mercoledì 22 maggio 2013

L'asfalto bagnato è il tuo specchio

L'effetto delle tempeste di fine maggio: il sublime di una pioggia quasi orizzontale.
Guardi con sospetto, di sotto in su, fuori dalla finestra e non capisci che sensazione ti dia... Potresti essere sotto quella pioggia in fondo e forse vorresti... Invece devi chinarti e leggere presunte direttive divine: non cadono giù dal cielo come la pioggia le direttive divine, fanno il movimento contrario!

L'asfalto bagnato è il tuo specchio, riflette tutto ciò che sei, come condizione e non come immagine...

lunedì 13 maggio 2013

La beatitudine degli oggetti

Noi percepiamo innnanzitutto l'anomalia del fatto bruto di esistere e soltanto in seguito quella della nostra situazione specifica: lo stupore di essere precede lo stupore di essere uomo. Eppure il carattere insolito del nostro stato dovrebbe costituire il dato primordiale delle nostre perplessità: è meno naturale essere uomo che essere e basta. Questo noi lo sentiamo d'istinto; e da questo deriva la voluttà che proviamo tutte le volte che ci distogliamo da noi stessi per identificarci con il sonno beato degli oggetti [E. Cioran, La caduta nel tempo].
Di tutta la citazione, irrimediabilmente, mi resta impigliata nella mente l'ultima espressione: "il sonno beato degli oggetti". Che cosa rappresenti questo stato lo si può esprimere solo con la parola beatitudine, alla quale tuttavia segue, quasi fosse un occulto sinonimo, la parola morte. Essere un oggetto vuol dire sostanzialmente morire alla propria umanità mediante l'annullamento di ogni pulsione vitale. Ogni pulsione è una tensione verso ciò che manca, l'espressione dolorosa di un'assenza: è propria dell'oggetto l'assenza della mancanza stessa dunque della possibilità del dolore. In quanto oggetto l'uomo sarebbe beato: si tratta probabilmente del paradosso dell'umanità che, fin quando resta tale, non può ottenere ciò che più desidera, il non desiderare più.

giovedì 2 maggio 2013

Il chissà dove

Siamo solo a maggio e già inizio a percepire gli inconfondibili sintomi del "mal di sole": non riesco a ripescare i miei pensieri, che sembrano totalmente assorbiti dal chiarore diffuso oltre la finestra. E già sto con un occhio ai libri e l'altro chissà dove, ed è il chissà dove che conta, che mi condiziona l'umore e le giornate. A seconda dei viaggi clandestini che la mente compie la giornata prende la sua piega.
La primavera è così, apre le porte della dissoluzione, quasi non ci sia più un netto confine tra il tuo corpo e l'ambiente in cui è immerso: senti che c'è ma è un corpo esteso e dissolto, non più propriamente tuo. Si prepara a diventare il tuo nemico estivo.

mercoledì 24 aprile 2013

Un bacio vi seppellirà tutti

"Sorrideva, convinta di aver trionfato sulla mia pazienza: stavo finalmente per fare quello che sperava, inveire, affrontarla, schiaffeggiarla, avrebbe vissuto la sua ora di gloria, mi aspettava.
Presi il suo volto tra le mani e incollai le mie labbra alle sue. Misi a profitto le deficienze di Renaud, Alain, Marc, Pierre, Thierry, Didier, Miguel, ecc. per improvvisare, con scienza infusa e istantanea di quel linguaggio, quanto l'essere umano ha inventato di più assurdo, di più inutile, di più sconcertante e di più bello: un bacio cinematografico.
Non mi fu opposta resistenza. E' vero che beneficiai del più assoluto degli effetti-sorpresa: c'è un valore aggiunto all'inatteso. In quel braccio di ferro del bocca-a-bocca, la trattai con i guanti
Quando le ebbi esposto a lungo il mio modo di pensare, la respinsi e mi voltai verso l'anfiteatro sbigottito e ilare. Con un trionfo schiacciante, chiesi con voce sonora a quei degenerati in soprannumero:
- Altri candidati?
La mia gittata era immensa. Lanciatrice d'asta di alto livello, dovevo solo afferrare ottanta alabarde e trafiggerli tutti. Ma in una mansuetudine senza limiti, mi accontentai di squadrarli con tracotanza, di fulminare con un'occhiata qualche faccia non troppo spregevole e di abbandonare la sala, lasciando dietro di me una povera vittima distrutta che mordeva la polvere" [Amélie Nothomb - Antichrista]

