giovedì 20 marzo 2014

Time Warp. Storie ai confini del tempo e ritorno


Come ho sempre sostenuto, per chi studia o ha studiato Filosofia, quella del tempo è una delle grandi ossessioni: come si controlla, se si può controllare ma soprattutto cos'è?
Secondo Kant si tratta di una delle condizioni di possibilità, insieme allo spazio, della conoscenza sensibile, ma, speculazioni a parte, di tanto in tanto anche i filosofi danno di matto e iniziano a giocare col concetto di tempo... 
Tra questi strani animali da biblioteca ci sono anche io e, a quanto pare, il mio gioco a qualcuno è anche piaciuto, visto che il raccontino che ne è risultato è stato pubblicato, insieme ad altri 11, in una raccolta dal titolo Time Warp. Storie ai confini del tempo e ritorno
In questo libricino dalla copertina intrigante (almeno così la vedo io) troverete ogni sorta di fantasia sul tempo applicata a delle storie di vita passata, presente e futura; la mia occupa la posizione numero sei per ordine di comparsa e si intitola (banalmente, lo so!) Il Tiranno. Non anticipo nulla del contenuto, anche perché non so esattamente se il contratto firmato me lo permetta, tuttavia posso assicurare che si tratta di uno scritto non troppo lungo e facile a leggersi.
I restanti racconti sono scritti bene e presentano spunti di riflessione interessanti riguardo al tema centrale, quindi direi che valga la pena di passarli in rassegna tutti: è incredibile quanto possa essere prolifica la mente umana quando pensa ma soprattutto quando si arrovella su certi argomenti! 
Nel caso avessi stimolato la curiosità di qualcuno, ecco dove è possibile trovare il libro: qui.

giovedì 27 febbraio 2014

Tra i grandi assenti la realtà

Una sola cosa è triste, cari miei: aver capito il giuoco! Dico il giuoco di questo demoniaccio beffardo che ciascuno di noi ha dentro e che si spassa a rappresentarci di fuori, come realtà, ciò che poco dopo egli stesso ci scopre come una nostra illusione, deridendoci degli affanni che per essa ci siamo dati, e deridendoci anche, come avviene a me, del non averci saputo illudere, poiché fuori di queste illusioni non c’è più altra realtà… E dunque, non vi lagnate! Affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude. Se non conclude, è segno che non deve concludere, e che è vano dunque cercare una conclusione. Bisogna vivere, cioè illudersi; lasciar giocare in noi il demoniaccio beffardo, finché non si sarà stancato; e pensare che tutto questo passerà… passerà… [Luigi Pirandello – I vecchi e i giovani]. 


Nel capitolo finale de I vecchi e i giovani di Pirandello si può leggere il brano che ho appena riportato: un raggio di universalità nel bel mezzo della Storia. Perché è di un romanzo storico che stiamo parlando, un romanzo che è un colpo scagliato dritto in faccia all'unità d’Italia. Le idee erano buone certo, buoni anche gli intenti di quelli che l’unità l’hanno fatta… Ma cos'è rimasto, poi, degli ideali una trentina di anni dopo? Pirandello non esita a buttar giù, pezzo per pezzo, l’illusione ma la particolarità qui sta nel fatto che quest’illusione si presenta come la sola realtà.            
Il paragone potrebbe essere azzardato ma non può non tornarmi in mente qualche insegnamento del buon vecchio Nietzsche: in comune c’è un’assenza che fa scalpore, quella della “realtà”.       
E non può non suonare come un’esortazione alla vita, un modo tutto pirandelliano di dire sì alla vita, quell'”affannatevi e tormentatevi, senza pensare che tutto questo non conclude”. Manca la realtà vera e con essa il senso ultimo delle cose, ma è proprio questo, paradossalmente, ad assicurare leggerezza all'esistenza. Senza più un senso prestabilito la vita ha la consistenza di un gioco.              
Lo stesso Nietzsche sosteneva nella sentenza 94 di Al di là del bene e del male: “Maturità dell’uomo: ciò significa aver ritrovato la serietà che si aveva da piccoli nel gioco”.     
La vita umana è tragedia o commedia? Non si può che restare indecisi di fronte a questa doppia prospettiva. 

