venerdì 19 settembre 2014

Distacco

Non smette mai di stupirmi la semplicità con la quale, a volte, riesco a distaccarmi da oggetti ai quali in passato sono stata molto legata. Mi sono ritrovata di fronte ad una catasta di cappelli ammucchiati nell'armadio: ne facevo un uso spropositato si può dire! Mi aspettavo una fitta da qualche parte nel petto quando li ho buttati via ma non ho sentito nulla. Mi aspettavo troppo da me stessa... 
Life is beautiful: questo mi resta!

venerdì 12 settembre 2014

Esegesi del corpo

Questa sera mi concedo una cosa che ho evitato di fare per troppo tempo, almeno su questo blog: lasciar scorrere le parole così come vengono, senza sentire la necessità di dire qualcosa di significativo. La leggerezza e il disimpegno sono delle benedizioni a volte! Eppure la mia mente non riesce proprio a riversare nel solito torrente verbale tutta la sua agitazione, non come vorrei. In qualche modo mi trattengo e i sintomi di questa repressione contro me stessa diventano quasi fisici: la mente ti parla sempre attraverso il corpo e se vuoi imboccare direzioni che ti allontanino dalla catastrofe devi imparare ad essere un abile esegeta. Quella contro la propria fisicità, contro le proprie reazioni involontarie è una guerra persa in partenza. Quante volte mi sono tradita! In fondo so di volermi poco bene e le mie interpretazioni servono a poco; sì, perché non basta capirsi, non basta sapere con certezza che, quando ti costringi in abiti che non ti appartengono, il tuo corpo ti punisce togliendoti l'aria,devi anche avere il coraggio di strapparteli di dosso quegli abiti. Poi resti nuda, ma questa è un'altra storia.

sabato 30 agosto 2014

Quando il diavolo di Bulgakov arriva a Mosca

Da un romanzo che ha per titolo Il maestro e Margherita ci si aspetterebbe la più classica tra le storie d’amore, magari condita con una buona dose di destino avverso, e difficilmente si penserebbe che un gruppo di demoni, capeggiati da Satana in persona, siano di fatto i personaggi principali dell’opera. In verità hanno poco di puramente malvagio questi diavoli che giungono nella capitale russa sotto mentite spoglie, addirittura suscitano simpatia vista la vocazione da buffoni che mostrano in certi momenti; abbiamo Korovev, la figura lunga a quadri, Behemot, il gatto che cammina eretto sulle zampe posteriori, Azazello, il demone guercio e zannuto dai capelli rossi, Hella la strega perennemente nuda ed infine, Woland, Satana stesso travestito da esperto di magia nera.      
Per tutto il romanzo ho cercato di capire cosa mai avrebbe potuto indurre un così
singolare gruppo a scomodarsi per mettere piede sulla terra e proprio qui deve entrare sulla scena lui, il maestro, insieme alla sua amante Margherita. Questo stuolo di demoni che terrorizza o fa spiacevoli scherzi a chiunque, infatti, sembra invece rimettere a posto la triste storia di Margherita, che ha ormai perso da tempo le tracce del maestro. Quest’ultimo, sparito dopo le critiche negative mosse al suo romanzo su Ponzio Pilato, è stato in realtà ricoverato in una clinica psichiatrica; proprio questo romanzo del maestro sembra essere il filo dipanato da un capo all'altro del romanzo di Bulgakov, che si apre con una discussione sull'esistenza del diavolo, che, sotto le mentite spoglie di Woland, finisce col raccontare di aver assistito personalmente alla condanna di Cristo, e termina con l’assoluzione di Pilato, liberato dalla sua condanna eterna grazie alle parole del maestro. 
Certo il tutto fa supporre un qualche intervento divino, e questo strano Woland coi suoi demoni si presta stranamente a farsi strumento di quello che per tutto il romanzo viene definito un filosofo, quel Jehoshua che Pilato, anche se a malincuore, fa condannare. Il romanzo del maestro, bruciato e restituito al suo autore da Satana grazie all'intercessione di Margherita, può concludersi solo dopo l’assoluzione di Pilato oppure sarebbe meglio dire che la conclusione del romanzo assolve Pilato e questo evento scritto magicamente diventa evento reale.     
E su questo singolare intreccio tra bene e male valgano le parole dello stesso Woland a Levi Matteo, seguace di Jehoshua: «Sii tanto cortese da riflettere su questa domanda: che cosa sarebbe il tuo bene se non ci fosse il male, e come apparirebbe la terra se non ci fossero le ombre? Le ombre nascono dagli oggetti e dalle persone. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Non vorrai per caso sbucciare tutto il globo terrestre buttando via tutti gli alberi e tutto ciò che è vivo per godere nella tua fantasia della nuda luce? Sei uno sciocco».     
                                         


venerdì 1 agosto 2014

Il delitto è nel castigo?