Perché questo lungo passo di un libro sconosciuto ai più... Come prima cosa rispondo che mi piace la scena in sé, dal punto di vista puramente estetico: è come assistere, alla fine della lettura, all'incontro/scontro del bianco e del nero sul piano cromatico, senza che si fondano nel grigio (non a caso la protagonista del breve romanzo si chiama Blanche).
Come seconda cosa mi piace quello che la scena significa: a volte l'unico mezzo che si ha per debellare chi odia senza motivo è colpirlo con un gesto d'amore senza motivo. Christa e Blanche, stessa età, sedici anni, esseri diametralmente opposti; per tutto il romanzo la prima non fa altro che perseguitare la seconda, facendo leva sulle tipiche insicurezze adolescenziali, al culmine della crudeltà della prima la seconda non trova mezzo migliore, per metterla fuori gioco, di un "bacio cinematografico" di fronte ad un'ampia platea. 
Il gesto contro ogni logica funziona: della serie "un bacio vi seppellirà tutti"!

giovedì 18 aprile 2013


Mi spieghi che dietro ogni campo di grano c'è il Divino, c'è Van Gogh.
Invece temo il peggio.

martedì 16 aprile 2013

Sognando di sognare

Inizio a pensare che ci sia un qualche tipo di collegamento tra il clima e la mia attività onirica che, da quando il sole ha deciso di palesarsi in tutto il suo splendore primaverile, ha ripreso il suo corso di buona lena non appena mi appisolo.
Questo pomeriggio, però, dopo il crollo post corsi al risveglio mi è toccato risvegliarmi di nuovo. Spieghiamoci meglio: ho fatto un sogno di borgesiana memoria nel quale sognavo di sognare... Al risveglio reale (si spera almeno, magari sto ancora dormendo, chi lo sa...) ero leggermente confusa. Tanto nel sogno, quanto nel sogno contenuto dentro al sogno, la luce era la stessa della realtà, ero al chiuso ma fuori c'era il sole; il sogno nel sogno è stato brevissimo, abbracciavo con tutte le mie forze una persona mai vista e per di più completamente nuda, sapevo di doverla stringere perché non sparisse all'improvviso. Lo sforzo fisico è quello che resta nell'altro sogno una volta che mi sono svegliata dal primo, sono ancora completamente tesa e ci metto un po' per rilassarmi prima di iniziare ad aggirarmi nel luogo in cui mi trovo che è una specie di reggia in mezzo alla campagna con stanze immense ma anche la mia università. Mi trovo davanti gente conosciuta intenta a fare cose senza senso... 
A questo punto penso di essermi svegliata per la seconda volta.

giovedì 11 aprile 2013

Con la primavera il sonno...

E alla fine giunse la primavera e con essa il mio grande sonno...
Da un paio di giorni a questa parte mi alzo più stanca della sera prima e mi muovo tra la gente come una sonnambula, almeno fino a quando il sonno non arriva per davvero e mi storidisce per l'intero pomeriggio...
Il mio cervello inizia a connettere e a dimostrare di avere una vita propria solo verso le sei di sera: molto confortante! Per il resto della giornata non aspettatevi da me segni di vita eclatanti...

sabato 6 aprile 2013

Il mestiere dell'artista non esiste

Credo di aver esagerato leggermente con lo studio negli ultimi tempi, lo capisco dal fatto che mentre sto facendo tutt'altro (mentre lavo i piatti ad esempio) mi vengono in mente considerazioni del tipo: "un genio non potrà mai vivere una vita normale". Mi vengono così, come se stessi pensando "forse dovrei aggiungere un altro po' di sapone". Tanto vale quindi approfondire la questione che si fa largo nella mia testa ogni volta che sento dire o leggo che un artista, uno scrittore degno di questo nome, in fondo non sia che un uomo come gli altri, che differisce solo per quella particolare capacità, come se l'arte fosse una sorta di accessiorio che l'essere umano possa indossare a proprio piacimento, senza che essa condizioni la sua esistenza in maniera determinante. La cosa mi fa sorridere, perché evidentemente chi dovesse pensarla in questo modo dimostrerebbe di aver confuso l'arte con un qualsiasi mestiere, che si apprende e si può, eventualmente, scegliere di cambiare da un giorno all'altro. Il cosiddetto genio dell'arte non vive e non può vivere come gli altri uomini, per quanto si sforzi di farlo e per quanto a volte le apparenze sembrino dimostrare il contrario, il genio si può solo adattare malvolentieri o iniziare a modificare la realtà che lo circonda. Il solo ruolo che può occupare nella società è quello dell'antisociale per il semplice fatto che l'arte coincide con la sua esistenza, la qual cosa equivale a dire che non vivrà mai secondo le leggi della realtà.