venerdì 21 febbraio 2014

C'è chi pensa che siano nate col velo in testa: due parole su Persepolis

Persepolis: questo l’ultimo film che ho guardato, un cartone animato lo definirebbe qualcuno molto banalmente. In realtà dietro alle forme quasi infantili, in gran parte in bianco e nero, ho avuto modo di notare un modo interessante di raccontare una storia che è diventata ormai uno sfondo muto delle nostre giornate. Ebbene in Persepolis questa storia, anzi questa Storia, torna a mostrarsi in tutta la sua vicinanza e pericolosità: la qualità interessante di questo film è proprio l’intelligenza con la quale il tema è avvicinato allo spettatore, il quale non è più portato a sentirlo come tanto lontano da sé.          
Alzi la mano chi, di fronte al bombardamento di notizie relative alle guerre e rivolte che devastano da decenni il Medio Oriente, l’Iran nel caso del film in questione, non ha tirato un sospiro di sollievo pensando “È lontana, qui non può accadere”. Oppure quante volte la lontananza ci fa pensare ad una situazione quotidiana totalmente diversa dalla nostra, come se quelle terre fossero davvero un altro mondo e solo in virtù di questa alterità la guerra vi abbia potuto trovare spazio. Insomma, per dirla diversamente, percepiamo la nostra quotidianità come imperturbabile.     
È stato strano ieri apprendere, attraverso un film d’animazione, come la Storia possa effettuare bizzarre inversioni di marcia, come quello che chiamiamo progresso possa bloccarsi a causa di eventi che fino al giorno prima si reputavano lontani e improbabili. Lì ti rendi conto che in fondo, il motivo per cui sono rese possibili le mostruosità della Storia, è più banale di quanto si pensi (Hannah Arendt docet!): forse è la troppa sicurezza, il cullarsi sul fatto che, dopo tutto, siamo intoccabili e certe catastrofi accadano sempre lontano da noi. La catastrofe inizia quando si decide di mettere il cervello in stand-by, attivando in qualche modo un pilota automatico che guidi al posto nostro, rassicurandoci in merito all'improbabilità di ogni pericolo.            
La dice lunga l’affermazione del padre della protagonista/autrice del film (e della graphic novel da cui è tratto), Marjane Satrapi, che sottolinea che, quando lui e la madre della ragazza avevano quindici anni, potevano camminare per strada tenendosi per mano, cosa in seguito vietata, insieme a tante altre, dai fondamentalisti islamici saliti al potere in Iran. Non ho potuto fare a meno di pensare che in genere si dice il contrario, o almeno si pensa che sia logico solo dire il contrario.                
E noi pensiamo ancora che le donne iraniane (e non solo quelle) siano nate col velo in testa?

