C'è una parola che non piace molto ai giovani d'oggi e, ad esser sincera, a me meno che agli altri: la parola futuro, che mi fa girare le scatole almeno quanto la parola speranza.
Il nesso tra i due concetti (sì, passiamo dalla parola al concetto) è evidente, visto che quando si spera lo si fa per il futuro (ancora ho in testa la cantilena della professoressa di latino col suo "spero, promitto e iuro vogliono sempre l'infinito futuro!") ed è altrettanto evidente che una delle prime cose che si deve imparare a fare, per non cadere sotto il fuoco nemico della realtà contemporanea, è disimparare a sperare, per il semplice fatto che farlo significherebbe esporsi ad ogni sorta di delusioni in seguito all'alienazione di possibilità che sono e devono restare prerogativa di ogni singolo individuo e non essere affidate ad una qualche oscura e dubbia potenza esterna (si spera sempre rispetto a qualcosa al di fuori di noi, a qualcosa che pensiamo di non poter controllare).
Finirla con le speranze vuol dire in qualche modo distogliere lo sguardo dal futuro, da qualcosa che non è (e non serve a nulla dire "non è ancora", che non sia ancora o non sia più non cambia la sostanza, cioè che semplicemente non è!) ma che vediamo già come bell'e formato, come se fosse stato qualcun altro a metterlo là per noi: a noi spetterebbe solo di raggiungerlo, sperando di incontrare meno ostacoli possibili sul nostro cammino. Quel che si perde è la coscienza del fatto che davanti ai nostri piedi non c'è la benché minima traccia di un cammino, nessuna strada, neppure uno stretto sentiero: per avanzare si deve costruire e, prima di muovere un passo, si deve necessariamente preparare il terreno. Non ci si può identificare con la meta, che di per sé non esiste se non quando la si è già raggiunta, piuttosto ci si dovrebbe identificare con la strada stessa e rendersi consapevoli del fatto che, costruendo la via, costruiamo noi stessi.
A volte, invece, sembra quasi che l'idea di futuro abbia un effetto depotenziante sull'individuo, quasi esercitasse una sorta di coercizione che impedisce di pensare che le reali forze costruttive sono a sua disposizione qui ed ora e che il senso (direzione,via) della vita è una sua responsabilità, presente ad ogni istante.
La "positività" che dimostro in serate come queste quasi mi spaventa...
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domenica 25 novembre 2012
giovedì 12 luglio 2012
Il mito di Barthes
L'ideologia borghese trasforma continuamente i prodotti della storia in tipi essenziali; come la seppia che butta fuori il suo inchiostro per proteggersi, essa non cessa di oscurare la fabbricazione perpetua del mondo, di fissarla in oggetto di possesso infinito, di inventariare il proprio avere, di imbalsamarlo, di iniettare nel reale qualcosa di purificante che arresti la sua trasformazione, la sua fuga verso altre forme di esistenza. E questo avere, così fissato e congelato, diventerà alla fine computabile: la morale borghese sarà essenzialmente un'operazione di pesatura: le essenze saranno messe su bilance di cui l'uomo borghese resterà l'asta immobile. Perché il fine vero dei miti è di immobilizzare il mondo: bisogna che i miti suggeriscano e mimino un'economia universale che ha fissato una volta per tutte la gerarchia dei suoi possedimenti. Così, ogni giorno e dappertutto, l'uomo è fermato dai miti, rimandato da essi a quel prototipo immobile che vive al suo posto, lo soffoca come un immenso parassita interno, e alla sua attività traccia stretti confini entro cui gli è concesso soffrire senza muovere il mondo: la pseudo-physis borghese è integralmente un divieto all'uomo di inventarsi. I miti non sono altro che questa sollecitazione incessante, instancabile, questa esigenza insidiosa e inflessibile secondo cui tutti gli uomini si dovrebbero riconoscere in quella immagine eterna, e tuttavia situata nel tempo, che di essi un giorno è stata costruita come se destinata a valere per sempre. Perché la Natura in cui li si richiude sotto pretesto di eternarli è solo un "uso". E proprio quest'uso, per grande che sia, essi devono prendere in mano per trasformarlo.Questo era Roland Barthes, in una delle descrizioni del concetto di mito fornita in Miti d'oggi. Lo scritto risale agli anni Cinquanta del Novecento, ma non ci vuole molto ad applicare una descrizione del genere all'uomo di oggi. Nuovi miti, stesso meccanismo, stesso deleterio risultato: la paralisi.
Paralizzare il mondo vuol dire renderlo controllabile mediante una riduzione all'ovvio, perché ciò che è ovvio dà sicurezza e non induce a porsi domande e a pensare più del dovuto. Ciò che è naturale, anche se falsamente naturale, è accettato in maniera a-problematica; viceversa, tutto ciò che si scosta da questa pseudo-naturalità, è rifiutato, nello stesso modo a-problematico ovviamente.
Termino qui le mie brevi considerazioni che, per la chiarezza del passo di Barthes, risultano anche inutili.
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