martedì 26 marzo 2013

lunedì 25 marzo 2013

Piccola nota su Kafka

Tra le opere di Kafka che mi è capitato di leggere (Il processo, America, La metamorfosi e qualche altro racconto) Il Castello è quella che trovo più inquietante per molti aspetti ma sicuramente tutti sono riassumibili nella figura stessa del castello che dà il nome all'opera. Ci si aspetterebbe (almeno io me l'aspettavo) che il famoso castello rappresenti quanto meno il luogo dell'azione, invece ci si ritrova di fronte ad una costruzione lontana, alla quale tutti fanno riferimento, perché da esso dipende la vita degli abitanti del villaggio dove giunge il protagonista, e tuttavia non si riesce a capire chiaramente in che modo tutto possa dipendere dall'insolita costruzione, un'immensa ed instancabile macchina burocratica i cui funzionari sono inavvicinabili quasi quanto il castello stesso. 
A tratti si ha l'impressione che sia tutta una costruzione della mente, che alla fin fine il castello sia vuoto e a tenere in piedi gli ingranaggi della macchina siano quegli stessi individui che vi sono sottomessi; eppure il protagonista è completamente in balia della misteriosa forza che gli impedisce di avvicinarsi al luogo del potere, quello stesso luogo il quale, sembrerebbe per errore, è stato origine, anni prima, della decisione di assumerlo al villaggio quale agrimensore. 
Il castello sembrerebbe quasi la metafora di tutte quelle forze invisibili che dominano l'uomo ma che, non di meno, sono costruzioni dell'uomo stesso, è la morale, è il destino, è Dio, se vogliamo, tutto ciò che l'umanita crea e pone al di sopra di se stessa per potervisi assoggettare in cambio di un po' d'ordine.
In fin dei conti, coloro che impediscono a K. di fare irruzione nel castello, presentandolo come inaccessibile, sono gli abitanti del villaggio, perché la possibilità di sovvertirne l'ordine esiste, K. la sfiora e non se ne accorge. 
Per quanto remota sia la possibilità, ogni essere umano è un potenziale distruttore di castelli.

domenica 24 marzo 2013

Bugie senza colpa: settimo risveglio


E col settimo si può chiudere...

