mercoledì 5 novembre 2014

Il significato della parola incoerenza

Sono ormai abituata al fatto che, di tanto in tanto, qualche parola di uso comune mi si pari davanti e si mostri come la parte più evidente di qualcosa che deve essere guardato meglio. Mi capita anche con le persone: le "persone-punti interrogativi" sono la mia croce e la mia delizia.
Parliamo di INCOERENZA. 
"Mancanza di coesione e compattezza". 
Tanto basta.
La parola coerenza mi ha fatto sempre pensare a certi lavoretti che facevo alle scuole medie con la colla vinilica e dei pezzetti di plastica colorata; a volte creavo sulle tavolette di legno dei veri e propri "grumi" di colla e pezzetti colorati dai quali doveva emergere una qualche figura riconoscibile.
La coerenza dovrebbe essere quella figura che emerge nonostante tutto.
Eppure mi viene da pensare: ma, dopo tutto, sono comunque pezzi a sé stanti, la colla si vede.
La colla si vede ecco... La coerenza implica uno sforzo consapevole ma, alla fine, ciò che ne viene fuori è comunque un ammasso eterogeneo di roba più o meno presentabile.

Immagine: Susan Kaprov - Puzzle Matrix, #1 © 2004
30" x 40" Enamel on wood
One of a series of ten painted jigsaw puzzles

 


venerdì 24 ottobre 2014

Coincidenze

Tre autori su cui mi sono trovata a riflettere negli ultimi giorni:

1 - Sono ritornata su alcuni punti della mia tesi di laurea e quindi su Peter Szondi.
2 - Ho letto i pochi scritti in prosa del poeta Paul Celan.
3 - Ho iniziato a leggere qualcosa di Cesare Pavese: erano anni che mi riproponevo di procurarmi Il mestiere di vivere.

Ora, dopo giorni e giorni che passo dall'uno all'altro, mi rendo conto che le loro vite hanno una cosa in comune: a qualche bravo umanista il compito di capire cosa.

martedì 21 ottobre 2014

Buone novelle and me

Che ci sia forse da preoccuparsi quando si inizia ad avere il terrore di aprire la posta elettronica per paura di trovare qualche e-mail che peggiori irreparabilmente il proprio umore? 
E che dire del postino che causa attacchi di ansia acuti ogni volta che si presenta sotto casa col suo malloppo di scartoffie inquietanti?
E anche il telefono, non è che mi sembri un oggetto tanto rassicurante ultimamente. 
Si vede che le buone novelle sono state all'ordine del giorno ultimamente! Sul fatto, poi, che io abbia un rapporto complicato col concetto di "buone nuove" in generale, dopo tutto, non ci piove.

mercoledì 8 ottobre 2014


"E mi hai salvato tante volte
da qualche tipo di altra morte
andando dritta sulla verità"

venerdì 19 settembre 2014

Distacco

Non smette mai di stupirmi la semplicità con la quale, a volte, riesco a distaccarmi da oggetti ai quali in passato sono stata molto legata. Mi sono ritrovata di fronte ad una catasta di cappelli ammucchiati nell'armadio: ne facevo un uso spropositato si può dire! Mi aspettavo una fitta da qualche parte nel petto quando li ho buttati via ma non ho sentito nulla. Mi aspettavo troppo da me stessa... 
Life is beautiful: questo mi resta!

venerdì 12 settembre 2014

Esegesi del corpo

Questa sera mi concedo una cosa che ho evitato di fare per troppo tempo, almeno su questo blog: lasciar scorrere le parole così come vengono, senza sentire la necessità di dire qualcosa di significativo. La leggerezza e il disimpegno sono delle benedizioni a volte! Eppure la mia mente non riesce proprio a riversare nel solito torrente verbale tutta la sua agitazione, non come vorrei. In qualche modo mi trattengo e i sintomi di questa repressione contro me stessa diventano quasi fisici: la mente ti parla sempre attraverso il corpo e se vuoi imboccare direzioni che ti allontanino dalla catastrofe devi imparare ad essere un abile esegeta. Quella contro la propria fisicità, contro le proprie reazioni involontarie è una guerra persa in partenza. Quante volte mi sono tradita! In fondo so di volermi poco bene e le mie interpretazioni servono a poco; sì, perché non basta capirsi, non basta sapere con certezza che, quando ti costringi in abiti che non ti appartengono, il tuo corpo ti punisce togliendoti l'aria,devi anche avere il coraggio di strapparteli di dosso quegli abiti. Poi resti nuda, ma questa è un'altra storia.

