lunedì 20 giugno 2016

Su volontà e necessità: il suicidio

Ripensando all'ultimo post e alla questione della decisione che diventa necessità mi è venuto in mente che forse, tra tutti, un esempio è più chiaro e lampante di tutti gli altri possibili: quello del suicidio.
Credo che siano un po' tutti d'accordo sul fatto che, se si escludono gravi forme di malattia mentale, il suicidio sia un atto arbitrario, è la decisione presa dalla coscienza di autosopprimersi, di fare un balzo nel non-essere... Eppure, per il suicida, l'atto di estrema negazione di sé è tutt'altro che arbitrario, al contrario la morte si presenta come una inevitabile necessità. Il suicidio è la volontà che non vede vie d'uscita e si autoelegge a necessità stringente; di fronte a sé vede una sola strada dritta percorribile... la vita diventa scelta inconsistente e abbandonarla è inevitabile...
Per Schopenhauer il suicidio è la Volontà che torna a manifestarsi più virulenta di prima proprio nel momento in cui si crede di essere sfuggiti al suo giogo,  è desiderio estremo di vivere come Lei stessa impone, a dispetto del mondo. 
Forse su questo Schopenhauer aveva ragione...

sabato 18 giugno 2016

Ascoltando i non-pensieri

Oggi pensavo che l'incapacità di articolare i propri non-pensieri in una forma definita forse dovrebbe essere ogni tanto assecondata, lasciando che vengano a galla anche quelle mezze sentenze che la parte più profonda della mente trasmette alla sua socia cosciente...
Così viene alla luce che credo sempre alle persone che hanno dato il peggio di sé... perché... perché semplicemente non fingono buoni sentimenti che non hanno... 
E viene fuori che mi fido dei giudizi negativi perché mi fanno pensare, mi distruggono le sicurezze e mi fanno evolvere... perché quello che voglio di più è cambiare in continuazione... Desidero fortemente la morte della me stessa di un'ora fa...
E poi mi trovo a riflettere sul perverso meccanismo che trasforma la volontà in necessità... È la decisione, implacabile, inevitabile nella sua aleatorietà... È l'impercettibile salto tra la possibilità e l'essere in atto, che si consolida man mano in storia individuale. 
È tutto fumo, ma fingiamo che non possa non essere...
  

