giovedì 23 maggio 2019

Quella lettera di Franz al vero Kafka


Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te”: per fornire una risposta a questo interrogativo Franz Kafka ridiscese, con la Lettera al padre, nell’abisso della propria infanzia e del suo senso di inadeguatezza

Era il 3 giugno del 1924 quando Franz Kafka morì all’età di quarant’anni; ne avrebbe compiuti quarantuno esattamente un mese dopo. Cinque anni prima, nel 1919, aveva scritto e chiuso in un cassetto quella celebre Lettera al padre che non sarebbe mai giunta tra le mani del temuto destinatario.           
Se ci si accosta alla nota epistola dopo aver letto capolavori kafkiani come Il Processo o Il Castello, è difficile non notare nel breve scritto autobiografico l’eco di temi magnificamente oggettivati in quelle opere: ci si rende conto che in Kafka l’esperienza soggettiva, il dolore vissuto sulla propria pelle, giunge ai picchi dell’universalità passando attraverso la penna. Il contatto diretto col dolore, purificato dai residui di soggettività, diventa conoscenza consapevole della condizione umana in generale.       
Sebbene del lavoro di un artista conti, per molti, principalmente il risultato finale, resta comunque particolarmente interessante scoprire i retroscena che sono alla base di opere di indiscutibile profondità e, nel caso di Kafka, anche di grande complessità.     
Un primo dato, che emerge chiaramente dalla Lettera al padre, è il seguente: lo scrittore praghese fu il singolare risultato di un incontro/scontro multiplo di personalità. Il primo di essi fu quello che gli diede la vita, tra le nature tanto differenti della madre, Julie Löwy, donna docile, sempre pronta a proteggere i figli ma mai a contrariare il marito, e di quel padre terribile, sempre pronto a minacciare e a rinfacciare
Nella Lettera Kafka si definisce, quasi con rammarico, “un Löwy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di scoperta”. 
Fu, però, soprattutto dallo scontro del giovane Franz con Hermann, il vero Kafka, che emerse il ben noto artista, con tutte le sue insicurezze e le dichiarate debolezze.     
Un secondo dato, di importanza capitale, è la sorprendente ripartizione delle responsabilità tra Franz e il padre: “eravamo così diversi e, in questa diversità, così pericolosi l’uno per l’altro”. In alcun modo Kafka, nelle pagine della sua lettera, condanna completamente il genitore, sa che quello con il padre è stato un rapporto di tormento reciproco e non unidirezionale; lo scrittore avrebbe potuto spogliarsi di ogni colpa ma dall’inizio alla fine dell’opera, incredibilmente, è proprio la colpa a farla da padrona nel suo animo. Scivola in tutti gli scritti di Kafka questo senso di colpa congenito che sembra quasi essere nato con l’uomo, striscia ovunque anche tra le righe della Lettera al padre e l’unica motivazione plausibile pare essere il semplice e nudo essere così come si è.           
Tu eri per me la misura di tutte le cose”: dice Kafka del padre, ed è chiaro che, in alcun modo, egli, lo scrittore, pensa di poter mai anche solo avvicinarsi a quella misura, a confronto della quale tutto appare infimo, tutto sembra sbagliato. La figura di Hermann si riveste dei caratteri del tiranno, mai messo in discussione: ogni sua volontà, anche incoerente, è un ordine, ogni condanna da lui emessa ha la magica capacità di creare la colpa. “In certo qual modo si era puniti prima ancora di sapere che si era fatto qualcosa di male”; di fronte a queste parole non si può non pensare alla condanna di K. ne Il Processo, una condanna che conduce il protagonista alla morte senza che egli riesca mai a capire quale sia la colpa. E la stessa idea di condanna, inoppugnabile quanto misteriosa, si ha ne Il Castello, dove il luogo delle decisioni fatali si rivela irraggiungibile oltre che incomprensibile nella sua organizzazione.    
Se è vero che Franz Kafka si dimostra convinto del fatto che il fondo ultimo della sua personalità sarebbe stato lo stesso anche supponendo un comportamento meno duro da parte del padre, è però altrettanto innegabile che la vita dello scrittore fu, fino alla morte, un continuo ed estenuante processo, con Hermann Kafka come giudice e la sua arbitraria volontà come legge.
    