sabato 30 agosto 2014

Quando il diavolo di Bulgakov arriva a Mosca

Da un romanzo che ha per titolo Il maestro e Margherita ci si aspetterebbe la più classica tra le storie d’amore, magari condita con una buona dose di destino avverso, e difficilmente si penserebbe che un gruppo di demoni, capeggiati da Satana in persona, siano di fatto i personaggi principali dell’opera. In verità hanno poco di puramente malvagio questi diavoli che giungono nella capitale russa sotto mentite spoglie, addirittura suscitano simpatia vista la vocazione da buffoni che mostrano in certi momenti; abbiamo Korovev, la figura lunga a quadri, Behemot, il gatto che cammina eretto sulle zampe posteriori, Azazello, il demone guercio e zannuto dai capelli rossi, Hella la strega perennemente nuda ed infine, Woland, Satana stesso travestito da esperto di magia nera.      
Per tutto il romanzo ho cercato di capire cosa mai avrebbe potuto indurre un così
singolare gruppo a scomodarsi per mettere piede sulla terra e proprio qui deve entrare sulla scena lui, il maestro, insieme alla sua amante Margherita. Questo stuolo di demoni che terrorizza o fa spiacevoli scherzi a chiunque, infatti, sembra invece rimettere a posto la triste storia di Margherita, che ha ormai perso da tempo le tracce del maestro. Quest’ultimo, sparito dopo le critiche negative mosse al suo romanzo su Ponzio Pilato, è stato in realtà ricoverato in una clinica psichiatrica; proprio questo romanzo del maestro sembra essere il filo dipanato da un capo all'altro del romanzo di Bulgakov, che si apre con una discussione sull'esistenza del diavolo, che, sotto le mentite spoglie di Woland, finisce col raccontare di aver assistito personalmente alla condanna di Cristo, e termina con l’assoluzione di Pilato, liberato dalla sua condanna eterna grazie alle parole del maestro. 
Certo il tutto fa supporre un qualche intervento divino, e questo strano Woland coi suoi demoni si presta stranamente a farsi strumento di quello che per tutto il romanzo viene definito un filosofo, quel Jehoshua che Pilato, anche se a malincuore, fa condannare. Il romanzo del maestro, bruciato e restituito al suo autore da Satana grazie all'intercessione di Margherita, può concludersi solo dopo l’assoluzione di Pilato oppure sarebbe meglio dire che la conclusione del romanzo assolve Pilato e questo evento scritto magicamente diventa evento reale.     
E su questo singolare intreccio tra bene e male valgano le parole dello stesso Woland a Levi Matteo, seguace di Jehoshua: «Sii tanto cortese da riflettere su questa domanda: che cosa sarebbe il tuo bene se non ci fosse il male, e come apparirebbe la terra se non ci fossero le ombre? Le ombre nascono dagli oggetti e dalle persone. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Non vorrai per caso sbucciare tutto il globo terrestre buttando via tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo per godere nella tua fantasia della nuda luce? Sei uno sciocco».     
                                         


venerdì 1 agosto 2014

Il delitto è nel castigo?


Come costruisce (o, se si preferisce, de-costruisce) i personaggi e le situazioni Dostoevskij non lo fa nessuno e la lettura di Delitto e castigo non ha potuto che confermare questo mio giudizio.      
All'inizio del romanzo si ha di fronte un fatto, un delitto, ma quanto più si va avanti tanto più si fa avanti la domanda: che cos'è davvero un delitto? Perché in fondo è vero, come afferma il protagonista, che l’uomo considerato fuori dal comune di delitti atroci ne commette e, non di meno, quegli stessi atti spesso sono passati alla Storia come passi avanti per l’umanità. Forse che uccidere un solo uomo sia più grave che ucciderne a migliaia? Sembra davvero il paradosso del chicco di grano e del mucchio! Deriva in buona parte da questo il tormento del giovane Raskòl’nikov che uccide per capire se la sua personalità sia quella di un Napoleone oppure quella di un pidocchio qualunque. Siamo un passo al di là della morale, un gradino più su del bene e del male. La caduta o il trionfo dipendono dalla capacità di reggere le conseguenze delle proprie azioni: il delitto sembrerebbe delitto, per il giovane protagonista, solo nel momento in cui non è condotto fino alle sue ultime conseguenze, e anche allora resta un delitto più contro l’assassino e che contro la vittima. È un fascino sinistro ed incomprensibile quello esercitato dai grandi delitti sull'animo umano, un fascino che osa suggerire che l’unico peccato sta nel castigo.

martedì 8 luglio 2014

Io sono Eva


«Vuoi conoscere come Dio?»    