martedì 26 aprile 2016

Viaggio attraverso il Cilento: I Borghi dei Misteri

Le cose che ci sono più vicine, paradossalmente, sono quelle che ci incuriosicono di meno, che suscitano in noi meno interesse. A tal proposito devo confessare la mia colpa e ammettere che la terra nella quale vivo non mi aveva mai impegnata in grandi riflessioni, tuttavia, proprio negli ultimi giorni, ho letto un libro che ha cambiato un po' di cose, vale a dire l'opera di Gennaro Guida, I Borghi dei dei Misteri.
“Ricordati che alla fine di tutto, questa avventura la devi scrivere e raccontare in giro: sarai ricordato come il primo cavaliere cantastorie” dice il folletto Kuscio congedandosi dal cavaliere dopo il loro primo incontro. E il protagonista di queste avventure di fatto racconta in prima persona del suo girovagare attraverso i borghi più suggestivi di una terra, il Cilento, che sa di antico ancora oggi, nel XI secolo. Immergersi in questo libro vuol dire fare un viaggio e lasciarsi condurre dagli occhi del cavaliere in un mondo nel quale natura e magia coesistono e si intrecciano indissolubilmente. Le creature provenienti direttamente dall’immaginario popolare, dalle leggende tramandate di generazione in generazione appaiono al protagonista con estrema naturalezza, si presentano a lui come parte integrante della realtà di ogni giorno e non come eccezione, tanto che, ad un certo punto, egli smette di stupirsi e accetta spettri e animali parlanti come esseri pienamente naturali. Questo aspetto del libro rende perfettamente l’idea di che cosa sia il soprannaturale per chi vive nel Cilento: un evento quotidiano, che accompagna e arricchisce (a volte tormenta anche) il vivere di una popolazione abituata allo straordinario. Non lasciano dubbi le descrizioni dei borghi contenute in questo libro, e se ce ne fossero le foto che accompagnano la narrazione donano ancora più chiarezza: le terre che fanno da teatro alle avventure del cavaliere sono toccate da una bellezza fuori dal comune, hanno il fascino senza tempo che si trova solo nei luoghi dei miti e delle leggende. 
Ma perché il mistero si palesi e non si presentino agli occhi dei semplici borghi come tanti ce ne sono sparsi per il mondo, c’è bisogno della capacità di vedere; parafrasando Sant’Agostino solo chi è predisposto ad accogliere lo straordinario può vederlo e, pertanto, l'incredibile si rivela soltanto allo sguardo di chi sa coglierlo. 
In questa storia il cavaliere è colui che vede; laddove gli altri assistono a fenomeni inspiegabili e spaventosi lui conosce le cause, le comprende e prosegue il suo viaggio, arricchito nel suo bagaglio di conoscenza del mondo. 
Diverte e affascina il lettore la familiarità con la quale il protagonista si confronta con spiriti buoni e malvagi, forse per quella sorta di distacco che fa sì che egli giunga alla conclusione puro come all’inizio, con gli occhi e lo spirito di un bambino. È proprio questa purezza di cuore che regala al cavaliere, alla fine, l’amore di una dama, come in tutte le migliori storie di cavalleria.
Il miglior modo per conoscere un luogo è osservarlo con sguardo incontaminato, come se lo si vedesse per la prima volta, e questo libro riesce a regalare proprio questo, un punto di vista privilegiato su un mondo sospeso tra realà e fantasia.

sabato 26 marzo 2016

Un grazie per Animacustica

Confesso che nelle ultime settimane lo stress lavoro-correlato mi è arrivato fin sopra i capelli, tuttavia qualche giorno fa, per posta, mi è arrivato un pacchetto decisamente gradito, il cui contenuto ha avuto la capacità di farmi fermare e staccare per un po' lo sguardo dallo schermo del pc. Il nome della mia piacevole distrazione (sebbene alcuni dei contenuti siano decisamente seri) è Animacustica e si tratta del cd di un cantautore con il quale ho la fortuna di poter comunicare direttamente: Francesco Macaluso. 
Non mi intendo di musica dal punto di vista tecnico, quindi so solo che i 10 pezzi che compongono l'album hanno avuto la capacità di smuovermi emotivamente dal primo all'ultimo... Certi suoni hanno la forza di creare un mondo, e quello che riesce a costruire quest'album è decisamente accogliente, avvolgente, tanto da farmi restare con le dita sospese a mezz'aria sulla tastiera del computer più e più volte... Che dire... vorrei poter descrivere meglio le sensazioni trasmesse da ogni singola traccia, ma faccio prima a consigliarne direttamente l'ascolto. 
Un grazie a Francesco!  

giovedì 25 febbraio 2016

Spettri

Ho bruciato lettere d'amore,
altre le ho ingoiate ed eran vetro,
cocci azzurro ghiaccio e grigio tetro,
ruvidi rudi prodotti del mio umore.

Ho ridotto in pezzi e fatto scomparire 
cadaveri di sensi e sentimenti,
quei corpi di reato non redenti
votati al peccato e nati per perire.

Adesso li ho davanti ad uno ad uno,
chiedono riscatto e son spettrali,
tremuli fantasmi sì reali
da farmi il cuore terra di nessuno.