(Precedentemente pubblicato in https://www.zerottonove.it/)

lunedì 20 maggio 2019

Memento

Ci sono momenti in cui senti di aver dato troppo, ti guardi indietro e vedi pezzi di te regalati con imperdonabile disinteresse. Ti vedi in briciole negli altri e non sai esattamente come raccoglierti e tornare di nuovo una, perché per avere la forza di continuare la tua vita devi essere ben compatta. 
Inizi così a chinarti per prendere tutti quei brandelli, a volte ti tocca strapparli con la forza a chi cerca di tenerseli stretti... allora ti affidi alla rabbia.
C'è chi ha camminato al tuo fianco senza neanche rendersi conto del magma che si agitava sotto la sottile crosta della tua serenità. Cecità? Noncuranza? Paura di sapere? A un certo punto non ti importa più...
C'è chi, poi, brandendo una spada fatta di pensieri, ha infranto quello strato di superficie, puntando al centro di te. Raggiunto il cuore, però, quella spada ha continuato a usarla per devastare ogni cosa, così che alla fine sembrava che uno sciame di fameliche cavallette avesse divorato ogni tua singola sicurezza, ogni idea sulla quale avevi eretto la tua esistenza. Sei fuggita per anni, fino a quanto quella lama non l'hai impugnata tu, per recidere la testa del simulacro.
E ancora, c'è chi ha avuto tra le mani le chiavi di tutte le tue porte, ma le ha gettate via come avrebbe fatto con un ferro vecchio. "Non vali la pena": il messaggio sotteso a quel gesto. Quel mantra ti è risuonato dentro fino a piegarti, ma poi hai capito che, come un qualunque marinaio di Ulisse, dovevi tapparti le orecchie per non gettarti tra le braccia delle sirene.
Infine c'è chi ti ha invasa, perché non conosceva altro modo per entrare in contatto con te; ha cercato di forzare ogni porta, ma, una volta dentro, non ha avuto occhi per vedere né orecchie per ascoltare.
Mi dico, dunque, mentre mi rimetto insieme: calmati, siediti, aspetta. Aspetta chi sa vedere e ascoltare, chi vuole vedere e ascoltare, chi sa cosa farsene delle chiavi che ha in mano e, una volta dentro, non dà alle fiamme le tue stanze. Aspetta chi ha il passo leggero e non usa armi per infrangere le superfici, chi sa orientarsi nei tuoi sinuosi corridoi per arrivare a godersi i panorami dalle finestre. Sii spazio aperto solo in quel caso. 
Potresti aspettare invano, ma almeno sarai tutta intera. 

giovedì 2 maggio 2019

Insignificanti pensieri sull'Amore


L’amore è un gioco a due, in cui si fa la cosa più seria che possa esistere: costruire un mondo e mantenerlo in vita. Sei Atlante, ma condividi il peso di quella gigantesca creatura; se uno dovesse cedere, il mondo travolgerebbe l’altro. 
Non ci si improvvisa titani solitari nell'amore, Demiurghi bisogna esserlo in coppia.