lunedì 17 febbraio 2014

Piccola riflessione su La Grande Bellezza

Oltre un anno fa mi sono imbattuta in This must be the place di Paolo Sorrentino; dico “imbattuta” perché in fondo penso che si incontrino i film e i libri, così come si incontrerebbe una persona nella vita di tutti i giorni e, esattamente come nella vita di tutti i giorni, ci si trova di fronte a personaggi più o meno simpatici, più o meno interessanti, più o meno profondi.      
This must be the place è stato una conoscenza interessante e alla quale attribuirei un certo spessore, quindi, mossa da questa constatazione più che dal gran vociare degli ultimi tempi, ieri ho dedicato un po’ di spazio della mia giornata a La grande bellezza: a posteriori posso dire che avrebbe meritato anche molto più di “un po’ di spazio”.   
Senza soffermarmi troppo sulla trama che sarà ormai di dominio pubblico e che, di fatto, in film di questo tipo, nei quali l’azione è ridottissima, è pressoché irrilevante, arrivo direttamente al dunque, rispondendo alla semplice domanda: perché mi è piaciuto? La risposta: perché sbatte in faccia agli italiani e al mondo intero qualcosa che tutti vedono ma nessuno nota davvero.            
Sì, perché chi mai oserebbe rompere il tanto comodo sodalizio tra “cultura” e mondanità? Chi oserebbe mai dire che, dopo tutto, buona parte dei nostri adorati intellettuali, posti sul piedistallo da altrettanti promettenti intellettuali, passano le proprie giornate a discorrere del nulla? E badiamo bene a scrivere “nulla” con la n minuscola, perché se discutessero del “Nulla” già si dovrebbe attribuire loro una profondità che, invece, non hanno il tempo di sviluppare. Perché in fin dei conti, non ci permettiamo di dire che manchino le capacità a questa schiera di intellettuali che sembra crescere di giorno in giorno, quello che a loro manca è il tempo! Dove dovrebbero mai trovarlo il tempo di riflettere davvero se le loro giornate trascorrono sullo sfondo di un incessante quanto assordante chiacchiericcio?              
Bisogna avere il coraggio di dire una buona volta che la vita dell’intellettuale richiede una scelta radicale, quella della distanza dal mondo, della distanza dalla vita sociale sarebbe meglio dire, perché è bene guardare le cose da vicino per comprenderle, ma non al punto tale da esserne risucchiati: non occorre un distacco totale ma la giusta distanza che permette di riflettere. Ed è proprio la riflessione che ormai è divenuta merce rara, non si è più disposti a concedere a persone e cose il tempo di cui hanno bisogno per essere comprese. All’intellettuale da quattro soldi dovrebbe subentrare il riflessivo, perché la cultura nasce e si diffonde dove inizia a venir meno il vuoto parlare.               
Siamo caduti in basso perché non siamo più in grado, quasi nessuno è più in grado, di soppesare il valore umano di chi ci sta di fronte e, senza valore umano, difficilmente c’è valore intellettuale.
Rendiamo grazie a Sorrentino per aver puntato il microscopio su questa ferita ormai fin troppo infetta.             

domenica 2 febbraio 2014

Tutto secondo natura


In genere non mi piacciono le teorie che tendono a presentare l'individuo come fondamentalmente incompleto, alla perenne ricerca della sua metà, mi piace pensare che l'altro sia sempre un di più al quale ci si rivolge non per bisogno ma per libera volontà, per scelta.

Non di meno trovo il brano che segue particolarmente bello e credo valga la pena di riportarlo. 
"Non per una scelta, che possa essere modificata, né per assecondare un capriccio, ma per corrispondere a una primaria e insopprimibile esigenza di completezza, per guarire  dalla malattia di essere soltanto un symbolon, per riconquistare quell'uno che eravamo – per questi inderogabili motivi, ciascuno di noi è sempre alla ricerca dell’altra mezza tessera che lo completa.          
Le inclinazioni sessuali sono perciò – tutte – conformi a natura, tutte conseguenti alla nostra condizione di un tempo, tutte dipendenti da quella originaria physis che nessuno di noi ha scelto, ma che è la matrice delle nostre propensioni attuali. L’imperativo che tutti ci accomuna è il ripristino di quell'intero che eravamo. La via da seguire, per realizzare questo scopo, è quella di ritrovare, sospinti dalla forza dell’amore, l’altra metà che combacia con la parte che ciascuno di noi è attualmente. Non dipende dalla nostra discrezionalità, né da un’ipotetica libera scelta, a quale sesso ci indirizziamo per riformare l’unità originaria. Il percorso è già segnato, ed è costituito dalla nostra “antica natura”, da ciò che eravamo, prima che sopravvenisse il “taglio”. Ogni comportamento sessuale – il maschio che cerca il maschio, la femmina che cerca la femmina, il maschio e la femmina che cercano l’altro sesso – è dunque pienamente naturale, perché sempre si tratta di far combaciare le due parti della tessera" [Umberto Curi - L'apparire del bello].

domenica 19 gennaio 2014

Io... e la periodica maledizione del non riuscire a dar forma...
Esiste qualcosa di più frustrante? Qualcosa che ti perseguita e un'apparenza sensibile che non riesci ad afferrare... 
Perché non mi è possibile inchiodarti al foglio?

venerdì 10 gennaio 2014

Guardando Amour

Oggi ero partita con l'intenzione di guardare un film che non mi facesse pensare troppo ma ho finito con lo scegliere Amour di Michael Haneke.
Siamo abituati ad aspettarci giovani ed aitanti protagonisti da un titolo nel quale figuri la parola "amore" e, trovarsi di fronte una coppia di anziani coniugi, fa già presagire una trama fuori dal comune ed un bel po' di domande.