«Sì, lo voglio».  
A dir di sì non fu Adamo, ad osare l’impensabile fu Eva.               
Chissà cosa mai passava nella testa della madre mitica dell’umanità mentre allungava la mano per strappare a Dio un pezzo della sua essenza. O sarebbe meglio dire: chissà cosa passava per la testa di chi si è impegnato a descrivere quel gesto che, stando a certe convinzioni, doveva risiedere nell'onnisciente mente divina da sempre. La condanna fu inappellabile: al di là di tutti quegli altisonanti anatemi biblici, i figli di Eva avrebbero riprodotto il gesto della progenitrice per l’eternità. Ci volle una buona dose di disobbedienza femminile per raggiungere la coscienza della propria nudità e il conseguente desiderio di rimediarvi. Ci volle una buona dose di disobbedienza femminile perché il genere umano stabilisse che sarebbe stato di gran lunga meglio fare un bel salto nel vuoto con gli occhi aperti piuttosto che restare coi piedi ben saldi per terra e tuttavia con gli occhi perennemente serrati.         
            
Fonte immagine: http://www.deviantart.com/?offset=48&view_mode=2&order=5&q=favby%3Adavinci3835
      

lunedì 23 giugno 2014

Pessime annate

Ci sono anni che definire pessimi è poco: ti tolgono tutto, anche te stessa, e lasciano dietro di sé una scia di sfortunati eventi che si prolunga per gli anni successivi.
Nella mia vita fino ad ora il 2011 si conferma sul podio come il peggior anno che abbia mai vissuto: lo sto scontando ancora goccia dopo goccia, incazzatura dopo incazzatura!
In alternativa potrebbe essere un brutto periodo che si prolunga oltre ogni più buia prospettiva e lo dico ben consapevole di non essere affetta dalla cosiddetta sindrome di Paperino...


mercoledì 18 giugno 2014

Alla fine non si matura mai

Puntualmente, in questo periodo dell'anno, sono assalita da una specie di nostalgia. Causa? La maturità in corso... 
Se non erro, sei anni fa (sì, BEN SEI ANNI FA! Lo ripeto a me stessa...), era esattamente il 18 giugno che iniziai la mia di maturità. La ricordo con una certa "tenerezza" ma alla fine so bene che lo stress a cui sottoposi la mia povera testa fu tale da portarmi sull'orlo di una crisi di nervi. Se dovessi scegliere un'immagine che rappresenti me in quel periodo, sarebbe quella di una molla, una piccola molla pronta a reazioni esagerate ad ogni minimo stimolo! Per certi versi alcune condizioni d'animo si ripropongono: mi sembra di vivere mille volte la maturità, mille volte la laurea, mille volte i momenti d'ansia della mia vita. La cosa confortante è che la seconda volta già senti meno il colpo. La terza è quasi una carezza...

sabato 14 giugno 2014

Il significato di "crisi"

Κρίσις – εως : il separare, la scelta, il giudizio, l’esito, la soluzione, la condanna.
Il sostantivo deriva dal ben noto verbo κρίνω che vuol dire separare, distinguere, scegliere, risolvere, emettere una sentenza, accusare, condannare, valutare.        
I termini adoperati sono molti ma il significato di fondo è lo stesso o, quanto meno, rimanda ad un concetto unico anche se articolato.          
La crisi è la fase del giudizio finale, il momento in cui, si potrebbe dire, i nodi vengono al pettine e si è costretti a fare i conti con il proprio percorso; durante una crisi si sentono tutte le conseguenze delle proprie azioni e si è chiamati a render conto del proprio operato.                    
Non a torto un personaggio del calibro di Schelling sosteneva, nella sua filosofia della mitologia, parlando di ben altro, che ogni crisi è una sentenza; e ogni sentenza non costituisce forse, in quanto fine di un processo, un momento di risoluzione e di svolta? La crisi, pertanto, non può non essere anche frattura, separazione e scelta di qualcosa di nuovo. Parliamo, insomma, di quel delicato momento che contiene in sé, uniti in maniera inscindibile, fine ed inizio.