L’amore è un bambino terribilmente serio che, giocando, costruisce la realtà. Perché sia se stesso, l’amore deve necessariamente generare, ma non figli, come qualcuno potrebbe banalmente pensare, deve dare la vita a una dimensione nuova.
Prima di qualsiasi altra cosa, gli amanti devono edificare la loro dimora mentale, il loro regno di pensieri, ai quali accedere mediante un linguaggio segreto fatto di simboli, allusioni, sfumature impercettibili per il resto dell’umanità.




giovedì 25 aprile 2019

Paul Celan, il poeta che diede voce ad Auschwitz


Il poeta ebreo Paul Celan visse direttamente il dramma del genocidio e trascorse il resto della vita, fino ai limiti della follia, a mettere in versi l’indicibile

Nel 1949 uno dei maggiori filosofi del ‘900, Theodor W. Adorno, rese pubblica per la prima volta una tesi che sarebbe passata alla storia, quella secondo la quale non ci può essere poesia dopo Auschwitz. Quali parole, infatti, utilizzare per descrivere l’orrore? L’Olocausto mise il mondo di fronte all’impotenza e all’irrimediabile insufficienza del dire.      
Il poeta Paul Celan, originario di Czernowitz e, come Adorno, ebreo, invece, del dar voce a chi voce non aveva più fece un imperativo per tutta la durata della sua vita. Il confronto con la “sentenza” adorniana fu inevitabile, tuttavia la constatazione di ordine teorico dalla quale Celan partì diede basi solide ad ogni suo singolo verso.       
Cantare l’indicibile richiedeva strumenti poetici nuovi, adeguati all’argomento, e questi nuovi mezzi Paul Celan li cercò e li trovò in un generale sovvertimento della concezione tradizionale del linguaggio: non si poteva parlare di Auschwitz fintanto che si fosse tentato di farlo con il linguaggio adoperato fin a quel momento. Il tedesco, la lingua adoperata dal poeta, la lingua del “nemico”, doveva essere totalmente sovvertita per poter risultare più efficace di quel silenzio che costituiva l’unica alternativa ad essa     
E così nelle opere di Celan sparì prima di tutto la distinzione tra significante e significato: la parola nelle sue liriche non è un segno per qualcosa che sta al di là di essa, propriamente la parola celaniana non dice, è.
La poesia è un luogo reale e comporla non vuol dire riprodurre una realtà, essa è creazione nel senso più radicale del termine, è produzione e non riproduzione di qualcosa di già esistente.
Il critico di origine ungherese Peter Szondi, amico del poeta, così si esprimeva in relazione a Stretto, una delle sue liriche più famose: “il testo stesso rifiuta di porsi al servizio della realtà, di continuare a giocare il ruolo che gli si assegna a partire da Aristotele. La poesia cessa di essere mimesis, rappresentazione: diventa realtà. Realtà poetica, beninteso, testo che non segue più una realtà, ma si progetta esso stesso, si costituisce in realtà”.          
E in linea con ciò, dunque, la landa della quale parla Celan all’inizio della stessa poesia è il testo stesso che smette di rappresentare per offrire al lettore una realtà mai vista precedentemente, sconosciuta perché mai stata prima.       
La tragedia dell’Olocausto non poteva avere voce, Celan provò a donargliene una, provò a trovare le parole per tutti coloro che non avevano avuto modo e tempo di averne; con quelle stesse parole, poi, creò una realtà inedita, perché, stando a quanto detto dello stesso Celan, “la realtà non è, la realtà va cercata e conquistata”. La poesia celaniana è il luogo in cui  accade l’indicibile.     

(Precedentemente pubblicato in https://www.zerottonove.it/   

sabato 6 aprile 2019

Robert Musil, l’amore e il caso

Pubblicata nel 1911, la novella Il compimento dell’amore di Robert Musil, all’epoca già autore de I turbamenti del giovane Törless, ebbe scarso successo, non da ultimo per la complessità che, dietro un tema apparentemente semplice, celava fondamentali problemi filosofici 