Angela  Nese

lunedì 22 febbraio 2016

Nota #3 a Le tele di Valerie: trama in sintesi

In genere le recensioni le scrivo per i libri degli altri, come è giusto che sia, visto che nessuno si fiderebbe del giudizio dato da qualcuno sul suo stesso libro; tuttavia oggi cerco di fare l'esatto opposto di quello che faccio di solito, ovvero, anziché soffermarmi sulle riflessioni, sulle sensazioni che lo scritto suscita in me, mi soffermerò sulla trama, proponendo in estrema sintesi il contenuto del romanzo.
E dunque, cosa ci si deve attendere da questo Le tele di Valerie? Quanto meno quello che segue...

Valerie non varca la soglia del giardino della propria casa da oltre cinque anni. Trascorre le giornate in compagnia dei suoi cinque gatti, cercando di imprimere sulle tele l'informe caos che le si agita dentro, ripetendo ogni giorno gli stessi identici gesti. L'insolito comportamento di Valerie, unitamente al fatto di aver trascorso dei mesi in una clinica psichiatrica, contribuisce a consolidare il pregiudizio che la vuole irrimediabilmente folle. Il giovane Orazio, per lungo tempo, osserva la donna da lontano, fino a quando una banale coincidenza gli offre l'occasione di entrare in contatto diretto con lei e guardarne da vicino i gesti e soprattutto i quadri. Durante una delle sue visite il ragazzo si imbatte in Miriam, l'unica persona che sia stata capace di avvicinarsi a Valerie prima di lui.
Orazio e Miriam, ciascuno a suo modo, contribuiscono alla rottura del rassicurante ma, allo stesso tempo, quasi inumano equilibrio consolidatosi nella vita di Valerie, fino al precipitare degli eventi che la costringono a ritornare nel mondo e a dare nuovo senso alla propria vita, al proprio passato e alle proprie tele.

sabato 13 febbraio 2016

Nota #2 a Le tele di Valerie ovvero come acquistarlo

In genere mi lamento dei ritardi, ma questa volta, a sorpresa, mi sono ritrovata in vendita in anticipo Le tele di Valerie. 
E dunque, non vorrei dare l'impressione di essere una sorta di venditrice porta  a porta ma... per chi volesse acquistarlo, fornisco qualche link utile:
lo si può trovare sul sito della casa editrice Montedit
lo trovate su ibs
e, non ci crederete, ma anche su libreriauniversitaria.it
A cercar bene lo si scova anche da qualche altra parte, ad esempio qui.

martedì 9 febbraio 2016

Nota #1 a Le Tele di Valerie

Tra circa una settimana dovrebbe entrare in commercio Le tele di Valerie, il mio primo romanzo, edito da Montedit e vincitore del Premio Jacques Prévert 2015. Per i pochi amici che lo hanno già letto non ha bisogno di troppe presentazioni, tuttavia scrivo questa piccola nota per rispondere proprio a una delle domande più ricorrenti che mi sono sentita porre da chi ha già avuto il libro tra le mani. 
Com'è nato il romanzo? Da dove è saltata fuori l'idea? Trovo non poche difficoltà a rispondere, perché la base del libro non si trova in un'idea venuta da fuori, ma nelle immagini, perché prima di pensarlo in maniera "sistematica" l'ho visto... Certo, non nella realtà che mi circonda, l'ho immaginato più che visto con gli occhi, ma resta il fatto che non mi sono messa lì, partendo da uno spunto, a costruire una trama, che tra l'altro ne Le tele di Valerie è quasi secondaria. Il romanzo è nato da sé, sbocciando da un nucleo iniziale di episodi-cardine che solo in seguito ho ordinato in base a delle idee. Da dove siano venuti gli episodi dei quali sto parlando lo renderò noto dopo aver consultato un abile psicologo... cioè, probabilmente, mai...Quanto di reale c'è ne Le tele di Valerie? Tutto e nulla, vale a dire che le sensazioni sono autentiche, così come le parole dei personaggi, che sono quanto di più sincero potessi dire, ma i fatti sono irreali, direi addirittura (volutamente) improbabili. Tutto è vero, nulla è reale.
Alla fin fine un'idea di base c'è, ma sta dietro al romanzo prima che al suo interno; è quella secondo la quale l'arte dice la verità attraverso la finzione e, se non fa questo, l'irremovibile substrato filosofico che alberga in me si rifiuta di riconoscerla come arte. Quelle piccole e grandi verità di fondo possono assumere qualsiasi forma, ma non possono mancare. Si travestono da narrazione, prendono in prestito il corpo dei personaggi, ma nessuna descrizione fine a se stessa può sostituirle.