SETTIMO RISVEGLIO

Quando aprii gli occhi sul mondo, mi resi conto della stranezza del sogno nel quale ero stato immerso fino a quel momento, se di sogno si era trattato, visto che, fino ad allora, avevo preso per reale tutto quanto e forse, persino in quel frangente, stavo sognando di aver sognato.
C’erano tanti esseri che si affaccendavano sin dai primi istanti del loro risveglio nel mio sogno, mentre io… Cosa stavo facendo io?  Semplicemente mi svegliavo dalla realtà.
Già in piedi e non disteso, senza tutte quelle pratiche particolari che gli esseri del mio sogno avevano messo in scena dopo il risveglio, mi misi in cammino. Era quello il mondo reale, un deserto, nulla di più. C’ero solo io in quel deserto senza costruzioni, senza traccia alcuna di passaggio prima del mio.
Iniziavo a ricordare per quale motivo avessi cercato rifugio in quel sogno, dove tutto era in movimento, dove l’unico cedeva il posto al molteplice, alla varietà. Era volontario il mio sogno? Forse lo era…
Talmente era l’abitudine alla distinzione e all’artificio che quasi mi stupii nello scoprirmi senza uno straccio addosso e totalmente in bilico tra i due sessi. Era stato un gioco, tutto un grandioso gioco della mia mente la distinzione! Di me avevo fatto molti, da un unico sesso indistinto ne avevo ricavati due: era stata una strana esprerienza la scissione e, dopo tutto, avevo creato un gran caos e tanto smarrimento, perché tutte quelle proiezioni di me, in fondo, sapevano di essere uno e che altro era solo un modo diverso per dire io. Davvero una bella messa in scena!
Avanzavo in quello spazio vuoto che, mentre dormivo, avrei definito Nulla e cercai di calcolare per quanto tempo avessi dormito. Ma mi ingannavo ancora! Il tempo era un’altra delle mie invenzioni oniriche, un’altra arbitraria divisione di un’unità indistinta. Non potevo più pensare in termini di tempo; il battito delle mie ciglia era miliardi di anni e i miliardi di anni erano svaniti senza dolore, perché, fondamentalmente, neppure il dolore esiste dove c’è unità: se è la divisione a determinarlo, come può esistere laddove la divisione, in tutte le sue forme, è solo illusione?
Osservai il mio Nulla con amore: era esso la condizione grazie alla quale era stato possibile il mio sogno; eppure di quel Nulla eterno ne avevo avuto abbastanza e così la realtà aveva fatto irruzione nella mia mente. Ma che dico? Irruzione? A dire il vero c’era già da sempre e si era solo resa manifesta nel sogno, il mio sogno reale, con tutte le sue tragiche distinzioni, con la sua bellezza decomposta; è difficile mettere insieme i pezzi di una bellezza in frantumi e, solo in stato di veglia, potevo sapere cosa fosse la bellezza nella sua unità.
Procedevo nel deserto senza ostacoli, perché il Nulla non ha confini, ripensando agli affanni e alle gioie dei miei frammenti umani: era stato come guardarsi in uno specchio andato in pezzi e vedere un numero infinito di sfaccettature di sé. Quale modo migliore per vedersi, osservarsi, conoscersi? I sogni illuminano! Sembra tutto messo a caso e, invece, c’è un filo: io li avevo visti tutti i fili, perché li avevo creati.
Mi fermai in uno degli infiniti non-punti di quel non-spazio del quale ero parte. Ero al punto di partenza perché lo spazio nel Nulla non esiste e tutti i punti di partenza sono punti di arrivo. Non ci sono distanze da percorrere, tutti i punti sono uno solo. Quante distanze avevo escogitato per i miei frammenti umani! Le distanze sono separazioni e le separazioni sono illusioni oniriche.
Richiusi gli occhi e la realtà ricomparve: erano trascorsi tre minuti o tremila anni, per me non c’era differenza. Tutto era come lo avevo lasciato; i miei frammenti umani intenti a percorrere le loro distanze, ad impiegare il loro tempo, a soffrire per le loro differenze, per il loro non essere gli uni gli altri. Soffrono per un’illusione: loro sono i loro altri!
M’immersi nel sogno e ridiventai ciascuno di loro.