Come costruisce (o, se si preferisce, de-costruisce) i personaggi e le situazioni Dostoevskij non lo fa nessuno e la lettura di Delitto e castigo non ha potuto che confermare questo mio giudizio.      
All'inizio del romanzo si ha di fronte un fatto, un delitto, ma quanto più si va avanti tanto più si fa avanti la domanda: che cos'è davvero un delitto? Perché in fondo è vero, come afferma il protagonista, che l’uomo considerato fuori dal comune di delitti atroci ne commette e, non di meno, quegli stessi atti spesso sono passati alla Storia come passi avanti per l’umanità. Forse che uccidere un solo uomo sia più grave che ucciderne a migliaia? Sembra davvero il paradosso del chicco di grano e del mucchio! Deriva in buona parte da questo il tormento del giovane Raskòl’nikov che uccide per capire se la sua personalità sia quella di un Napoleone oppure quella di un pidocchio qualunque. Siamo un passo al di là della morale, un gradino più su del bene e del male. La caduta o il trionfo dipendono dalla capacità di reggere le conseguenze delle proprie azioni: il delitto sembrerebbe delitto, per il giovane protagonista, solo nel momento in cui non è condotto fino alle sue ultime conseguenze, e anche allora resta un delitto più contro l’assassino e che contro la vittima. È un fascino sinistro ed incomprensibile quello esercitato dai grandi delitti sull'animo umano, un fascino che osa suggerire che l’unico peccato sta nel castigo.

martedì 8 luglio 2014

Io sono Eva


«Vuoi conoscere come Dio?»    

«Sì, lo voglio».  
A dir di sì non fu Adamo, ad osare l’impensabile fu Eva.               
Chissà cosa mai passava nella testa della madre mitica dell’umanità mentre allungava la mano per strappare a Dio un pezzo della sua essenza. O sarebbe meglio dire: chissà cosa passava per la testa di chi si è impegnato a descrivere quel gesto che, stando a certe convinzioni, doveva risiedere nell'onnisciente mente divina da sempre. La condanna fu inappellabile: al di là di tutti quegli altisonanti anatemi biblici, i figli di Eva avrebbero riprodotto il gesto della progenitrice per l’eternità. Ci volle una buona dose di disobbedienza femminile per raggiungere la coscienza della propria nudità e il conseguente desiderio di rimediarvi. Ci volle una buona dose di disobbedienza femminile perché il genere umano stabilisse che sarebbe stato di gran lunga meglio fare un bel salto nel vuoto con gli occhi aperti piuttosto che restare coi piedi ben saldi per terra e tuttavia con gli occhi perennemente serrati.         
            
Fonte immagine: http://www.deviantart.com/?offset=48&view_mode=2&order=5&q=favby%3Adavinci3835
      

lunedì 23 giugno 2014

Pessime annate

Ci sono anni che definire pessimi è poco: ti tolgono tutto, anche te stessa, e lasciano dietro di sé una scia di sfortunati eventi che si prolunga per gli anni successivi.
Nella mia vita fino ad ora il 2011 si conferma sul podio come il peggior anno che abbia mai vissuto: lo sto scontando ancora goccia dopo goccia, incazzatura dopo incazzatura!
In alternativa potrebbe essere un brutto periodo che si prolunga oltre ogni più buia prospettiva e lo dico ben consapevole di non essere affetta dalla cosiddetta sindrome di Paperino...


mercoledì 18 giugno 2014

Alla fine non si matura mai

Puntualmente, in questo periodo dell'anno, sono assalita da una specie di nostalgia. Causa? La maturità in corso... 
Se non erro, sei anni fa (sì, BEN SEI ANNI FA! Lo ripeto a me stessa...), era esattamente il 18 giugno che iniziai la mia di maturità. La ricordo con una certa "tenerezza" ma alla fine so bene che lo stress a cui sottoposi la mia povera testa fu tale da portarmi sull'orlo di una crisi di nervi. Se dovessi scegliere un'immagine che rappresenti me in quel periodo, sarebbe quella di una molla, una piccola molla pronta a reazioni esagerate ad ogni minimo stimolo! Per certi versi alcune condizioni d'animo si ripropongono: mi sembra di vivere mille volte la maturità, mille volte la laurea, mille volte i momenti d'ansia della mia vita. La cosa confortante è che la seconda volta già senti meno il colpo. La terza è quasi una carezza...