C’è un testo di Robert Musil che, per la sua brevità, sembrerebbe non poter essere scaturito dalla stessa penna che ha prodotto L’uomo senza qualità; tuttavia, non appena si dà inizio alla lettura, ci si rende conto che l’inconfondibile marchio di fabbrica è inequivocabilmente presente anche in questo scritto.   
Il compimento dell’amore, recita il titolo, ma della banalità di taluni racconti d’amore questa novella ha ben poco, per non dire nulla; il legame che intercorre tra la protagonista, Claudine, e l’uomo amato, sembrerebbe quasi una maschera che consente, però, di intravedere questioni di più ampia portata.     
L’occasione di un viaggio, il temporaneo distacco dal compagno di vita danno modo a Claudine di percepire tutta l’accidentalità della sua condizione di compagna di quell’uomo soltanto: è la casualità che nessuno vorrebbe mai ammettere, quella della scelta dell’amore.       
Proprio questa ferma percezione del caso dietro ogni apparente necessità si fa strada sempre più viva nello scritto di Musil, supportata dall’evocazione di un passato personale della protagonista radicalmente differente rispetto al presente. L’instabilità, l’assenza di scelte esclusive caratterizzava la vita precedente, la stabilità del legame sembrerebbe la prerogativa del presente.          
Ma a restituire il presente all’instabilità giunge la prospettiva del tradimento, non necessario, né supportato da un sentimento forte: è il fascino della possibilità che seduce la protagonista, la possibilità di essere altro se non addirittura nulla di determinato. Ogni presa di posizione, ogni imposizione della volontà che si orienta in una direzione piuttosto che in un’altra appare quanto mai evanescente e priva di ragione.
Ciò che descrive Musil va ben al di là del semplice mettere in dubbio la scelta di un compagno di vita, lo scrittore è infatti capace di far sì che ci si apra davanti l’abisso dell’incoerenza della personalità e della vita di ogni individuo; “si incide una linea, una linea qualsiasi semplicemente continua, per aggrapparsi a se stessi in mezzo all’esistenza delle cose che da essa si erge muta; questa è la nostra vita; qualcosa come quando si parla senza interruzione e si finge con noi stessi che ogni parola sia legata alla precedente e richieda la successiva, perché si teme di barcollare in qualche inimmaginabile modo e di essere dissolti dalla quiete nel momento del silenzio lacerante; ma è solo paura, solo debolezza dovuta alla casualità di tutte le nostre azioni che si spalanca tremenda”.       
Ciò che si rivela, non senza tormento, alla protagonista del breve scritto di Musil, così come si rivelava anche al giovane Törless, è l’impossibilità dell’uomo tutto d’un pezzo: tracciare quella linea retta dall’inizio alla fine della vita è rassicurante quanto ingannevole e, a guardarla da vicino, questa linea si sfibra, mostra insospettabili lacerazioni e tentativi di ricucitura più o meno riusciti.  
Alla fine il tradimento si compie ed è il trionfo della casualità, un puro gioco con la possibilità; e all’uomo che le chiede se per lui provi amore, Claudine risponde: “No, amo il fatto di essere con lei, il fatto, il puro caso che io sia con lei”.           
Paradossalmente per Musil il compimento dell’amore si concretizza con l’infedeltà, “quel poter esistere come per tutti e tuttavia solo per uno”.     


(Precedentemente pubblicato su https://www.zerottonove.it/)           

mercoledì 20 marzo 2019

Scrittori, correttori e contrappasso

Sono stanca, ho passato il pomeriggio e parte della serata a correggere un testo che di sicuro mi occuperà altre giornate intere, un testo di un autore che sembra non conoscere il senso della parola "comunicare"... 
Ecco, nel caso non fosse chiaro, credo fermamente nel collegamento tra il concetto di "scrittura" e quello di "comunicazione", se si preferisce "condivisione". 
Insomma, se non scrivi per dire qualcosa al mondo, quello che hai scritto lo chiudi in un cassetto, no?
A quanto pare no...
Lo sconforto mi ha portata a formulare questo pensiero: chi scrive dovrebbe sapere cosa vuol dire stare dall'altra parte. Allo scrittore farebbe bene, per un certo periodo della vita, fare il correttore di bozze, il recensionista... il lettore! 
Lo scrittore dovrebbe provare la noia più desolante, dovrebbe compiere il fastidiosissimo sforzo di comprendere la spocchia di chi non vuol essere compreso (ma vuol essere letto!), dovrebbe sentire l'irritazione quasi epidermica che si prova al cospetto di una trama costruita male, di un personaggio vuoto, di una storia senza un'anima. Chi scrive dovrebbe sperimentare il contrappasso prima ancora di compiere il peccato d'essere un cattivo scrittore. 
Correggere pessimi libri farà anche venire i crampi allo stomaco, ma almeno si rivela un efficace vaccino.