sabato 23 marzo 2013

Bugie senza colpa: sesto risveglio

SESTO RISVEGLIO

Il telefono suonò cinque, forse sei volte, prima che mi alzassi dal pavimento e andassi a rispondere.
La voce di mia madre m’investì determinando l’immediata reazione delle mie tempie doloranti.
- Tesoro, tutto bene? Perché non rispondevi?
Fissai per un istante il punto del pavimento dove ero stata distesa appena trenta secondi prima. E poi il caos, caos ovunque.
- Scusa mamma… è solo che… che ero molto stanca e ho dormito tanto… più del solito…
Mi massaggiai le tempie con le dita e sbadigliai.
- Oh lo sento cara! Hai fatto colazione?
- No mamma, te l’ho appena detto… dormivo e…
- E allora devi assolutamente correre a farla!
Dopo un sì che nascondeva appena la noia, ascoltai le svariate raccomandazioni che stonavano decisamente con la mia età, i suoi saluti prolungati e riagganciai.
Poggiai le spalle alla parete e mi lasciai scivolare fino a terra: sotto gli occhi la mia casa sottosopra!
Com'era possibile che fossi stata capace di combinare quel disastro? Eppure l’avevo fatto, ricordavo ogni singolo gesto dettato dalla rabbia, ogni oggetto infranto, ogni pulsazione del mio essere in preda allo slancio distruttivo. E alla fine cosa avevo fatto? Mi ero disposta al centro della mia opera, tutta dolorante, e mi ero addormentata.
C’erano fogli di libri e quaderni strappati sparsi ovunque, bicchieri, tazze e piatti sbriciolati, mobili danneggiati e, quelli che non erano danneggiati, non erano al loro posto, come le sedie che erano finite tutte a gambe all'aria.
Cosa diavolo mi era preso? Ero una creatrice non una distruttrice! Guardai le mie tele a terra, tutte distrutte, tagliate, sfondate.
Qual era il limite tra il creare e il distruggere? Spesso nella mia testa si confondevano e, per poter creare, avevo bisogno di radere al suolo tutto il mio mondo.
Ecco cos'era successo la sera prima, un sabato come tanti, a casa da sola come al solito. Avevo preso il pennello in mano e l’avevo fissato inebetita per un tempo indeterminato, proprio come ora contemplavo ciò che restava delle mie cose; subito dopo, invece di intingerlo nel colore, mi ero ritrovata a spezzarlo in due parti. Poi avevo sbattuto per terra la tela che si trovava sul cavalletto… E così via in una colata libera di rabbia emersa da chissà quali profondità, una rabbia primitiva, devastante, esaurita la quale, mi ero ritrovata al centro della spirale dei cocci della mia vita, senza più un briciolo di forza.
Accesi una sigaretta dopo aver ripescato il pacchetto da sotto un mucchio di vestiti, precedentemente lavati e stirati, eppure gettati a terra come un cumulo di stracci. Mi fecero pensare che non potevo permettermi di fare la stessa fine, perché non ci sarebbero state delle braccia caritatevoli a tirarmi su; non avrei avuto nessuno lì pronto a porre rimedio alle spiegazzature. No, proprio non potevo permettermelo!
Per l’ennesima volta prendevo la rincorsa, mi precipitavo a perdifiato e con gli occhi chiusi verso il baratro e, sull'orlo del precipizio, mi arrestavo. Avevo dato un’occhiata giù, come tante volte, per poi voltare le spalle e tornare indietro, fino al punto da dove avrei potuto prendere di nuovo la rincorsa.
Finii la sigaretta e mi tirai su. Raccolsi il posacenere, e dopo quello raccolsi i vestiti sparsi ovunque, poi rimisi al loro posto i libri e quei quaderni di appunti che si erano salvati. Pezzo dopo pezzo rimisi in ordine il mio appartamento devastato e riempii due sacchi della spazzatura di oggetti irrimediabilmente danneggiati.
Fuori aveva iniziato a piovere da un po’; guardai la strada sotto la mia finestra che, a una prima occhiata, mi era sembrata deserta. Ben presto, però, mi resi conto di due ragazzi che attraversavano tranquillamente, tenendosi sotto braccio. Due folli o due innamorati? Secondo alcuni la differenza era nulla. Pensai che io, folle per amore, non lo ero mai stata e, forse, mai avrei sperimentato un simile stato di grazia. Probabilmente non ero predisposta all'amore, perché l’amore è una forma di sovrabbondanza e, a me, mancava l’essenziale. Senza accorgermene avevo scarabocchiato dei cuoricini con le dita sui vetri appannati dall'umidità: cancellai tutto col palmo della mano ed andai a recuperare l’unica tela bianca che era rimasta intatta; la posizionai sul cavalletto e la osservai in piedi a braccia incrociate, in attesa che da quel bianco emergesse la figura che stavo cercando. Lo spazio prese forma: non una figura nello spazio ma dello spazio, che esigeva di venire alla luce. Lasciai che si cullasse ancora un po’ nella mia testa perché, intanto, mi era tornata in mente la voce di mia madre che m’intimava di andare a fare colazione.
Tirai fuori il latte dal frigo (che fortuna che non fosse finito ad imbiancare le pareti!) e con esso quanto di più dolce fosse rimasto in dispensa: volevo provare a creare artificialmente quella sovrabbondanza d’amore di sé che mi avrebbe permesso di amare anche gli altri. L’artificialità è decisamente sottovalutata, può rivelarsi una delle cose più piacevoli che esistano.
La colazione a base di zuccheri durò a lungo e, quando ebbi finito, notai che la pioggia cadeva ormai esausta e stava per cedere il passo ad un timido sole. Pensai che nel pomeriggio sarei potuta uscire, contrariamente ad ogni proposito di reclusione, tanto più che avevo bisogno di ricomprare il materiale che avevo fatto a pezzi.
Possibilità su possibilità mi si accumularono nella testa, come accadeva sempre dopo uno dei miei momenti distruttivi: era come svuotarsi, fare piazza pulita di tutto e lasciare, quindi, uno spazio vuoto che accogliesse tutte quelle possibilità.
Il vuoto, nella mia testa, era potenza pura e i miei atti distruttivi, che miravano a crearlo, non erano null'altro che una malcelata volontà di potenza.
Dipingevo spazi vuoti dopo essermi svuotata, dipingevo la possibilità e mai il mero residuo attuale di tale possibilità.
Messe da parte le considerazioni di ordine filosofico, mi sistemai per bene, indossai l’impermeabile ed uscii subito, chiudendomi la porta di casa dietro le spalle.