sabato 14 giugno 2014

Il significato di "crisi"

Κρίσις – εως : il separare, la scelta, il giudizio, l’esito, la soluzione, la condanna.
Il sostantivo deriva dal ben noto verbo κρίνω che vuol dire separare, distinguere, scegliere, risolvere, emettere una sentenza, accusare, condannare, valutare.        
I termini adoperati sono molti ma il significato di fondo è lo stesso o, quanto meno, rimanda ad un concetto unico anche se articolato.          
La crisi è la fase del giudizio finale, il momento in cui, si potrebbe dire, i nodi vengono al pettine e si è costretti a fare i conti con il proprio percorso; durante una crisi si sentono tutte le conseguenze delle proprie azioni e si è chiamati a render conto del proprio operato.                    
Non a torto un personaggio del calibro di Schelling sosteneva, nella sua filosofia della mitologia, parlando di ben altro, che ogni crisi è una sentenza; e ogni sentenza non costituisce forse, in quanto fine di un processo, un momento di risoluzione e di svolta? La crisi, pertanto, non può non essere anche frattura, separazione e scelta di qualcosa di nuovo. Parliamo, insomma, di quel delicato momento che contiene in sé, uniti in maniera inscindibile, fine ed inizio.      


martedì 10 giugno 2014

Robert Musil e quegli strani turbamenti


Ci sono libri che, quando arrivi all'ultima pagina,
ti lasciano in preda ad un turbamento non facilmente attribuibile ad una ragione precisa; trovo che appartengano a questa categoria i libri di Musil e, a un paio d’anni dalla lettura de L’uomo senza qualità, quello strano senso di turbamento mi ha assalita di nuovo di fronte a (mi si perdoni il gioco di parole)  I turbamenti del giovane Törless. 
Mentre lo leggevo ero dimidiata tra la voglia quasi ipnotica di continuare, pagina dopo pagina, per capire, per vedere, e un profondo senso di repulsione che a tratti minacciava di farmi lanciare il libro lontano.   
Non è un caso che la stessa duplice sensazione mi colga la maggior parte delle volte che leggo qualcosa di Nietzsche: bruciano e fanno male i punti “malati”, quelli in cui, dunque, c’è da scavare e qualcosa da capire.  E allora cos'è che fa male in ciò che scrive Musil? Genericamente penso sia la mancanza di appigli, il fatto che conduca il lettore di fronte alla natura ultima dell’essere umano per poi farlo precipitare dinanzi ad una terribile presa di coscienza: in realtà non c’è alcuna natura, nulla di stabile, nessun io che faccia da sostegno coerente ad un mare di slegati attributi. È l’incoerenza a diventare urticante nelle opere di Musil; il nostro occhio è ancora abituato al rassicurante personaggio tutto d’un pezzo e resta frustrato di fronte all'impossibile unitarietà di certi uomini senza qualità. Il giovane Törless, l’adulto Ulrich sono il risultato ultimo di una geniale ricerca che ha assunto come metodo la graduale distruzione di ogni certezza. La ricompensa per tutto ciò? La possibilità, nient'altro che la pura possibilità di essere chiunque. 

venerdì 30 maggio 2014

TFA sì, TFA no


Per chi come me si ritrova in tasca una laurea in Filosofia (et similia...) e permane da mesi, o anni in alcuni casi, nel misero stato di "disoccupato", questo periodo è quello della valanga di notizie relative allo stramaledetto TFA. Vige ultimamente l'imperativo morale di provare questo concorso che, già ad una prima occhiata, pare una gran fregatura da capo a piedi, a partire dal prezzo esorbitante: diciamocela tutta, se pure uno avesse 3000 euro in contanti nascosti sotto il cuscino, stento a credere che li tirerebbe fuori volentieri per un concorso che, se tutto va bene, ti garantisce un bel po' di anni di precariato! 
Non parliamo neppure, poi, delle famose domande che, a quanto pare, sembrano scelte in base al principio "apro l'enciclopedia a una pagina a caso e faccio una domanda sul primo nome della terza colonna". 
La cosa più fastidiosa, però, è che, coloro che si permettono di dire (e io sono tra loro) che NON HANNO NESSUNA INTENZIONE DI REGALARE SOLDI ALLO STATO CON IL TFA, si sentono rispondere sempre la stessa cosa: "Sì ma è una possibilità, se te la lasci sfuggire poi potresti pentirtene!" 
Passiamo ad una breve analisi filosofica del fenomeno: per quale arcano motivo una persona dovrebbe cogliere al volo TUTTE le possibilità che le si parano davanti? Perché non è possibile SCEGLIERE, SELEZIONARE soltanto quelle che  interessano davvero senza per questo essere additati come degli allocchi che se la fanno fare sotto il naso dagli eventi? 
Sembra che il panico da crisi abbia reso tutti incapaci di seguire un percorso coerente, fatto di scelte consapevoli; la paura di restare senza un lavoro per essere stati troppo schizzinosi tormenta quasi tutti. La parola SCELTA sembra che sia diventata tabù e l'uomo non è più l'essere che sceglie come vivere ma l'animale che è costretto ad ingurgitare ogni misera possibilità che gli si versa addosso dall'alto.