FOTO: Autore sconosciuto

mercoledì 27 febbraio 2019

Il lusso dell'incompletezza

Mi sembra passata una vita dall'ultima volta che ho scritto su questo mio "diario pubblico"... E forse non è che sembra solamente, è davvero così, me ne rendo conto nel momento in cui provo a riassumere gli avvenimenti dell'ultimo anno e mezzo. Quante vite ho vissuto nel frattempo? Una, nessuna e centomila... a seconda dei punti di vista. 
La data dell'ultimo aggiornamento mi ha messo una gran malinconia, mi parla chiaro: non ho più molto tempo per me stessa. Da una parte è un bene, vuol dire che ho un lavoro, ho degli impegni, non ho più quegli innumerevoli spazi vuoti, croce e delizia di ogni disoccupato; dall'altra, però, questo blog mi sembra una casa abbandonata, una vecchia dimora che mi ha dato tanto e dove ho lasciato ricordi su ricordi. A volte ci torno solo per leggere quello che ero e vi trovo le macerie sulle quali ho eretto la mia vita attuale. In fondo i calcinacci sono utili per riedificare...
Come ai vecchi tempi, dunque, mi limito a lasciare un pensiero, sconnesso e imperfetto... Mi concedo il lusso dell'incompletezza, almeno qui...

martedì 4 luglio 2017

Lo spazio del di più

Da quando ho deciso di fare la persona seria e crearmi un sito altrettanto serio, questo è diventato lo spazio di ciò che è in esubero, del resto. Sì, proprio di quel di più che si accumula alla fine di ogni giornata, quel tarlo che, nonostante i mille pensieri "concreti" (soldilavorospesetelefonateemailcorrezioniletture...), resta lì a pungolarti come ciliegina sulla torta mentre cerchi di prender sonno. 
Avverti quella fastidiosa sensazione dai contorni talmente sfocati da sembrare inesistenti, sta lì a ricordarti che qualcosa non torna, che qualche elemento è fuori posto. Ti fermi a ripercorrere la lista dei pensieri con alta priorità e ti rendi conto che questo "qualcosa", stranamente, non è tra essi. Come fa una cosa che ti ossessiona a non essere in cima ai tuoi crucci di giornata? Semplice, mentre il cervello calcola, programma e quant'altro, subdolamente l'ambascia senza nome si gonfia, cresce e attende il momento più opportuno per poterti schiacciare, precisamente quando, stanca, abbassi le difese. All'improvviso il mostro che ti abita dentro si palesa, ti ricorda che gli appartieni, che puoi fingere indifferenza finché vuoi, ma alla sera ci sarà sempre lui ad attenderti. Tu non gli hai tributato la giusta attenzione durante la giornata, sei colpevole di questo. Pretende spazio e cura, quella che i tuoi sensi, ormai iper-sviluppati dal primo al sesto, non vorrebbero accordargli, perché sanno fin troppo bene che li saturerà tutti con la sua presenza. 
Dunque cosa fare? Liberarsene è da escludere, sarebbe come tagliarsi via un arto se non di più. L'unica strada percorribile prevede che lo si lasci sciogliere pian piano, fino a vederlo condensato sul foglio, in caratteri comprensibili al resto dell'umanità.

martedì 2 maggio 2017

Correzione bozze? E cosa sarebbe?