venerdì 22 marzo 2013

Bugie senza colpa: quinto risveglio



QUINTO RISVEGLIO

Finii per svegliarmi al ritmo incalzante delle gocce d’acqua che tamburellavano sul tettuccio dell’auto: tanti piccoli tamburi tribali! E se fuori il rumore ricordava quello di una serie di bonghi regolarmente percossi, nella mia testa c’era un’intera orchestra scoordinata. Sentivo le tempie pulsarmi e l’alcool della sera prima mi aveva lasciato un pessimo sapore in bocca. Ero al posto di guida e mi piegai in avanti fino a toccare il volante con la testa.
Fu a quel punto che mi accorsi della tipa che dormiva scomposta sul sedile di fianco; la guardai bene: lunghi capelli di un castano chiarissimo, una bocca con labbra sottili dalla quale colava un rivolo di saliva, trucco devastato, vestiti stropicciati…
Chi cavolo era quella?!
Mi passai le mani tra i capelli che trovai completamente induriti dal gel della sera prima: avevo assolutamente bisogno di una doccia!
Dopo qualche minuto di riflessione mi decisi a svegliare la ragazza che ronfava della grossa sul sedile del passeggero ma, non appena la toccai, cacciò un urlo stridulo e fece un balzo tale che per poco non si schiantò con la testa contro il tettuccio dell’auto.
- Ehi! Stai tranquilla! – le urlai con le mani alzate, al fine di dimostrare tutte le mie buone intenzioni.
- Tu chi sei? – mi urlò per tutta risposta.
- Visto che questa è la mia auto questa domanda dovrei farla io a te, non credi?
Tacque.
- Che ci fai nella mia macchina? Non ti ho… incontrata ieri in quel locale, vero?
- Non mi sembra di averti visto lì – rispose lei, come a voler confermare che lì c’era stata anche lei in effetti.
- Ho capito. Quindi com’è andata?
- Beh, ti ho visto che dormivi in auto, l’auto era aperta e ho pensato che non avrei dato fastidio se mi fossi messa a dormire un po’ anch’io…
- Ah, ecco… - risposi con non poca perplessità; tuttavia avevo fretta di tornare a casa e rilassarmi, quindi misi a tacere i miei dubbi, presi per buone le sue risposte e le chiesi dove abitasse per accompagnarla a casa. Mi rispose indicando la palazzina di fronte al locale davanti al quale eravamo parcheggiati. La perplessità tornò di nuovo a bussare alle porte della mia testa.
- Vuoi che ti porti in braccio fino a casa allora? – le domandai ironicamente.
Ignoravo che, quando le giornate iniziano in maniera assurda, tutto sembra volto poi a confermare quell’assurdità: la ragazza fece cenno di sì con la testa.
Scoppiai a ridere, dopodiché scesi e andai ad aprirle lo sportello, stiracchiandomi sotto la pioggia battente mentre facevo il giro della macchina.
- Non credo che riuscirei a portarti in braccio fino a casa, sono fuori allenamento… Però posso portarti sotto braccio eh!
A quel punto si decise a prendere la mano che le stavo porgendo e scese; in piedi sembrava più piccola di quanto non fosse apparsa ad una prima occhiata in macchina.
Mi prese effettivamente sotto braccio e attraversammo la strada, incuranti della pioggia che continuava a cadere.
- Ieri sera ho abbandonato la mia migliore amica ad una festa per seguire un ragazzo nel locale qui di fronte – mi disse senza alcun preavviso e senza che io le avessi chiesto nulla.
La incitai a continuare.
- Ho provato a chiamarla ma non risponde al cellulare. Ora sono delusa perché il ragazzo mi ha piantata in asso a metà serata e mi sento in colpa perché non so che fine abbia fatto la mia amica.
Ho l’abitudine della sincerità: brutto vizio in certi contesti!
- Direi che ti sei comportata da schifo!
Corrugò la fronte e cambiò tono.
- Lo so! Non c’era bisogno che me lo dicessi anche tu!
- Non te la prendere, ti volevo mettere di fronte alla realtà. Ѐ probabile che la tua amica sia incazzata di brutto a quest’ora e che per questo non risponda al telefono.
- Ѐ probabile – rispose con un tono già mutato, mentre entravamo nella palazzina dove abitava, bagnati per tre quarti.
L’ascensore probabilmente era rotto, perché prese a salire lentamente le scale senza neppure guardarlo: scale anonime, contornate da pareti grigiastre, come si addice ad un luogo di transito che si rispetti, un luogo dove nessuno vorrebbe restare più a lungo dello stretto indispensabile.
Salivo, e intanto mi chiedevo come fosse potuto accadere che, appena sveglio, mi fossi lasciato coinvolgere in quella faccenda surreale. Salivamo, e sembravamo due anziani pieni di dolori, tanto che pensai che forse sarebbe stato più semplice se l’avessi portata a casa in braccio per davvero.
- A che piano abiti?
- Secondo.
Tirai un sospiro di sollievo: quelle scale sembravano allungarsi ad ogni passo e, se mi avesse detto di abitare al quarto o quinto piano, l’avrei mollata lì a continuare da sola quella solenne ascesa, per fuggire il più lontano possibile; ma, arrivati a metà percorso, si fermò.
- Meglio se ci salutiamo qui, tra poco dovrò vedermela con i miei genitori, che ti assicuro saranno molto più incazzati della mia amica!
- Come preferisci – le risposi, cercando di assumere un’espressione contrita, mentre dentro, in realtà, fui più che sollevato.
Lei riprese la salita, io aspettai qualche secondo e poi mi precipitai giù, saltando due gradini per volta.
Uscendo in strada, sotto una pioggia più leggera, pensai che non le avevo neppure chiesto come si chiamasse; subito dopo, come in un battibecco con me stesso, mi dissi che neppure mi interessava saperlo in fondo.
Nell’atteggiamento di quella ragazza avevo letto una vena di squilibrio che m’inquietava non poco: la cosa mi spaventava, tuttavia mi spavantava ancora di più il fatto che, quella stessa vena, avesse suscitato su due piedi la mia simpatia. Generalmente, quando fuggiamo, lo facciamo da qualcosa che abbiamo dentro, dal riflesso esterno di qualcosa che abbiamo dentro per la precisione.
Saltai in macchina e, prima di mettere in moto, lanciai un’occhiata al sedile vuoto. Per sicurezza guardai anche i sedili posteriori: ormai mi aspettavo qualsiasi cosa!
Di fronte al vuoto risi di me stesso e partii.