venerdì 23 maggio 2014

Sette minuti


Come il racconto precedente anche questo, ancora più breve, è stato precedentemente pubblicato su Fingerbooks (qui). Si intitola "Sette minuti" ma si legge in meno...


Sette minuti
Non aveva il coraggio di morire ma tanto meno quello di vivere; si ritrovava così, ormai da diversi mesi, sospeso nel bel mezzo del vuoto esistenziale, senza che di quello strano tunnel si vedesse la fine. Ma la cosa più singolare era un’altra: non era stato un errore a condurlo lì, non c’era stata deviazione che giustificasse quell'impasse. Quella che sembrava la più giusta delle vie l’aveva condotto lì, la via giusta, per lui, si era rivelata un vicolo cieco.                  
Dopo aver girato a vuoto per un paio d’ore, rientrò a casa. Gli sarebbe piaciuto trovare il silenzio aprendo la porta ma sapeva benissimo che così non poteva essere, c’era il chiasso di due fratelli ad attenderlo, c’erano le discussioni dei genitori, c’era l’onnipresente televisione. Certi giorni gli sembrava di affogare nel rumore della sua casa, un rumore che in qualche modo gli ricordava una vita dalla quale era escluso, un’operatività che a lui era preclusa. Quello che vive si fa sentire, almeno così gli avevano detto. Che doveva pensare di se stesso che attraversava la vita in silenzio?   
Entrò in casa come un gatto per poi raggiungere la sua camera: tre quarti della sua vita ormai si svolgevano tra quelle quattro mura, per lo più nella semioscurità. Quando si chiuse la porta alle spalle, senza che una sola domanda gli fosse stata rivolta, ancor meglio, senza che nessuno si fosse minimamente accorto del suo rientro, tirò un sospiro di sollievo.      
Passati un paio di minuti, lentamente si tolse la giacca, poi le scarpe, infine si sbottonò la camicia; sperava quasi di allentare in quel modo il nodo che gli stringeva lo stomaco ma non funzionò affatto.      
Alla fine aprì la finestra e l’aria fredda della serata di fine inverno gli ferì il viso e il petto. Nel giro di pochi secondi fu sul davanzale, in piedi, a guardar giù: abitava al settimo piano.       
Ventisei erano i suoi anni, venti gli anni trascorsi nel complesso tra i banchi, centodieci e lode il voto con cui aveva concluso la sua carriera universitaria, zero le ore di lavoro regolarmente retribuite, sette i minuti trascorsi da quando era salito sul davanzale della sua finestra.     
Con fare incerto si girò e saltò di nuovo dentro: non aveva il coraggio di vivere, o forse sarebbe stato più corretto dire che un qualcuno non meglio definito non gliene dava la possibilità, ma non aveva neppure la forza di morire.

domenica 18 maggio 2014

Come da programma

Il breve racconto che segue è stato già pubblicato su Fingerbooks (qui), ma lo ripropongo anche in questa sede.