Gira e rigira sono arrivata a maggio senza scrivere una parola su questo mio caro vecchio spazio. 
Come diceva qualche romano d'altri tempi "Fugit irreparabile tempus"!
La novità del momento è che, a quanto pare, sono diventata una correttrice bozze di professione con tanto di sito internet. Sembro quasi seria, eh? La strana notizia è che lo sono, pertanto, dopo svariati anni trascorsi a cercare di spiegare alla gente cosa fosse la filosofia, adesso inizia la fase del quesito: "e che sarebbe questa correzione bozze?" Pensavo di uscirmene prima o poi, ma evidentemente è il mio destino.
E dunque: che cos'è questa correzione bozze?
Partiamo dal presupposto che una buona fetta di coloro che scrivono non ha idea del lavoro che ci sia dietro un libro finito. La fase creativa, quella in cui l'autore butta giù la sua idea, per quanto importante, è solo il primo passo. Nella maggior parte dei casi, anche l'autore più bravo lascia nel suo manoscritto una serie di errori, refusi e imperfezioni di ogni genere. 
Il motivo è semplice: chi conosce già il testo non "inciampa" negli errori, non li vede. Questa prima fondamentale tappa, quindi, porta non ad un libro, ma ad una bozza da vedere e rivedere, fino a ridurre al minimo il rischio di errori. 
Questa operazione di revisione, affinché sia efficace, deve essere fatta da qualcuno che conosca bene la lingua e le sue regole, ma che NON sia l'autore. 
In sostanza la correzione bozze consiste in questa operazione di revisione e rimozione degli errori invisibili all'autore. Il correttore bozze ha il compito di ripulire il testo, sistemarlo, così che, a livello formale, sia pronto per passare alla fase successiva.
Una buona correzione bozze è indispensabile ai fini della pubblicazione, ma è utilissima anche prima di inviare il testo ad un editore: la correttezza formale dell'opera, infatti, potrebbe fare la differenza durante un'eventuale valutazione dello scritto da parte di una casa editrice o anche semplicemente in un concorso.

sabato 31 dicembre 2016

Auguri 2017


Gli insegnamenti di quest’anno li affogo nel silenzio. Col volgere dell’anno vorrei cancellare ricordi e paure, ma so fin troppo bene che non è cosa umana modificare ciò che è stato. Avere la forza di cambiare i miei occhi… questo forse si può…     
Qualche anno dura più degli altri, per la quantità di vita che con violenza inaudita vi si insinua; la subdola vita si infiltra furtiva tra i giorni, tra le ore, persino tra i minuti e appesantisce quei dodici mesi altrimenti destinati a volare via impietosi. Cosa sia meglio non l’ho ancora capito, se l’anno che vale doppio o quello che slitta via come un’anguilla silenziosa. Cosa sia meglio (questo l’ho capito) non lo potrò mai stabilire a priori, dovrò sporcarmi di esistenza e capirlo sempre e di nuovo ad ogni caduta.
È così che, per questo 2017, posso solo augurare questo:     

che dal fango di tutte le nostre rovinose frane, dalle crepe dei più devastanti terremoti della nostra interiorità nascano dei fiori che nessuno ha mai visto prima, perché, come diceva uno più grande di me, “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”;

che la bellezza riesca a farsi strada attraverso gli interminabili strati di oscurità che troppo spesso troviamo lungo la nostra strada, perché, se tutto è allo stesso modo senza peso, un solo grammo di bello può fare la differenza tra un giorno perso e uno da ricordare;                            

che un senso al dolore giunga sempre a giustificare ogni nostra sofferenza, perché la sofferenza senza senso è la via più breve per la follia;           

che le ferite della mente possano trasformarmi nello spazio necessario per la sua stessa crescita, perché la frattura è il presupposto per l’espansione se si riempie il vuoto con nuova coscienza;          

che la consapevolezza accompagni ogni minima azione che compiamo, perché le cose fatte senza consapevolezza finiscono nell'oblio ed è come se non fossero mai esistite;            

che la forza di cambiare noi stessi non ci abbandoni mai, perché nulla resta uguale nel tempo e, per sopravvivere e saltare da un anno ad un altro, bisogna compiere tutti i differenti passi che la danza chiamata Vita richiede.