giovedì 21 marzo 2013

Bugie senza colpa: quarto risveglio


QUARTO RISVEGLIO

Mi sentii punzecchiata ripetutamente, prima ad un braccio, poi ad una guancia, sempre più forte.
- Cosa ci fai nella mia casetta?- sentenziò, a mo’ di rimprovero, la bambina china su di me non appena aprii gli occhi.
Ero raggomitolata a terra, tutta infreddolita e, il primo istinto, appena sveglia, fu quello di stringermi ancora di più su me stessa e proteggermi il volto con le braccia. Quando vidi che la bambina non accennava a smuoversi dalla sua posizione di giudice, con le braccia strette intorno alle ginocchia, in attesa della mia risposta, mi tirai su e mi misi seduta. Alzarmi in piedi non potevo perché la casetta era troppo bassa; era uno di quei giocattoli a misura di bambino, tutta in plastica e posizionata al centro del giardino.
La sera prima ero fuggita dal caos di una festa organizzata dalla sorella maggiore della bambina che adesso mi stava davanti, mi ero rifugiata in quella casetta e mi ci ero addormentata.
- Perché non mi rispondi?
- Perché mi sono appena svegliata…
Mi guardò con aria sospetta e non sembrava affatto soddisfatta della mia risposta.
- Stai tranquilla, me ne vado subito – aggiunsi per rispondere alla sua titubanza.
Raccolsi i miei occhiali da terra e afferrai la borsa che mi aveva fatto da cuscino; la bambina mi lasciò uscire gattonando dal suo territorio e fu in quel momento che mi resi conto che era già giorno. Imprecai contro me stessa ed iniziai a correre; la bambina prese subito ad inseguirmi gridando ed agitando il mio cellulare tra le mani: feci retromarcia, recuperai il telefonino e ripartii lasciando in una certa confusione la bimba.
Mentre correvo, cercai di ricostruire la giornata precedente.
Ero stata invitata a quella stupida festicciola a casa di una mia compagna di classe, festicciola alla quale non avevo la minima intenzione di partecipare; la mia migliore amica, però, aveva insistito affinché ci andassi, perché, senza di me, sarebbe saltata la possibilità di propinare una scusa credibile ai suoi e, con essa, l’occasione di vedere il ragazzo che le piaceva.
Com'era prevedibile, dopo mezz'ora, mi ero ritrovata da sola nel caos più totale, ad osservare il tutto dal mio angolino; dopo un’ora, neppure l’angolino mi era sembrato più tanto adatto al mio pessimo umore ed ero uscita in giardino, dove avevo notato la casetta di plastica. Da piccola avevo sempre desiderato un rifugio del genere, senza mai riuscire ad ottenerlo, quindi, senza pensarci due volte, mi ero avvicinata, chinata e, carponi, ero riuscita ad entrare dalla porta senza incastrarmi: era abbastanza spaziosa dentro ma non troppo alta, dunque mi ero rannicchiata e lì mi ero addormentata.
Che diavolo mi era saltato in mente? E perché la mia amica non era venuta a cercarmi? Non fosse stato per la bambina, chissà per quanto tempo ancora sarei rimasta a dormire lì dentro!
Non sarei mai arrivata a casa a piedi, quindi decisi, mentre notavo con preoccupazione le varie chiamate perse sul cellulare, di prendere l’autobus che sarebbe passato di lì a cinque minuti.
Corsi a perdifiato per raggiungere in tempo la fermata: difficilmente avrei sperimentato un risveglio altrettanto movimentato in futuro! Arrivai giusto in tempo, saltai su e rovistai nella borsa per cercare i soldi per il biglietto: ritenni quasi un miracolo il fatto di trovare al primo colpo le monete necessarie.