lunedì 25 gennaio 2016

Dalla teoria alla pratica del romanzo

A quanto pare, a fine mese, avrò tra le mani il mio primo romanzo, stampato e pubblicato... A causa di una buona dose di scetticismo degno di un  San Tommaso, fino a quando non lo toccherò, non crederò fino in fondo alla cosa, pertanto, in attesa della verifica, presento qualcosa di più breve e conciso di un romanzo. 
Qualche giorno fa ho ricevuto le mie belle copie di una raccolta di saggi di filosofia, Frammenti di filosofia contemporanea XI, edito da Limina Mentis; chi si dovesse avventurare nella lettura di un simile volumetto (che penso entrerà presto in commercio) si imbatterà anche in un breve saggio scritto da me, dal titolo Peter Szondi sul romanzo
Insomma, prima di scrivere, penso che non guasti un po' di sana teoria, per capire esattamente a che razza di creatura stiamo dando vita quando mettiamo la penna sul foglio per costruire una storia. Nel caso specifico sono partita dalle riflessioni del critico ungherese Peter Szondi, che ebbe non poca familiarità con le opere di Hegel, Friedrich Schlegel, Schelling, Lucacs e molti altri illustri autori, per ricavare qualche informazione interessante riguardo a questo genere letterario che tanta diffusione sta avendo in questi anni.

giovedì 31 dicembre 2015

Goodbye 2015

Ormai fedele all'oggi, rinuncio alle belle parole sui buoni propositi futuri, rivolgo quindi come al solito uno sguardo all'anno che è passato per cercare di capire che cosa mi ha lasciato in termini di patrimonio immateriale. Valuto questo 2015 in base ai segni che mi ha impresso addosso, e i segni che mi ha impresso addosso sono altrettanti suggerimenti per il domani.               
Quest’anno ho imparato a scegliere e soprattutto a scegliermi, perché le mie scelte, nel delicato momento del passaggio tra la veglia e il sonno, pesano solo sulle mie spalle e non su quelle di chi mi indica sentieri qualsiasi.          
Alla fine, dopo mille decisioni prese lanciando una moneta, ho capito che il “va bene qualsiasi cosa” non è fatto per tutti, forse per la maggioranza, ma non per tutti, non per me.            
Ho imparato che la volontà va ascoltata soprattutto quando tenta di nascondersi, perché se non parla di giorno finisce per farlo di notte, e la volontà di notte non sa più discutere o ragionare, sa solo urlare e scalciare.                
Quest’anno ho capito che preferisco le mie strette strade fatte di fango e sassi alle grandi vie maestre ben asfaltate… e ogni percorso lo devi sentire e disegnare dentro di te prima di percorrerlo.                
Grazie all'anno che è passato ho capito un po’ meglio che “non abbiamo poco tempo, ma molto lo sprechiamo” in cose futili, e le cose futili spesso sono quelle più importanti per il resto del mondo.
A ciascuno la facoltà di giudicare se stesso! Come diceva un tale Protagora un paio di millenni fa l’uomo è metro di ogni cosa… e di assoluto resta ben poco…    
Buon anno nuovo!

