisce sempre troppo tardi, quando ci si accorge di abitare una pelle che non ci appartiene, in un luogo che non ci appartiene. 

Sono stata alla deriva senza saper nuotare e ho lottato per tenermi a galla, senza neppure ricordare esattamente il motivo di quel naufragio ho sentito di aver tradito me stessa prima di chiunque altro, perché ogni scelta mancata, ogni costrizione che ci si lascia imporre, anche se ha la più dolce delle apparenze, è un tradimento contro se stessi.
Vorrei finalmente trovare la forza di archiviare rimpianti e rimorsi perché solo allora potrò sentirmi libera di essermi fedele.

sabato 28 aprile 2012

Il "mestiere" del filosofo


Questa mattina, sotto la doccia (luogo deputato alle riflessioni sul senso della vita!), mi sono ritrovata a pensare a che senso abbia la scelta di un determinato percorso di studi piuttosto che di un altro. 
Ponendo la domanda in maniera diretta: perché ci si iscrive ad una facoltà piuttosto che ad un'altra? 
La risposta non è delle più incoraggianti, a mio avviso: spesso una scelta vale l'altra, si intraprende un percorso tanto perché qualcosa si deve pur fare e il risultato è che abbiamo in giro un sacco di gente insoddisfatta, frustrata e tutt'altro che felice di intraprendere una professione (una qualsiasi, che di questi tempi è sempre un piccolo miracolo!).
Ma vado più nello specifico, perché mi si potrebbe obiettare che mi diverto a far critiche e poi non ho il coraggio di estendere quelle stesse critiche al mio ambito.
Ebbene: che razza di mestiere è quello del filosofo?! 
In continuità con ciò che ho detto fino ad ora, mi viene da dire che è il mestiere (forse il termine è improprio e converrà metterlo tra virgolette d'ora in poi) che più di ogni altro è inscindibile dalla personalità e dalla vita di chi lo pratica; è quel "mestiere" che coincide con l'intera vita di chi lo pratica! Se così non fosse sparirebbe il "mestiere", sparirebbe il filosofo e rimarrebbero soltanto parole vuote ed irritanti. 
Non che le parole dei filosofi non siano irritanti in genere, di prassi lo devono essere al fine di mettere in causa l'essenziale, perché quando ci smuovono il terreno sul quale poggiamo i piedi non possiamo non irritarci! Rimarrebbero parole irritanti nel senso meno nobile di ottuse e sciocche, parole senza riscontro nella vita di chi le ha pronunciate. 
Lo sforzo di chi pratica questo "mestiere" sarà quello di fare della propria vita l'opera più grande e degna di nota: va da sé che si tratta del lavoro di una vita nel senso più letterale possibile. 
Ha una particolarità questo "mestiere": non lo si può svolgere senza esserne totalmente presi, senza passione detto in altri termini, dal momento che, svolgere senza passione un "mestiere" che richiede il coinvolgimento di se stessi come clausola imprescindibile, vuol dire non svolgerlo affatto: è come se un pittore volesse dipingere senza alcun supporto ed alcun tipo di colore o un falegname pretendesse di costruire una porta in legno senza legno. 
Il coinvolgimento del filosofo in quanto uomo è la conditio sine qua non della sua filosofia e del suo essere filosofo.




giovedì 5 aprile 2012

...per accompagnare i miei passi nell'aria

Mi sono sempre chiesta cosa voglio in realtà, nel senso più generale della domanda. I miei gusti in fatto di persone, in particolare, sono sempre stati abbastanza vaghi, nel senso che, se apprezzo una determinata categoria di persone, non è detto che disprezzi quella con caratteristiche opposte. Più che ai contenuti bado alle forme e questo mi espone al rischio di essere giudicata come incoerente. 
Non dico di non esserlo, non voglio difendermi da nulla, tuttavia mi veniva da pensare che, forse, nella scelta delle persone, dovrei adottare dei canoni di selezione precisi. 
Nello specifico pensavo alla mia tendenza ad accostarmi a persone dal forte senso pratico; ho sempre creduto che fossero le persone adatte da frequentare perché, in qualche modo, mi completassero, mi fornissero quella praticità nell'affrontare la quotidianità che, di tanto in tanto, mi manca; forse, però, più che di una persone che mi incolli alla terra, ho bisogno di qualcuno che accompagni i miei passi nell'aria... 
Dove andrei a finire? Non lo so e non mi interessa più di tanto, perché l'ossessione del "dove andare" prima o poi dovrò superarla...