Amore, vecchiaia e malattia sono concetti non facilmente trattabili insieme e ho l'impressione che questo film mirasse, invece, proprio a questo. Ci sono declinazioni dell'amore che nessuno vorrebbe vedere, a cui nessuno vorrebbe pensare, ma che sono ben più comuni delle grandi passioni ostentate di solito nei film. Che sentimento sarà mai questo strano fenomeno diluito nella quotidianità di decine di anni? Una sorta di mostruosità fatta di noia e sopportazione? Di ben altro sembra parlare questo film da premio Oscar: è la tenacia che, a discapito dell'epilogo, regna sovrana in questa storia.
Confesso che guardare quelle scene che sottolineavano con una straordinaria lentezza le difficoltà dei protagonisti mi ha messo non poca ansia e mi ha portata alla formulazione di diversi interrogativi che credo mi tormenteranno per un po'.
Che poi, alla fin fine, l'unica eroina risolutrice sulla scena sia la morte, questa era cosa purtroppo prevedibile. 


martedì 31 dicembre 2013

Auguri 2014

A chi ha buttato via pezzi di passato insieme al vecchio anno, perché è incredibile la quantità di oggetti inutili che si è capaci di accumulare dentro e fuori di sé.
Si rimanda in attesa dell'occasione da dare a quei pezzi di vita fino a quando non li si guarda ed essi si manifestano in tutta la loro confortante estraneità.


A chi, in questo 2013, non ha trovato le parole quando servivano e le ha incontrate soltanto vagando di notte nella propria mente, quando, totalmente fuori luogo, sono state capaci di far ingurgitare bocconi di pura impotenza.

A chi ha messo in discussione la propria strada ed è ritornato col pensiero a tutti i bivi della propria vita, rendendosi consapevole del fatto che, dopo tutto, bastava poco per non essere qui ora.

A chi si è sentito inerme e perduto mentre la propria vita fuggiva in ogni direzione e quasi non bastava il fiato per correre dietro a tutte quelle schegge dopo l'esplosione del proprio percorso.

A chi ha lottato per risalire alla luce, nonostante il fardello del proprio malinconico sé sulle spalle.

A chi, tanti giorni, non ha visto motivi per alzarsi la mattina ma lo ha fatto lo stesso.

A chi ha la forza di archiviare...

Auguro un buon 2014.


mercoledì 25 dicembre 2013

Natale 2013

Erano trascorsi mesi dall'ultima sensazione piacevole e banale che mi avesse colpito con forza: ho dovuto attendere il pomeriggio di Natale perché mi si ripresentasse qualcosa di potentemente liberatorio, come sanno essere solo le cose comuni quando ti colgono di sorpresa.
La spiaggia d’inverno è un deserto particolarmente adatto ad accogliere i melanconici; la sabbia è piaciuta al mio cane ed è piaciuta a me. La corsa mi è costata un mal di gola in via di peggioramento, tanta stanchezza e un alleggerimento dell’anima da mesi di ansie e paranoie.

venerdì 20 dicembre 2013

Linearità e frattura

La linearità dell'esistenza è una vecchia illusione; a guardar bene la vita di ciascuno è fatta di fratture. La linearità ci manca e la coerenza è diventata il vizio di chi la cerca. Quanto vali lo stabilisce quanto fai; "cosa?" e "come?" sono diventate domande fuori luogo. Il tempo che si dedica a qualcosa, o anche a qualcuno, è sempre troppo: è tempo sottratto alla quantità. Le nostre sono esistenze dilaniate, totalmente decentrate. Quel era il centro? Probabilmente l'essere unico che eravamo, l'in-dividuo che non siamo più. Ciascuno di noi è un essere multiplo e non perché raccolga in sé infinite possibilità di vita, quanto piuttosto per il fatto di averne attuato una buona parte, senza che la contraddittorietà costituisca un problema. 
Il frammento è, non a caso, la lettura che preferiamo, perché assomiglia al nostro tempo: risponde perfettamente alla disperata esigenza di riempire spazi angusti collocati tra un'attività e l'altra.