domenica 29 novembre 2015

Amori kafkiani

Ho sempre avuto una forte attrazione per i diari e le lettere di grandi scrittori e artisti e, negli ultimi tempi, mi sono ritrovata a leggere le Lettere a Milena di Kafka prima e le Lettere a Theo di Van Gogh dopo (che tra una cosa e l’altra non riesco ancora a terminare). Dal momento che, come giustamente pensava qualche saggio greco, non si può dare un giudizio di qualcosa che non sia terminato, mi soffermo sulle lettere di Kafka. Confesso che ho deciso di leggerle perché mi sono innamorata prima di tutto di una singola frase: “E forse non è vero amore se dico che tu mi sei la cosa più cara; amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”.  A qualcuno suonerà familiare per quel “che tu sia per me il coltello” di David Grossman, ma chi conosce un po’ Kafka saprà che la raccolta di epistole va ben oltre questa singola frase, che costituisce un po’ un’esca dal significato oscuro per chi non ha gli occhi adatti per osservare tutto l’insondabile buio di questo autore.
Partiamo dai fatti che costituiscono il presupposto di quest’opera. Milena Jesenskà era una giornalista e traduttrice, sposata ma a quanto pare non propriamente felice, Franz Kafka un uomo che aveva già un paio di relazioni fallite alle spalle e una cautela folle nell'accostarsi agli esseri umani. Una virgola spostata da Milena in una frase sembra determinare una lunga catena di reazioni in Franz, basta un giorno senza lettere per far presagire una catastrofe e l’uso di una parola piuttosto che un'altra fa la differenza tra una notte insonne e una accettabile.            
Attraverso ogni singola lettera chi legge riesce a fare un passo nella mente del grande scrittore e ad assaporare l’amaro gusto delle sue angosce; perché è qualcosa di quasi visibile quel fumo scuro che si addensa intorno al petto dell’autore e non lo abbandona mai, quel male che lo corrode e che sembra concretizzarsi davvero con la malattia polmonare che lo porterà alla morte. Quella di Kafka sembra paura di vivere, o meglio Kafka sa che non gli è possibile gestire la vita nei suoi aspetti più banali come fanno tutti perché il minimo dettaglio finisce per sopraffarlo. Non sembra esserci una netta distinzione tra l’ordinario e lo straordinario nella vita di questo che a molti doveva apparire come un personaggio ben strano, forse alla stessa Milena, con la differenza che lei non si lascia spaventare, non scappa, ma scava, “fruga” come dice lo stesso Franz (o Frank come lo chiamava lei), esattamente come un oggetto affilato che penetri dentro la carne per saggiarne la consistenza. Ma l’incanto dell’avvicinamento e della compenetrazione non può che durare poco e non soltanto per la condizione di donna sposata di Milena. Kafka si definisce una “bestia silvestre”, un animale selvatico insomma
che, per un attimo, ha avuto l’illusione di poter vivere come uomo, instaurando una relazione a dispetto della propria natura. Lo stop alla profonda corrispondenza, imposto dallo stesso Kafka, è l’epilogo annunciato di una relazione perita per la troppa intensità. E si resta inevitabilmente con un malinconico pugno di domande dopo l’ultima lettera, domande alle quali, probabilmente, neppure i diretti interessati saprebbero dare una risposta.