Come da programma


Ai tempi del liceo tra i ragazzi della mia età circolava una leggenda metropolitana, tramandata di generazione in generazione, una leggenda che, superata la maggiore età, quasi tutti dimenticavano, lasciando i più giovani a lambiccarcisi il cervello quando non avevano nulla di meglio da fare.  
Forse per la pessima abitudine di riflettere troppo, forse per qualche elemento rimasto incastrato da qualche parte nelle profondità del mio inconscio, a vent'anni suonati quella leggenda ancora non usciva dalla mia testa. Parlava di una principessa addormentata quella storia, ma non di una di quelle che si trovano nelle favole, che aspettano il bacio del principe per risvegliarsi; se la leggenda fosse stata vera chiunque si sarebbe guardato bene dal destare la bella fanciulla dal suo sonno, perché la principessa sognava e la città in cui vivevamo e noi tutti eravamo il suo sogno. Questi i punti certi, seguivano poi una miriade di varianti relative ai dettagli: chi era la principessa, di cosa era principessa, perché dormiva e perché doveva sognare proprio la nostra realtà? Una delle versioni più affidabili che circolavano in rete rispondeva in maniera a dir poco inquietante a quelle domande: la principessa altri non era che una giovane dalle straordinarie capacità, che aveva trascorso la sua giovinezza chiusa in un laboratorio alla ricerca dell’innovazione tecnica del secolo, quella che le consentisse di sconfiggere la morte. La principessa della tecnica, non trovavo nome migliore per definirla, era rimasta però vittima di uno dei sui stessi esperimenti, aveva provato su se stessa una strana macchina che, cercando di perpetuare la vita, simulava la morte; la sua coscienza era precipitata quindi in un luogo tale solo in apparenza, perché in fin dei conti quella macchina l’aveva relegata a vivere all'interno della propria coscienza, congelando il resto delle sue funzioni vitali.                
Per me quella leggenda era una sorta di richiamo, senza che capissi esattamente il perché di tanto in tanto ci ripensavo ed ogni volta mi restava la netta sensazione di aver qualcosa da fare ma di aver dimenticato cosa.              
Una sera, tornando a casa dal lavoro, ci ripensavo ormai da una decina di minuti, quando un grosso gatto sporco, sebbene il marciapiede fosse quasi totalmente sgombro, mi sfrecciò tra le gambe interrompendo il corso dei miei pensieri; il sole stava tramontando e riuscii a vedere appena che la grossa bestia, dopo essersi infilata nel vicolo cieco alla mia destra, scomparve dietro al muro che le sbarrava la strada. Lo aveva magicamente attraversato! Mi sfregai gli occhi con le mani chiuse a pugno e mi decisi, dopo non pochi ripensamenti, ad avvicinarmi per esaminare il fenomeno da vicino ed eventualmente accertarmi di aver preso una svista: nessuna svista, quando allungai la mano verso il muro, mi resi conto che non c’era effettivamente nessun muro. In quel preciso istante mi tornò quella sensazione che conoscevo ormai bene: avevo qualcosa da fare e, per la prima volta, ero dove dovevo essere per farlo. Attraversai il muro con tutto il corpo e quando fui dall'altra parte mi trovai di fronte uno spazio ampio e vuoto, ma non ero più all'aperto: sembrava un parcheggio sotterraneo quel luogo, illuminato solo da qualche luce al neon qua e là. Pensai che, se quelle luci non ci fossero state, il posto sarebbe apparso più rassicurante. Mi mossi, attratto da una luce più intensa in fondo a quell'enorme spazio, ma a metà strada mi paralizzai: come delle luci di segnalazione dei faretti appesi al soffitto indicavano il corpo di una ragazza riversa sul pavimento di cemento. Accorsi in suo soccorso, vincendo il terrore. Mi chinai su di lei e non sembrava ferita, semplicemente dava l’impressione di essere addormentata. Le poggiai un orecchio sul petto per ascoltare se il cuore stesse ancora battendo; non feci in tempo a carpire il primo battito che sentii una mano posarsi delicatamente tra i miei capelli e costringermi a restare in quella posizione per qualche secondo.
«Come da programma sei qui» disse la ragazza.              
Era sveglia e probabilmente ero stato io a sottrarla al suo sonno.           
Mi alzai di scatto e lei iniziò a riaprire gli occhi lentamente e ad alzarsi: era bellissima e il suo corpo iniziò ad emanare luce man mano che sembrava riprendere i sensi. Lo spazio lì intorno prese a tremare ma lei non fece una piega.    
«Chi sei?» domandai spaventato.          
«Chi sono io lo sai bene, quello che non sai è chi sei tu» rispose sorridendo.    
«E chi sono io allora?»  
«Sei l’elemento del mio sogno, programmato, sin dall'inizio, col fine di interrompere il mio esperimento».
Quando me lo disse fu come se lo avessi sempre saputo; la guardai inebetito, poi guardai lo spazio intorno a me che si stava letteralmente sgretolando. Restò alla fine solo un cerchio di suolo intorno a me e a lei ma anche quello si restrinse gradualmente, fino ad arrivare al mio corpo che, senza alcun dolore, si sgretolò come il resto. Rimase solo la principessa alla fine, sospesa in quel vuoto, ma vi restò solo per cinque secondi, poi si risvegliò completamente. Alla fine di tutto lei restò lì, da tutt'altra parte avrebbe detto qualcuno, completamente nuda e con tanti fasci di fili elettrici intorno alla testa a farle da corona. Una voce non umana, proveniente dall'unità centrale della macchina che le faceva quasi da involucro, decretò: «Esperimento concluso!».