sabato 7 dicembre 2013

Correre sul posto

Periodicamente ritengo opportuno applicare il termometro all'anima per leggere, riflesso su una fittizia linea di mercurio, lo stato del mio umore.
Attualmente sono l'atleta che corre sul posto senza spostarsi di un centimetro, una bicicletta da corsa alla quale è momentaneamente saltata la catena e che, per quanto si pedali, resta immobile.
I miei obiettivi sono la linea dell'orizzonte, sempre di fronte a me, per quanti passi io muova, sempre alla stessa distanza.


lunedì 25 novembre 2013

Scimmie che parlano (e si ribellano)

Nei pomeriggi di pioggia (anche se quello di oggi non è stato proprio un pomeriggio piovoso, ma fa lo stesso) che c'è di meglio che restare incollati al pc a guardare un film non troppo impegnativo?
Oggi è toccato a L'alba del pianeta delle scimmie, un film risalente ad un paio di anni fa (2011), diretto da Rupert Wyatt. Alla fine sono stata costretta ad ammettere che non è propriamente il tipo di film che fa per me, tuttavia qualche breve riflessione la merita, in particolar modo sulla condizione di "fuori posto" della scimmia protagonista. Riassumendo: un farmaco rivoluzionario viene sperimentato su una femmina di scimpanzé, ma qualcosa va storto, sebbene dimostri di aver sviluppato una straordinaria intelligenza, l'animale impazzisce e gli scienziati si trovano costretti ad abbatterla. Nella gabbia dello scimpanzé, però, ad attendere c'è una sorpresa: un cucciolo, partorito chissà quando, al quale la madre ha trasmesso l'intelligenza superiore dovuta alla somministrazione del farmaco.
Questa la premessa, si può immaginare cosa succeda all'animale, che cresce sotto la protezione di uno degli scienziati; il minimo che ci si possa aspettare è una crisi di identità, ed è quello che in effetti avviene.
Certamente Cesare, questo il nome dato all'animale, non è un uomo, ma con l'intelligenza che si ritrova (arriverà persino a parlare) non lo si può definire neppure semplicemente un animale. Qual è dunque il suo posto? Il posto, la "casa", alla fine, è lui stesso a sceglierla, dopo una serie di peripezie e non senza danni, principalmente per ribellione nei confronti di chi l'ha creato sembrerebbe. Cesare all'uomo e alla sua tecnica preferisce la foresta e i suoi "simili".
Il film sembrerebbe un attacco alla prepotenza umana che si manifesta attraverso la scienza; io sto ancora a chiedermi come faccia una scimmia parlante, un essere intelligente insomma, a vivere in mezzo ai comuni animali: gli hanno assegnato un posto con troppa facilità.

venerdì 22 novembre 2013

Ritornare

"Non hai mai pensato di tornare?"
Che domanda stupida! Ci sono fili che ti aiutano a ritrovare la strada del ritorno e altri intesi a trascinarti indietro. La mente è attratta da quel richiamo ed è difficile sottrarvisi. Non faccio che pensare di tornare a casa. Quando la moglie di Lot si voltò indietro, si trasformò in una colonna di sale. Le colonne sorreggono le cose e il sale le mantiene pulite, ma è un ben misero baratto se in cambio si perde la propria identità. Molta gente torna indietro ma non sopravvive perché sente il richiamo di due diverse realtà. E questo è troppo. Si può mettere sotto sale il proprio cuore e ucciderlo, oppure si può scegliere una delle due realtà. In ogni caso c'è molto dolore. Alcuni sono convinti di poter avere la botte piena e la moglie ubriaca. Ma il vino inacidisce e finisce per andare di traverso. Ritornare dopo molto tempo fa impazzire, perché a chi si è lasciato alle spalle dà fastidio che tu sia cambiato, ti trattano come hanno sempre fatto, ti accusano di essere indifferente, mentre tu sei semplicemente differente. [Jeanette Winterson - Non ci sono solo le arance].
Ritornare vuol dire impazzire. Voltarsi indietro significa essere spacciati. Nelle sue varie forme è un pensiero quasi ossessivo, ad ogni passo c'è il terrore di ritrovarsi al punto di partenza e di essere risucchiati irrimediabilmente indietro. Di passo indietro in passo indietro dove si arriverebbe? Forse c'è un "da dove" originario dal quale si cerca di fuggire di continuo, un "da dove" in cui non c'è davvero alcuna differenza tra  sé e una colonna di sale. Tornare indietro equivale a cercare di scrollarsi di dosso gli innumerevoli strati del tempo, i molteplici frammenti di sé, tornare indietro equivale a perdere sé. 
Fortuna vuole che l'impresa sia pressoché impossibile.