Buon 2017

lunedì 22 agosto 2016

Eterno presente

Il tempo dell'inconscio è l'eterno presente... Ogni cosa accade ora e per sempre, e coesiste con tutte le altre che sono accadute... Non esiste distinzione tra un prima e un dopo... Qualsiasi cosa mi sia successa si ripete ad ogni istante, resa intollerabile dalla forza di tutte le altre cose intollerabili... È un attimo eterno che non si muove, è sempre attuale e ineliminabile, come la peggiore delle maledizioni... Ripeto perciò le stesse cose, ritorno sugli stessi punti. Il perché è tutto qui: il passato non esiste, dal momento che nulla è davvero passato. È tutto qui sotto i miei occhi, ora e sempre, nella sua destabilizzante consfusione. È davvero l'eterno ritorno nella sua realtà più cruda e crudele...

lunedì 20 giugno 2016

Su volontà e necessità: il suicidio

Ripensando all'ultimo post e alla questione della decisione che diventa necessità mi è venuto in mente che forse, tra tutti, un esempio è più chiaro e lampante di tutti gli altri possibili: quello del suicidio.
Credo che siano un po' tutti d'accordo sul fatto che, se si escludono gravi forme di malattia mentale, il suicidio sia un atto arbitrario, è la decisione presa dalla coscienza di autosopprimersi, di fare un balzo nel non-essere... Eppure, per il suicida, l'atto di estrema negazione di sé è tutt'altro che arbitrario, al contrario la morte si presenta come una inevitabile necessità. Il suicidio è la volontà che non vede vie d'uscita e si autoelegge a necessità stringente; di fronte a sé vede una sola strada dritta percorribile... la vita diventa scelta inconsistente e abbandonarla è inevitabile...
Per Schopenhauer il suicidio è la Volontà che torna a manifestarsi più virulenta di prima proprio nel momento in cui si crede di essere sfuggiti al suo giogo,  è desiderio estremo di vivere come Lei stessa impone, a dispetto del mondo. 
Forse su questo Schopenhauer aveva ragione...

sabato 18 giugno 2016

Ascoltando i non-pensieri

Oggi pensavo che l'incapacità di articolare i propri non-pensieri in una forma definita forse dovrebbe essere ogni tanto assecondata, lasciando che vengano a galla anche quelle mezze sentenze che la parte più profonda della mente trasmette alla sua socia cosciente...
Così viene alla luce che credo sempre alle persone che hanno dato il peggio di sé... perché... perché semplicemente non fingono buoni sentimenti che non hanno... 
E viene fuori che mi fido dei giudizi negativi perché mi fanno pensare, mi distruggono le sicurezze e mi fanno evolvere... perché quello che voglio di più è cambiare in continuazione... Desidero fortemente la morte della me stessa di un'ora fa...
E poi mi trovo a riflettere sul perverso meccanismo che trasforma la volontà in necessità... È la decisione, implacabile, inevitabile nella sua aleatorietà... È l'impercettibile salto tra la possibilità e l'essere in atto, che si consolida man mano in storia individuale. 
È tutto fumo, ma fingiamo che non possa non essere...
  