domenica 11 ottobre 2015

I diavoli di Loudun e l'ebbrezza di massa

A pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale Aldous Huxley scrisse un libro, intitolato I diavoli di Loudun, che ha per argomento un singolare episodio avvenuto negli anni ’30 del XVII secolo e che, è doveroso aggiungerlo, soltanto in apparenza si concentra esclusivamente su quel fatto.
L’episodio (che in realtà si protrasse per anni) delle monache di Loudun, possedute da un esercito di demoni, e il clamore che suscitò nella società dell’epoca, sono lo specchio nel quale  il mondo del XX secolo (e quello del XXI anche) avrebbe potuto guardare se stesso e rabbrividire. Infatti «per quanto grandi, per quanto importanti nel pensiero e nella tecnologia, nell'organizzazione sociale e nel comportamento, le differenze tra ieri e oggi sono sempre periferiche. Al centro rimane una fondamentale identità. In quanto esistono come congiunzione di mente e corpo e sono soggetti al decadimento fisico e alla morte, capaci di dolore e di piacere, guidati dal desiderio e dalla ripugnanza, e oscillanti tra l’anelito di autoaffermazione e l’anelito alla trascendenza di sé, gli esseri umani affrontano in ogni tempo e luogo gli stessi problemi, si misurano con le stesse tentazioni, ed è nell'Ordine delle Cose che si trovino dinanzi alla stessa scelta fra la non-rigenerazione e l’illuminazione.»    
Sono numerosissime le riflessioni di tipo psicologico dell’autore  sul reale stato delle presunte indemoniate, e ciascuna di esse può essere tranquillamente estesa dal caso singolo al generale.  
È nell'Epilogo che emerge il reale sostrato teorico di quest’opera essenzialmente storica. La vera questione, il problema fondamentale è l’uscita dall'io individuale, solitario, la trascendenza di sé appunto. Se qualcuno, di fronte alla parola trascendenza, dovesse pensare ad un movimento dell’io verso l’alto, ad una dissoluzione dell’individualità nello spirituale, sarebbe, almeno in parte, sulla via sbagliata. La maggior parte delle volte, infatti, l’uomo cerca di uscire dall'isolamento dell’io con un movimento discendente e, nella migliore delle ipotesi, orizzontale.         
Dietro queste astrazioni ci sono dei fenomeni ben precisi. Se la trascendenza orizzontale, data dall'identificazione di un individuo con una qualsiasi attività umana, presenta gravi pericoli derivanti dall'adesione acritica a tale attività, ancora più dannosa può rivelarsi la trascendenza di sé orientata verso il basso, che si concretizza in tre forme: droghe, sessualità elementare ed ebbrezza di massa.        
Le prime due, probabilmente, hanno bisogno di pochi commenti visto che le droghe (di ogni tipo, alcol compreso) e la sessualità sono da sempre dei metodi usati ed abusati per annullare la distanza tra sé e il Mondo, metodi che, tuttavia, portano ad un progressivo degrado. L’ebbrezza di massa, invece, merita qualche precisazione in più, per il largo impiego da parte delle dittature del ‘900 e per il ruolo che ebbe nella storia ricostruita da Huxley.
L’uomo che si trovi in mezzo alla folla non perde semplicemente il proprio io, vive uno stato di ebbrezza che lo porta ad una vera e propria demenza, ad un’incapacità di pensare dovuta all'estrema ricettività  della massa di fronte ad un qualsiasi messaggio ripetuto sufficientemente spesso. «Essere in una folla è il migliore antidoto conosciuto contro il pensiero indipendente. Di qui la radicata avversione dei dittatori per la “mera psicologia” e per la vita privata. “Intellettuali di tutto il mondo, unitevi! Non avete niente da perdere , se non il vostro cervello”.»         
Corollario di questa estrema ricettività è la facile infiammabilità e la tendenza ad abbandonarsi ad una violenza inaudita. La massa non è un insieme di individui, è un unico essere esteso e pericoloso; come ebbe a dire Manzoni è un mostro senza testa capace di distruggere tutto ciò che trova sul suo cammino.
Avete presente le adunate del Fascismo e del Nazismo? È proprio di questo che stiamo parlando. Tornata a casa propria, ciascuna delle parti urlanti di quella massa sente la propria coscienza leggera come quella di un bambino, perché la folla ha persino la capacità di diluire il senso di colpa, fino a sublimarlo in una ben strana sensazione, quella di aver fatto il proprio dovere.              
Sentivano di aver fatto il proprio dovere anche gli uomini di Chiesa che mandarono a morte quel loro collega, Urbain Grandier, accusato di aver stregato l’intero convento delle Orsoline di Loudun; in tutto ciò l’occhio del moderno può vedere un clamoroso caso di isteria contagiosa, ben combinata con gli intrighi politico-religiosi dell’epoca, quell'unico corpo che era la folla del ‘600, al contrario, non poteva che vedere stregoni, esorcismi, demoni e miracoli.