giovedì 21 novembre 2013

Gnothi seauton

[...] gli atti non intenzionali sicuramente fanno sorgere molti malintesi nei rapporti umani. Colui che ha compiuto un atto simile, senza alcuna intenzione, non se lo attribuisce e non se ne sente colpevole; mentre chi, per così dire, è vittima di tale azione, vi riconosce intenzioni e tendenze, dalle quali il primo si difende, perché il processo psichico dell'atto non gli è chiaro come per l'estraneo. Così finisce per sentirsi incompreso o frainteso dall'altro. In fin dei conti alla base di questi malintesi c'è il fatto che essi vengono compresi e fin troppo bene. Più i soggetti sono nevrotici e più occasioni avranno di cadere in questi dissidi, occasioni in cui ognuno di loro riverserà la colpa sull'altro. Questa è la punizione per la nostra mancanza di sincerità interiore: sotto la maschera della dimenticanza, della disattenzione, della mancanza di intenzione, gli uomini esprimono i loro sentimenti e le loro passioni che farebbero meglio a confessare a se stessi se non sono capaci di dominarli. Effettivamente si può affermare, in linea generale, che ognuno fa continuamente l'analisi del suo prossimo, e finisce per conoscere gli altri meglio di se stesso. Per conformarsi alla regola del "conosci te stesso", bisogna studiare i propri atti e le proprie omissioni apparentemente accidentali. [Sigmund Freud - Psicopatologia della vita quotidiana]
Chi ha ragione? Questa è la domanda che mi sorge spontanea nel leggere questo passo di Freud. Il più delle volte si passa con leggerezza su dimenticanze e sbadataggini e le si archivia come atti involontari ma, stando a quanto afferma un signore che certamente non è l'ultimo arrivato in quanto a conoscenza della mente umana, a prendersela per certe sbadataggini non si fa poi tanto male.
Quello che però risulta più interessante è il "capo d'accusa": di cosa accusiamo effettivamente qualcuno che si è scordato di farci gli auguri per il compleanno? Cosa rinfacciamo a chi dovesse dimenticarsi di portarci il libro che ci aveva promesso? Forse di dare poca importanza agli oggetti delle dimenticanze? In realtà la dimenticanza, come la distrazione, è una maschera che cela al soggetto che la indossa il suo stesso volto, mentre agli occhi del prossimo questo stesso volto è perfettamente trasparente; l'accusa che Freud sembra dunque muovere è quella di incapacità di introspezione. Suona strano, per certi versi, sentire associata la mancanza di conoscenza di se stessi ad un "capo d'accusa", forse Freud non lo fa davvero e sono io ad effettuare il passaggio dalla semplice osservazione di un fenomeno al giudizio morale sul fenomeno. Motivazione? Intolleranza nei confronti della mancanza di sincerità verso se stessi.

"Gnothi seauton" è un imperativo. 

venerdì 8 novembre 2013

Senso/Direzione

Senso: in uno dei tanti corsi di filosofia di chissà quale anno mi è stato detto che un senso, tra le altre cose, è una direzione, anzi, fondamentalmente, il senso è direzione. Trovare un senso vuol dire trovare una direzione e, dunque, una vita che abbia un senso è una vita che ha trovato una direzione. 
Ciò vuole forse dire che dobbiamo lasciare vie dietro di noi (perché davanti, è cosa nota, non ce ne sono), voltandoci indietro dovremmo sempre essere in grado di vedere strade orientate tracciate dai nostri passi. 
Ma le strade si costruiscono per esclusione, scegliendo di dirigersi a sinistra piuttosto che a destra, ad Oriente piuttosto che ad Occidente; ogni via è fatta di no e di rinunce. 
Quanto costa oggi un no? Credo sia il prezzo da pagare per la propria identità, per essere qualcuno piuttosto che nulla, perché, se è vero che siamo il risultato delle nostre scelte, fin quando siamo tutto non siamo
nulla.