Sul pullman c’era solo una signora dall'aria annoiata che alzò lo sguardo quando passai vicino al suo posto. Dovevo avere un aspetto orribile, ero stanca e infreddolita e avrei dato di tutto pur di essere al caldo nel mio letto. Avrei dato ancora di più per non essere mai andata a quella stupida festa la sera prima; le odiavo le feste, non ero mai a mio agio nei luoghi affollati e rumorosi perché, dopo poco, m’intristivo e mi ritiravo nell'angolo meno in vista con la vana speranza di sparire nel nulla.
Ma la festa era acqua passata: il vero problema era che cosa avrei raccontato una volta a casa!
Pensavo proprio ad una scusa qualsiasi quando l’autobus si fermò per far salire un ragazzo minuto con una rosa stretta in una mano: la cosa era strana, ma pensai anche a quanto fosse bella quella scena di prima mattina. Avevo un’inspiegabile attrazione per gli avvenimenti inusuali: dormire nella casetta era stato un gesto sciocco, bizzarro ma, in fondo, bello nella sua stranezza.
Il ragazzo scese alla fermata prima della mia, proprio nei pressi dell’abitazione della più antipatica tra le mie compagne di classe e, se quella rosa era destinata a lei, pensai, era decisamente sprecata!
Scesi dopo dieci minuti e, nonostante la stanchezza, forse per ritardare il momento dell’impatto con la mia famiglia, non presi l’ascensore e risalii lentamente le scale, fino al terzo piano, dove abitavo.
Cercai di non far rumore entrando ma, la prima cosa che notai, appena dentro, fu lo sguardo infuocato di mia madre, seduta al tavolo della cucina, con un’enorme tazza di caffè tra le mani.
- Meno male che alla festa non ci volevi andare! – disse con tutto il sarcasmo di cui fu capace.
– Si può sapere dove hai dormito? Ammesso che tu abbia dormito! – aggiunse.
Decisi in quel momento, su due piedi, di essere sincera.
– Ho dormito - risposi abbassando gli occhi, consapevole del fatto che lei, invece, aveva passato la notte in bianco.
- E dove, di grazia?
- A casa della mia compagna… quella della festa… Mi sono addormentata nella casetta della sorellina, nel giardino…
La cosa doveva sembrare abbastanza assurda, talmente assurda che probabilmente mia madre mi credette subito. Scoppiò a ridere.
- Sarà anche vero- disse continuando a ridere – ma per la notte in bianco giuro che me la paghi!
Mi si avvicinò, mi tolse un filo d’erba dai capelli arruffati e, dopo averlo lasciato cadere, mi diede un buffetto sulla stessa guancia che la bambina mi aveva punzecchiato col dito facendomi svegliare.
- Sai che ti dico? Io me ne torno a letto! Ci penserò dopo ad una punizione esemplare per te, signorina! Sono sicura che a mente fresca mi verranno molte più idee…
La guardai andarsene in camera, ondeggiando nella sua vestaglia bianca. Quando chiuse la porta, in casa fu il silenzio più totale; mio padre e mio fratello con ogni probabilità dormivano ancora profondamente.
Mi tolsi le scarpe nere di tela e le portai in mano fino in camera per posarle a terra solo davanti a ciò che più avevo desiderato da quando avevo aperto gli occhi: il mio letto. Non persi tempo neppure per spogliarmi, m’infilai direttamente sotto le coperte, assumendo la stessa posizione che avevo assunto nella casetta durante la notte e così mi addormentai come un sasso.