sabato 12 settembre 2015

Doveri e assoluzioni

Si sarà capito ormai che ho perso la dote della costanza (chissà poi se l'ho mai davvero avuta!) visto che sarà più di un mese che risulto scomparsa da questa casa virtuale che mi ero costruita... In effetti negli ultimi tempi ho un po' di confusione in testa anche riguardo al concetto di "casa", ma questa è un'altra lunga storia... Il reale motivo di questa assenza, oltre allo studio né matto né disperato per l'Ielts test di oggi, è tutto sommato uno solo: credo di aver sviluppato una sorta di idiosincrasia nei confronti del verbo dovere. Mi spiego meglio; ci sono cose che mi piace fare, le adoro a dir poco e, in cima alla lista, c'è sicuramente la scrittura. Ecco, pian piano, la mia mente "perversa" finisce per trasformare in doveri i piaceri, crea dei vincoli anche laddove non ne esistono; così aggiornare questo blog si era trasformato quasi in un impegno, una cosa da fare per chissà quale recondita ed incomprensibile ragione. Si può essere più sciocchi e masochisti? Be', ora ho capito che il mondo non ce l'avrà certo con me se non sono puntuale, se non sono costante e tutte quelle belle cose lì che fanno tanto ragazzuola per bene... A dirla tutta credo di essermi liberata di una buona dose di egocentrismo deleterio! 
Almeno in questo campo decido di autoassolvermi, tanto poi ci sono mille altre colpe kafkiane delle quale la mia testa mi accuserà, che sia chiaro...

giovedì 6 agosto 2015

L'Idea dell'Amore

Che poesia diventi
l’ossessione senza nome,
che si sciolga in versi
e non desti più dolore.

Posso dirlo Amore
questo demone vorace?
Posso forse ripudiarlo
questo mostro senza pace?

E se fosse mera fiamma
andrebbe incontro alla sua fine,
ma l’incendio che divampa
non si spegne con le rime.

Se lo inchiodo alle parole
mi dà un’ora di respiro,
ma quel vuoto, quel silenzio
in un attimo è delirio.

La violenza di chimera,
l’indicibile rumore
fan brandelli della mente,
fanno scempio in ogni dove,

nel mio corpo ormai avvezzo
alle assenze del suo io
quando i morsi del demonio
non si fermano al desio.

Quando attacca rinnovato
col vigore di una belva
accende i dubbi, fa razzia
come ombra in una selva,

come ombra senza forma
la cui origine si perde
nei concetti senza norma
nelle immagini dilette.

Senza carne e senza ossa
non di meno può ferire,
l’animale che ho allevato
può celarsi, mai sparire.

A. N.



sabato 6 giugno 2015

Due parole su Lucky Bites

Qualche tempo fa la mia amica Marina Carbone mi chiese di disegnare la cover per la sua prima raccolta di canzoni, non perché io sia un'illustratrice come dio comanda, ma solo perché è mia amica... Mi sono messa all'opera e, dopo almeno due o tre tentativi andati male, con una foto scattata da lei a Londra e un pezzetto di uno dei  miei disegni, ce l'abbiamo fatta. 
Questo è stato il mio piccolo contributo (e ammetto che mi sono divertita a darlo, nonostante i tentativi falliti), ma, ovviamente, il lavoro vero e proprio è stato il suo, quello musicale intendo... E dunque ora le sue prime quattro canzoni, nella raccolta Lucky Bites, sono pubbliche e pronte per essere scaricate proprio qui
Non sono molto brava a far pubblicità, né a me stessa né ai miei amici purtroppo, ma consiglierei, a chiunque dovesse imbattersi in questo post, di concedersi qualche minuto per rilassarsi e prestare orecchio... tanto più che è gratis! 
Non credo ci sia bisogno di una recensione, perché chi avrà la pazienza di leggere questo mio breve intervento e seguire il link, ne troverà una molto bella scritta dall'autrice stessa.