martedì 26 aprile 2016

Viaggio attraverso il Cilento: I Borghi dei Misteri

Le cose che ci sono più vicine, paradossalmente, sono quelle che ci incuriosicono di meno, che suscitano in noi meno interesse. A tal proposito devo confessare la mia colpa e ammettere che la terra nella quale vivo non mi aveva mai impegnata in grandi riflessioni, tuttavia, proprio negli ultimi giorni, ho letto un libro che ha cambiato un po' di cose, vale a dire l'opera di Gennaro Guida, I Borghi dei dei Misteri.
“Ricordati che alla fine di tutto, questa avventura la devi scrivere e raccontare in giro: sarai ricordato come il primo cavaliere cantastorie” dice il folletto Kuscio congedandosi dal cavaliere dopo il loro primo incontro. E il protagonista di queste avventure di fatto racconta in prima persona del suo girovagare attraverso i borghi più suggestivi di una terra, il Cilento, che sa di antico ancora oggi, nel XI secolo. Immergersi in questo libro vuol dire fare un viaggio e lasciarsi condurre dagli occhi del cavaliere in un mondo nel quale natura e magia coesistono e si intrecciano indissolubilmente. Le creature provenienti direttamente dall’immaginario popolare, dalle leggende tramandate di generazione in generazione appaiono al protagonista con estrema naturalezza, si presentano a lui come parte integrante della realtà di ogni giorno e non come eccezione, tanto che, ad un certo punto, egli smette di stupirsi e accetta spettri e animali parlanti come esseri pienamente naturali. Questo aspetto del libro rende perfettamente l’idea di che cosa sia il soprannaturale per chi vive nel Cilento: un evento quotidiano, che accompagna e arricchisce (a volte tormenta anche) il vivere di una popolazione abituata allo straordinario. Non lasciano dubbi le descrizioni dei borghi contenute in questo libro, e se ce ne fossero le foto che accompagnano la narrazione donano ancora più chiarezza: le terre che fanno da teatro alle avventure del cavaliere sono toccate da una bellezza fuori dal comune, hanno il fascino senza tempo che si trova solo nei luoghi dei miti e delle leggende. 
Ma perché il mistero si palesi e non si presentino agli occhi dei semplici borghi come tanti ce ne sono sparsi per il mondo, c’è bisogno della capacità di vedere; parafrasando Sant’Agostino solo chi è predisposto ad accogliere lo straordinario può vederlo e, pertanto, l'incredibile si rivela soltanto allo sguardo di chi sa coglierlo. 
In questa storia il cavaliere è colui che vede; laddove gli altri assistono a fenomeni inspiegabili e spaventosi lui conosce le cause, le comprende e prosegue il suo viaggio, arricchito nel suo bagaglio di conoscenza del mondo. 
Diverte e affascina il lettore la familiarità con la quale il protagonista si confronta con spiriti buoni e malvagi, forse per quella sorta di distacco che fa sì che egli giunga alla conclusione puro come all’inizio, con gli occhi e lo spirito di un bambino. È proprio questa purezza di cuore che regala al cavaliere, alla fine, l’amore di una dama, come in tutte le migliori storie di cavalleria.
Il miglior modo per conoscere un luogo è osservarlo con sguardo incontaminato, come se lo si vedesse per la prima volta, e questo libro riesce a regalare proprio questo, un punto di vista privilegiato su un mondo sospeso tra realà e fantasia.

sabato 26 marzo 2016

Un grazie per Animacustica

Confesso che nelle ultime settimane lo stress lavoro-correlato mi è arrivato fin sopra i capelli, tuttavia qualche giorno fa, per posta, mi è arrivato un pacchetto decisamente gradito, il cui contenuto ha avuto la capacità di farmi fermare e staccare per un po' lo sguardo dallo schermo del pc. Il nome della mia piacevole distrazione (sebbene alcuni dei contenuti siano decisamente seri) è Animacustica e si tratta del cd di un cantautore con il quale ho la fortuna di poter comunicare direttamente: Francesco Macaluso. 
Non mi intendo di musica dal punto di vista tecnico, quindi so solo che i 10 pezzi che compongono l'album hanno avuto la capacità di smuovermi emotivamente dal primo all'ultimo... Certi suoni hanno la forza di creare un mondo, e quello che riesce a costruire quest'album è decisamente accogliente, avvolgente, tanto da farmi restare con le dita sospese a mezz'aria sulla tastiera del computer più e più volte... Che dire... vorrei poter descrivere meglio le sensazioni trasmesse da ogni singola traccia, ma faccio prima a consigliarne direttamente l'ascolto. 
Un grazie a Francesco!